Lettera del Presidente Natale 2007

La lettera del presidente di Macondo per i soci e simpatizzanti.
Pove del Grappa, 29 novembre 2007

«L’ingiustizia è come i serpenti:
morde chi è senza scarpe».
[Mons. Oscar Romero]

«È molto più facile credere nella Resurrezione di Cristo,
che nella Resurrezione dei poveri».
[H. Le Bourricaud]

Amiche e amici amatissimi,

la piccola cura (purché non sia l’unica) di rifornire la zuccheriera prima che altri la trovi vuota, è un atto di amore domestico. L’amore è grande, ma è fatto di cose piccole. Un giorno, infatti, ciascuno di noi sarà chiamato a restare sereno nella tempesta. Per esserlo, occorre aver coltivato uno spazio interiore profondo, che rimanga intatto, come il fondo del mare. Occorrono fermezza e silenzio, come colonne di resistenza, pilastri del ponte nella piena, per sapere che è meglio patire offesa che commetterla, e che è più felice chi ama, anche non ricambiato, di chi è amato.

Sappiamo tutti, per esperienza diretta, che uno non è ascoltato e seguito per quello che dice, né per quello che fa, ma per quello che vive. A questo proposito, mi viene in mente una storia che ho sentito raccontare. Un uomo, mentre cammina da solo sulla spiaggia, vede di lontano una persona che si china a terra e si rialza, continuamente. Si avvicina per capire. Quello sta raccogliendo stelle marine, che la bassa marea ha lasciato all’asciutto e le ributta in acqua. «Ma cosa fai? Non potrai certo salvarle tutte». «No, ma questa è salvata».
Un albero non soffre mai per troppa grandezza e anche quando lascia segni aspri, spaccando la superficie, storcendo tronco e rami, non perde attrazione. Se osservate bene l’ulivo, è un albero sofferente. Denuncia subito la sua età con gli sconquassi del proprio fusto. Negli animali ciò susciterebbe pietà, nella pianta aumenta l’attrattiva. La sua singolare caratteristica, però, è caduta oggi sotto le grinfie della dimensione commerciale e speculativa.
La deportazione degli ulivi è uno spettacolo triste, anche se meno tragico di quello degli esseri umani. Sradicati, per puri motivi di lucro, dall’habitat dove hanno vissuto per secoli, a molti ulivi è riservata la sorte di fungere da stentati monumenti vegetali in qualche piazza, in una rotonda stradale o nel giardino di un hotel di lusso. Si coglie subito che non sono al loro posto.
La deportazione dei vecchi ulivi si apparenta a quella delle persone anziane allontanate dalle loro case. Lasciati vivere là dove sono, gli ulivi centenari, fessurati e contorti, potrebbero essere assunti a simbolo della dignità dell’invecchiare e del rispetto che si deve agli anziani, ma l’incomprensibile dinamica distruttiva della nostra società è capace sia di emarginare i vecchi, sia di far violenza ad alberi secolari.
Resta però una differenza: la bellezza cresce con gli anni nel mondo vegetale, mentre per la vita umana vigono altre leggi più dure. Tuttavia, pure gli alberi si ammalano e anche per essi giungerà il giorno della morte. Per questo, pur nella loro diversità, li avvertiamo vicini.

