Lettera del Presidente maggio 2008

Lettera al limitar della ventesima festa macondina

Pove del Grappa, 30 aprile 2008

«Il ceppo che brucia non dà solo cenere,
ma anche calore…».
[Paul Claudel]
 

 
Amiche e amici carissimi,

manca poco a mezzogiorno. In attesa di concludere un corso di formazione, mi incammino lentamente per le strade e i marciapiedi di un piccolo e antico paese dell’entroterra calabrese. Il mare sullo sfondo, a distanza, più minaccioso che amico. La bellezza del posto appare attraverso un linguaggio alto e struggente. In paesi come questi, si respira la desolazione di infiniti abbandoni e di crudeli distacchi, ma è una desolazione da cui si è sprigionata, con il tempo, anche una specie di musica.
Per sentire questa musica, fatta di note allegre e tristi, in un accordo che mescola i colori delle case e dei vestiti, la cadenza della lingua e gli odori che escono a folate dalle trattorie, bisogna immaginarsi convalescenti, quando l’allenamento al dolore fa crescere la voglia di vivere.
Tanti pittori e poeti qui hanno cercato cure e guarigione: sono solo i più noti di un lungo e anonimo elenco di nomi e di persone. Se si prova a entrare nella loro mente, nella loro anima, si ha come l’impressione di camminare con la leggerezza di certe loro pagine, di certi loro quadri. Una leggerezza che dà il capogiro, come se si fosse riusciti a fare indietreggiare ogni angustia fino a ridurla in un angolo remoto. E se una piccola strada in salita, o gli infissi sconnessi di una facciata, ne riportano il soffio, l’ombra, quella desolazione sembra nuova e incapace di nuocere. Il motto di Dostoevskij – «la bellezza salverà il mondo» – fa capolino nella mente e mi aiuta a pensare positivo.
Cercare di capire il reale, mi appare l’unica strada per accogliere la gratuità della bellezza, senza respingere a priori la faccia meschina dell’umanità.

Dagli ultimi risultati elettorali un miscuglio di sentimenti contrastanti: stupore triste, soddisfazione incontenibile, sorpresa dolorosa, gioia irrefrenabile. Momenti di smarrimento, forse di delusione, ma anche di rassegnazione. Sono molti quelli che non credono più alla possibilità di una società migliore e hanno perso il senso del fare la propria parte: genitori, insegnanti, lavoratori, imprenditori, sindacalisti, cittadini… No, carissimi, la rassegnazione è sempre una scelta di morte, un atteggiamento negativo, da respingere. Perdere le battaglie non significa sempre aver torto, e i numeri delle urne non danno automaticamente ragione.
Purtroppo un senso di frustrazione ci spinge a perderci in ingannevoli labirinti mentali auto-centrati. Si evita di capire, in questa desolazione dello spazio pubblico, la causa scatenante che alimenta il senso di impotenza e di scoramento nella gente, e che rischia di diventare pericoloso perché comporta la negazione dei diritti umani, l’elusione dei corrispondenti doveri e la fine dell’esercizio della nostra soggettività politica.
La politica non è la tecnica del dominio sulle cose e sulle persone, sul loro destino, sulle loro possibilità di vita e di morte, ma esercizio della cura e del bene comune. Il bene comune per definizione non ammette dominio; riconosce, invece, in ciascuno, un soggetto dotato di valore, quindi un co-soggetto della vita pubblica. Siamo, però, spesso insidiati o vittime della cultura del mercato.

Il mercato è il potere di chi ha su chi non ha. È anche il servizio di chi mette ciò che ha, dietro giusto compenso, a disposizione di chi non ha. Il mercato giusto crea rapporti sociali umani. Ma se il mercato è la regola suprema, come è oggi, sottratto a ogni altra regola, diventa un potere assoluto asociale, oppressivo: la dittatura della ricchezza sulla vita, dei possidenti sui bisognosi. Nulla è più contrario all’umanità. Perciò la politica deve regolare il mercato, l’economia pubblica deve regolare l’economia privata. Questo perché la politica, in democrazia, è sotto il controllo di tutti. Deve rispondere a tutti del suo scopo, che è servire l’interesse generale quanto meglio è possibile. Invece l’economia privata risponde a interessi particolari, privati, e se non si autoregola per virtù personale dei suoi gestori (auspicabile, ma non garantita), lascia prevalere l’egoismo sulla socialità, il dominio di chi può su chi non può. Le regole democratiche, autocorrettive, hanno qualche probabilità in più delle virtù personali di assicurare il bene comune. Ma le virtù personali sono necessarie alla democrazia.
L’elettore italiano si è avvicinato alle urne infuriato dalla precarietà, risentito e voglioso di votare contro tutto e contro tutti. Si sa, il risentimento è una passione che dà un immenso ardimento all’individuo che si sente abbandonato e solo nella società. Gli italiani hanno bisogno di verità, di riflessione critica, di buone scuole, di una televisione che non si nutra di reazioni primordiali, di curiosità morbose e di intrattenimenti indecenti.

