Lettera del Presidente – maggio 2006

La lettera ai soci e simpatizzanti dell’associazione del Presidente
Pove del Grappa, 2 maggio 2006

«Invincibile non è chi vince sempre,
ma chi non si fa sbaragliare dalla sconfitta,
chi non rinuncia mai a battersi».
[Erri de Luca]
«È l’animo che devi cambiare,
non il cielo sotto cui vivi».
[Seneca]

Amiche e amici carissimi,

nessuno me lo ha detto apertamente, ma quasi tutti, in un modo o nell’altro, vogliono farmi credere che angeli sulla Terra non ne vengano più.

Dicono che basta guardare come va la politica e quanto costa la verdura per non farsi più illusioni riguardo alla presenza degli angeli in questo nostro mondo.

Ho ripensato a quello che da bambino mi dicevano dell’angelo custode: se un cristiano pecca gravemente, l’angelo se ne va. Guardando le conseguenze assai evidenti, occorre dire che peccati se ne stanno commettendo sempre più e sempre più gravi. Sono quasi convinto che i miei amici benpensanti abbiano ragione.

Poiché gli angeli sono i veri servi dell’uomo, per volontà di Dio e per amore fraterno, credo che ne abbiano vestito gli abiti e la miseria. Hanno indossato il lutto della nostra povertà sulla luce del loro spirito.

Per non umiliarmi camminano accanto a me, vestiti molto peggio di me, più stanchi di me, più poveri di me. Nulla più si direbbe angelico in loro, se non ciò che mi dicono, ciò che mi danno.

Più di una volta ho sospettato che dentro un povero, un malato, un bambino, ci fosse un angelo. Chissà quante ali ripiegate ci stanno sotto una tuta d’operaio o sotto le toppe d’un mendicante! Quanto paradiso velato di fatica sul volto di una madre!

L’altra mattina pioveva a dirotto. Ero triste fra i banchi vuoti della chiesa, per quell’acqua e per quella solitudine. Mi pareva l’immagine del mondo. Tenevo Cristo fra le mani e non ero contento.

Alla Comunione solo una vecchia, incredibilmente piccola, è venuta a inginocchiarsi sui gradini dell’altare. Era l’unica persona in chiesa. Ricevendo il Signore ha sorriso fra le rughe, ma come sorridono, credo, gli angeli senza rughe.

Non so bene se fosse un angelo. Io ho creduto di sì. E mi è passata tutta la tristezza.

Sono tornato da alcuni giorni dal viaggio a Nyahururu e a Nairobi in Kenya, invitato da Luca e Laura Ramigni, due giovani carissimi amici. Avevo celebrato il loro matrimonio poco più di dieci anni fa.

Nel 2004 hanno deciso, liberi e poveri poeti della solidarietà, di partire con i tre figli (Giacomo di 8 anni, Emma di 6 e Matteo di 3), per lavorare nel progetto St. Martin.

Per noi (viaggiavano con me Gaetano, Fausto di Bologna e Maurizio di Arezzo), è stata un’immersione dolce, ma totale, nel progetto. Per chi ha gli occhi lucidi e chiari della meraviglia, St. Martin è un luogo illuminante, una provocazione salutare, un’autentica rivelazione della parola evangelica «la pietra scartata è diventata testata d’angolo».

Si può, con evidenza sorprendente, sperimentare che la chiesa è Chiesa solo se esiste per gli altri e non quando si riduce in maniera quasi esclusiva a lottare per la propria sopravvivenza.

Chi detta i tempi, infatti, chi apre le strade, chi aiuta a capire la Parola di Dio, chi prende le decisioni, è sempre la centralità del povero, del bambino handicappato, del malato o dell’orfano di Aids.

Situazioni e realtà che parlano da sole, che parlano troppo. Ed è di questo troppo che abbiamo bisogno, di questo troppo che uccide se tenuto dentro e che può uccidere se tirato fuori.

Per questo St. Martin sarà alla prossima Festa, per la gioia di tutti, e vogliamo soprattutto che l’Africa continui a essere parte della rete di Macondo.

Il tempo in Africa allarga le maglie, in una fluidità totale. Le complessità che s’incontrano restano impossibili a definirsi, e questo, per noi ammalati di efficientismo, non è facile da accettare. Ci troviamo con un metro in mano, a pretendere di misurare l’acqua in centimetri. Ma dall’inganno dell’unità di misura, sale sempre più forte il vociare di stormi di bambini. Come d’uccelli sulle fronde.

Qualunque finestra apriate in questi giorni – smentitemi se potete – siete aggrediti da notizie tristi, futili, false, drammatiche. Girano parole ingiuriose, offensive, dalla stampa, dalle televisioni, dalla radio, dalla pubblicità. Siamo avvolti da odori acri e velenosi, da rumori sordi e fastidiosi. Frettolose e poche le notizie gioiose. Se cercate, con coraggio e magari con puntiglio, di fare una selezione, non ci riuscite. Percepite che è inutile e lo sforzo vi affatica molto.