Nell’ultimo viaggio in Brasile, a San Paolo, ho incontrato Darly. Faceva parte della banda di Villa Isabel. Stufo di buscarne troppe perché era il più piccolo, un giorno decide di abbandonare il gruppo e di vivere da solo.
In una notte come tante altre s’intrufola sotto il tavolo di un ristorante, agguanta una zampa di pollo e levandola in alto come una bandiera, fugge attraverso i vicoli. Quando trova un anfratto buio, si siede a cenare. Un cagnolino lo guarda. Darly lo scaccia a più riprese e il cagnolino ritorna. Si guardano: sono uguali, tutti e due figli di nessuno, bastonati e sporchi. Darly si rassegna e divide la cena con lui. Da allora girano assieme, dividendo il pericolo, il bottino e le pulci. Darly, che non ha mai parlato con nessuno, gli racconta le sue cose. Il cagnolino dorme rannicchiato ai suoi piedi.
Una sera i poliziotti lo acciuffano mentre ruba frittelle, lo trascinano alla quarta stazione del commissariato e gli danno un sacco di botte. Dopo un po’ di tempo torna sulla strada, tutto malconcio. Il cagnolino non si fa vedere. Darly corre avanti e indietro, cerca e ricerca, ma non lo trova. Domanda dappertutto e niente. Lo chiama e lo richiama. Niente. Nessuno al mondo è solo come questo bambino di sette anni, solo per le strade della città di San Paolo, roco a forza di gridare.
Come lui sono i bambini di strada di tutte le grandi città del mondo. Sono gatti nel saltare e nel rubacchiare, passeri nel volo, galletti nel combattimento. Vagano a stormi, in bande. Dormono a grappoli, tutti appiccicati. Mangiano ciò che rubano o gli avanzi che trovano nella spazzatura. La strada è la loro casa. Placano la fame e la paura aspirando benzina e colla. Hanno denti grigi e facce bruciate dal sole. Dimenticavo: per un cane in Italia si spende diciassette volte di più che per un bambino di strada.

Qual è la distanza che separa un villaggio del Senegal da una città dell’Europa? Quanti chilometri, quanti secoli, quanti mondi? Josephine, una delle tante donne condannate a lasciare l’Africa perché povera e senza lavoro, è finita in Italia, in una fredda città del Nord, col marito muratore e i suoi tre figli.
Da un villaggio isolato, dove mancava tutto, a una città dove s’avanza di tutto. Dalla miseria estrema alla più grande opulenza. È stupefatta! Qui in Italia si buttano nei rifiuti televisori quasi nuovi, vestiti appena usati e mobili, frigoriferi, cucine, lavastoviglie che funzionano perfettamente. Vanno allo sfascio automobili del penultimo modello.
Josephine è grata agli italiani per la loro solidarietà e ne ammira la libertà, ma lo spreco la offende. La solitudine, invece, le fa pena: la cultura del consumo ha fatto della solitudine il più redditizio dei mercati. Gli spazi vuoti del cuore si riempiono di cose: il televisore, la casa grande vuota, il telefonino, il cibo che si butta, i vestiti che escono dagli armadi. Le cose diventano simboli di ascesa sociale, chiavi per aprire porte proibite.
«Noi – racconta Josephine – là in Senegal, non fosse altro che per litigare, però stiamo insieme».

Mentre attraverso la città, una qualsiasi città italiana, ai crocicchi, davanti al semaforo rosso, vedo qualcuno che lava parabrezza, qualcuno invece vende fazzoletti di carta, qualcuno offre gomme da masticare e bambole di stoffa. Qualcuno, sorridendo, vende bandierine colorate e mazzi di fiori.
Qualcuno ascolta alla radio l’oroscopo, contento che gli astri si occupino di lui. Vedo qualcuno che, camminando tra gli edifici, vorrebbe comprare silenzio o aria, ma non gli bastano i soldi. Qualcuno parla solo davanti al telefono, dopo aver appeso la cornetta. Qualcuno parla solo davanti al televisore. Qualcuno parla solo davanti alla macchina mangia soldi. Qualcuno annaffia una vaso di fiori di plastica. Qualcuno sale su un autobus vuoto, la mattina presto, ma l’autobus resta vuoto come prima.
Per alcuni sindaci del Veneto gli immigrati o i poveri, che non sanno mascherare la loro pericolosità congenita, soprattutto quelli di pelle scura, possono essere colpevoli fino a che non si provi la loro innocenza (il reddito).
Domanda: perché il reddito mondiale dal 1970 al 2000 è quintuplicato solo per i paesi “sviluppati”? Perché nel mondo si spende settanta volte di più per un soldato che per uno studente? Misteri o crudeltà?