Dobbiamo riflettere e capire perché la violenza
sull’altro è diventato il tema centrale della nostra vita sociale e perché cerchiamo di esorcizzarlo spostando sullo straniero le ragioni della nostra paura.
La violenza si scatena come modalità del rapporto con gli altri quando l’intera società è in crisi d’identità. Sciagurato è allora il popolo che per sentirsi unito ha bisogno di un nemico esterno da espellere e annientare! Scellerata è la scelta di costruire un’unità nazionale, ottenuta al prezzo di assumere la sicurezza individuale come unico collante della coesione sociale! Occorre trovare il modo di trasformare paura e angoscia in speranza di un futuro più umano.
La mossa vincente nella realtà post democristiana è legata, in buona parte, a una sola parola: valori. Averli sistematicamente riproposti, lungi dall’aver eticizzato la politica (e ancora meno i politici), ha politicizzato l’etica. Non a caso, il discorso sui valori negoziabili e non negoziabili è divenuto, sull’uno e sull’altro fronte, un vero e proprio modo per coagulare lo scontro politico. La morale è diventata un fatto politico. Stando così le cose, in base a una logica a suo modo stringente, la coerenza personale non c’entra più nulla. Dunque, chi nella vita individuale non si attiene ai valori che difende in pubblico va, per definizione, accolto a braccia aperte. Di contro, la messa in pratica di quei valori nella propria esistenza non svolge alcun ruolo testimoniale. La scelta di non volerli trasferire direttamente nell’arena politica è sufficiente per tirarsi addosso una sconfessione radicale. Se si dà ascolto all’attuale magistero cattolico, è difficile sfuggire all’impressione che l’etica abbia sempre più eroso i territori propri della fede.

In Italia questa operazione si è prolungata in processi ancora più secolarizzati. Hanno condotto, cioè, a rendere l’etica parte integrante di giochi politici finalizzati alla conquista o gestione del potere. La moralità non è più richiesta ai politici. La difesa dei valori ha preso il posto della loro pratica. L’autonomia del politico si è raggiunta per una via molto più efficace (e meschina) di quella proposta, a suo tempo, da Machiavelli.
Riducendo i valori ad astrazioni, a norme morali, si dimentica che i valori viventi sono le persone, le relazioni, le comunità, il mondo naturale. La riduzione della fede a morale è una forma di secolarizzazione mascherata sotto i panni di una pretestuosa devozione alle autorità religiose.

Questa lettera primaverile accompagna sempre l’annuncio e il programma della festa nazionale di Macondo. Quest’anno sarà nei giorni 24 e 25 maggio 2008.
Dopo l’esperienza dello scorso anno a Villa Morosini di Cartigliano, siamo ritornati nel parco dei Fratelli delle Scuole Cristiane, a Spin di Romano d’Ezzelino (Vi), ai confini con Bassano del Grappa.

Il tema
«La terra fiorisce sotto il passo dei giusti»

è centrato sulla giustizia, come virtù dinamica. Il senso della giustizia lo possiamo scoprire nel bisogno dell’altro, mai come obiettivo da raggiungere, ma come luogo da abitare.
Il richiamo potente mi viene dalla Bibbia, che parla di patto, di alleanza. Significa nient’altro che camminare assieme per raggiungere un obiettivo terreno, storico, visibile.
Con questo patto, Dio si impegna a svelarsi attraverso le operazioni di giustizia, attraverso cioè quei movimenti individuali e collettivi che muovono le persone a una convivenza pacifica, cessando le relazioni di dominio e di sfruttamento.

La vita è bella quando è piena, amorosa e coraggiosa, quando è vissuta in modo che alla sera possiamo dire a noi stessi: non abbiamo perso la nostra dignità e non abbiamo minacciato quella degli altri.
Dobbiamo restare all’altezza dei nostri padri e salendo sulle spalle dei giganti della nostra storia possiamo rivedere l’orizzonte del futuro, per il quale ha senso che una generazione non dissipi le proprie risorse di intelligenza e creatività.

Quella di quest’anno sarà la ventesima festa di Macondo. Un bel traguardo e per l’occasione è stato preparato un programma eccezionale. Leggendolo potete rendervi conto della ricchezza di testimonianze e di incontri, di partecipazione e di attività straordinarie. Un momento dirompente di comunione e di condivisione.
Fate il possibile per essere presenti fin dal pomeriggio di sabato 24 maggio.

Termino la lettera mentre pure la giornata si avvia al tramonto. Giù nel cortile il nipotino Giacomo, sta rincorrendo le farfalle e, strillando gioioso, chiama la primavera per nome rotolandosi nell’erba.

Qualcuno scrive:
«Noi siamo i liuti, tu sei il suonatore.
Siamo i flauti, tuo il soffio.
Noi siamo i monti, ma l’eco è tua».

Vi aspetto tutti alla festa e Vi abbraccio uno a uno con affetto e tenerezza.

Giuseppe Stoppiglia