Siete addolorati, sconcertati, divertiti, distratti, preoccupati, desiderosi, annoiati, aggrediti, disturbati, invasi. Allora decidete, scocciàti e un po’ avviliti, di chiudere la finestra e dire basta.

Magari riuscite a dormire, magari riuscite ad amare, ma subito dopo vi risvegliate e decidete, testardamente, di riaprire la finestra. Capite che potete fare poco, molto poco, per evitare questa guerra di parole, queste aggressioni ipocrite, queste falsità, questo vuoto perbenismo.

Avete sperato e deciso di stare quieti, al tepore delle vostre incrollabili certezze, conquistate con sudore, ma capita che qualcuno vi butti lì un pezzetto di vita, una pagina scritta 89 anni fa, per dirvi qualcosa, per darvi un segno che non ha fine.

Dalla finestra della mia stanza è caduta una foglia, ve la rimando, è delicata, trattatela bene:

«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani… L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità. È ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcuno controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto».

[A. Gramsci, febbraio 1917]

Ho spesso la tentazione di essere inesorabile, di non sprecare la pietà, di non versare lacrime. Sono anch’io partigiano. Vivo, restando dalla parte dei vinti e rigetto con durezza quelli che non scelgono, gli indifferenti (vedi Apocalisse).

La mia speranza non si lega a teorie politiche, a ideologie, a promesse elettorali. Ha radici etiche. Ho vergogna, come essere umano, più che di qualsiasi corruzione, della miseria collettiva. La disuguaglianza sociale mi ripugna; è un’offesa alla condizione umana. Mi rifiuto di pensare che «è sempre stato così e non ci sarà cambiamento». Nessuno sceglie la povertà. È prodotta da strutture e leggi ingiuste e sono queste che hanno bisogno di essere cambiate.

Non credo nel Dio che ammette la divisione tra i suoi figli: da una parte i miserabili, dall’altra i saziati. Condivido la fede di Gesù che identifica Dio con la faccia dell’oppresso (Mt. 25, 31-44).

Nonostante questo clima deprimente, sento pulsare coscienze che lavorano per la città futura. Vogliono uscire dall’immaginario economico, per cui avere di più significa vivere meglio e che l’aumento della produzione e del consumo significhino aumento di benessere sociale. Vogliono che la catena sociale non pesi più su pochi e che ogni cosa che accade non sia dovuta al caso, alla fatalità, ma all’intelligente opera di tante persone. Nessuno può stare alla finestra a guardare mentre pochi si sacrificano, si svenano.

So che non sarò tra coloro che parteciperanno al raccolto, ma voglio stare sempre a fianco di quelli che spargono la semente.

Questa chiamata alla responsabilità, questo fidarsi di noi stessi e degli altri, non poteva mancare nella scelta del tema per la Festa di Macondo 2006. È un tema che definirei gioioso:

«Dio ti dà il volto, sorridere tocca a te»

La festa si svolgerà dal 25 al 28 maggio 2006 nel parco dei Fratelli delle Scuole Cristiane, a Spin di Romano d’Ezzelino (Vi), a due passi da Bassano del Grappa.

Nel programma allegato potete leggere i nomi dei molti testimoni presenti. Arriveranno dall’Africa e dall’America Latina, ma anche dall’Italia, per aiutarci a riflettere, per comunicarci storie di ingiustizie e di oppressione, ma anche tracciati e percorsi di speranza.

Siamo immensamente grati a tutti quelli (e sono tanti) che hanno gia rinnovato l’adesione a Macondo o l’abbonamento a Madrugada. Ne aspettiamo altri, nella speranza che perduri il loro affetto e la loro solidarietà per il lavoro che stiamo facendo e per quanto ci sforziamo di promuovere. Coloro che non hanno rinnovato la loro adesione a Macondo possono farlo utilizzando il bollettino di conto corrente postale allegato alla presente lettera (il rinnovo/iscrizione a Macondo è di Euro 26,00 mentre l’abbonamento a Madrugada è di Euro 10,00).

È molto frustrante, a volte, seminare speranza nel terreno arido della povertà insolente. Sono semi piccolissimi, delicati, quasi invisibili. Poi viene l’arduo lavoro di irrigare tutti i giorni, veder nascere il primo germoglio, un ciuffo verde spuntare dalla terra e cominciamo a credere che la primavera esiste.


Sosteniamo la nostra speranza nella certezza che ci sarà raccolto
solo se, fin d’ora, ci si prende cura, in modo delicato e anonimo, della semina. «Mentre qualcuno esce per catturare farfalle, preferisco aver cura del mio giardino perché esse possano venire» – dice Mario Quintana.

Vi aspetto tanti, tutti, alla Festa di Macondo. Vi abbraccio con tenerezza e affetto,

Giuseppe Stoppiglia