In un mondo dove si preferisce la sicurezza alla giustizia, ci sono sempre più persone che applaudono al sacrificio della giustizia sugli altari della sicurezza. Ogni volta che un delinquente cade crivellato di colpi, la società si sente sollevata rispetto alla malattia che sta in agguato.
Come potremmo restituire all’idea di giustizia la sua piena dignità? La risposta più chiara la trovo in una vibrante affermazione del giudice Gherardo Colombo: «La giustizia non è rappresentata dai giudici, dai tribunali, dalla polizia giudiziaria, dalle carceri, ma dalla fame e sete che ne abbiamo. Se la giustizia non diverrà istinto primario come il nutrirsi e il dissetarsi, non accederemo a una vera giustizia sociale e l’Italia sopravvivrà nel disfacimento di sé come grottesco paese della beffa, primo esempio di democrazia fondata sulla truffa».
“Per carità” è un’espressione logorata, deformata. È diventata una debole implorazione, oppure una fiacca deprecazione. Era l’appello ad agire in modo divino, per agape e non solo per eros, per libertà e non solo per necessità, per altruismo e non solo per bisogno, per donare e non per tenere o per prendere.
 
Di fronte al nuovo potere consumistico, che è completamente irreligioso, totalitario, violento e corruttore, degradante, servirebbe un rifiuto radicale anche da parte della Chiesa. In questo rifiuto vedrei il suo riapparire come guida grandiosa, ma non autoritaria, di tutti gli uomini impegnati nella ricerca della liberazione da ogni potere. Qualche mese prima di morire, Pier Paolo Pasolini, con una lucida radicalità, scriveva sull’argomento: «Questo è certo: che se molte e gravi sono state le colpe della chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo. In una prospettiva radicale, forse utopistica, è chiaro dunque ciò che la chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa: essa dovrebbe passare all’opposizione contro un potere che l’ha cinicamente abbandonata progettando senza tante storie di ridurla a folclore» (da Scritti Corsari).

Gli obiettivi principali del nostro impegno, come Associazione Macondo, per il prossimo anno restano due:
– la formazione a una spiritualità personale e collettiva, distribuita nei vari momenti (festa nazionale, incontri, convegni, campiscuola, pubblicazioni, letture, ecc..), alimentata dalla relazione tra la Parola e l’impegno quotidiano nel difendersi e difendere, nel liberarsi e liberare dallo sfruttamento e dall’oppressione;
– continuare le attività educative per il recupero dei bambini di strada e delle ragazze madri. Vivendo, cioè, la solidarietà non come elemosina, ma come ricerca di giustizia.
Continuiamo a essere presenti in Brasile e in Argentina (con i bambini di strada), in Bolivia (con i ragazzi lavoratori), in Sierra Leone (col progetto MicroCammino), in Guinea Bissau (educazione alla riconciliazione), in Bosnia (col progetto di Srebrenica per i bambini handicappati).

Come ogni anno, con questa lettera natalizia, oltre a ringraziarvi della fiducia, della collaborazione, dell’incoraggiamento e della generosità, ritorno con forza a invitarvi a rinnovare l’adesione a Macondo e l’abbonamento a Madrugada. I vostri contributi costituiscono l’unica risorsa economica per la promozione delle attività associative.
Davanti a un mondo che cambia in peggio sotto i nostri occhi, noi di Macondo continuiamo testardamente a guardarlo con gli occhi degli oppressi, di coloro, cioè, che questo mondo vogliono cambiarlo.
Continuiamo a praticare la solidarietà internazionale che coinvolge i sentimenti, il cuore, la ragione, assumendo la realtà delle persone e della storia, svelandone le ingiustizie, le violenze, la disumanità.

Il mio augurio per la festa di Natale è che Voi tutti mettiate insieme i pensieri, la creatività, i beni, le passioni, gli entusiasmi e le Vostre fragilità, per innescare un circuito positivo, il solo che può generare un cambiamento nella società più grande.
Vi sento vicini e Vi abbraccio uno a uno con tenerezza e affetto,

Giuseppe Stoppiglia