Lettera del settembre 2004

La lettera del presidente alla fine delle attività estive.

«L’infanzia non ha tempo.

Man mano che gli anni passano,

bisogna conservarla e conquistarla

nonostante l’età».

[Emmanuel Mounier]

«Peccare non significa fare il male,

non fare il bene, questo significa peccare».

[Pier Paolo Pasolini]

Amiche e amici carissimi,

sono a Telve, in Val Calamento, nella catena dolomitica dei Lagorai, per vivere una giornata di riposo, in solitudine. Un paesaggio fantastico, silenzioso. Chi passeggia o cammina in queste valli dovrebbe preoccuparsi solamente della quiete del proprio cuore, dispensato com’è dalle tre battaglie quotidiane dell’udito, della parola e della vista. L’udito infatti non è sporcato da parole vane e vacue, la bocca non emette chiacchiere e volgarità, la vista non ha davanti a sé immagini provocatrici e conturbanti, ma solo grandi spazi solitari di boschi e prati.

Mentre sono seduto sull’erba, vedo un nonno che gioca col suo nipotino. Sono in attesa e quindi ho tutto il tempo di osservare a lungo il loro godimento: non so se è più il vecchio a divertirsi o il bambino. Certamente entrambi sono uniti da un solo stato interiore, che travalica quello anagrafico: essi, infatti, vivono nel loro animo tutta la freschezza dell’infanzia. Non per nulla il simbolo più luminoso per rappresentare la fede pura è proprio quello del bimbo in braccio a sua madre: «Sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Salmo 131,2).

Purtroppo noi facciamo di tutto per perdere fiducia e freschezza, purezza e mitezza, lasciandoci conquistare dai miti della forza e della furbizia, del possesso e del piacere. Abbiamo perso il gusto della libertà, del gioco autentico, della gratuità, dell’abbandono sereno. Ed è per questo che siamo, sì, cresciuti in autorità e considerazione, ma abbiamo perso la pace, la quiete della coscienza, la santità.

Su Adista, luglio 2004, Erri de Luca scrive: «a volte vedo la faccia di mio padre affacciarsi sopra quella di un passante, prenderla a prestito per farmi un saluto, poi sparire, incerto se io abbia inteso. Intendo sempre. Ogni suo saluto contiene un perdono.

Una volta durò più a lungo. Ero alla stazione di Firenze, di sera, in attesa di un treno.

Acquistato un piatto di riso, mi ero seduto. Lo vidi entrare, sgualcito, ma con sforzo di decoro. Andò da un cliente a chiedere qualcosa, quello negò. Si sedette allora da solo. Mi alzai dal mio posto e mi accostai. Chiesi permesso per sedere, me lo accordò distrattamente. Lo guardavo: era lui, ma scontento di vedermi. Nel sogno i nostri incontri erano migliori. Quella era una mensa di stazione.

Gli chiesi se accettava, senza offendersi, del denaro da me. Non mi diede risposta. Sfilai piano dal portafoglio la banconota di più alto valore, la tenni coperta nella mano per non manifestarla. La sfilò di lì con una mossa svelta, evitando di toccarmi. Poi si alzò, uscì, vidi le spalle affaticate, la nuca inconfondibile. Non gli avevo chiesto il nome, tanto non me l’avrebbe confessato che era Bernardo, mio padre.

Un’altra volta l’ho visto in un detenuto nel carcere Due Palazzi di Padova, assai più giovane di me. Era per me un incontro particolare, un prete invitato a raccontare qualcosa a chi aveva molto tempo per ascoltare. Lui era calabrese, di una città che conoscevo bene.

Aveva il cranio di mio padre, ma con tutti i capelli. L’ho guardato pensando: così era prima del mio ricordo, perché l’avevo visto sempre con pochi capelli. Era così nelle fotografie prima che io nascessi. Ho saputo che aspettava di uscire da un mese all’altro.

Ho parlato nel modo più schietto, per farmi intendere, senza sforzo di lingua, come quando lavoravo in fabbrica. Nel saluto la sua stretta di mano era diversa, il sorriso invece era il suo. Più di tutto mi manca la sua mano, il palmo intorno al bicchiere.

Racconto a voi queste cose perché so che siete in cerca del volto di Gesù, perché credo che a voi si manifesti spesso. Vi potrebbe succedere, qualche volta, di non riconoscerlo al volo. Ed è peccato, perché le facce vanno intese al volo.

È credenza comune che l’ombra segua il corpo, ma è una convenzione. Se la luce sta alle spalle di chi cammina, l’ombra si allunga davanti e precede i passi. Voi che siete persone di fede, almeno spero, siete accompagnate da un supplemento d’ombra.

Quando vi appare d’improvviso il volto che cercate, vi abbaglia e ve ne difendete. Allora, in attesa del volto indagato, fate caso all’immigrato clandestino, in cui è più facile incontrarlo.

Perlustrate un ospizio dove i figli depositano padri e madri e si fanno orfani di loro ancora in vita. Li vanno a trovare, se ci vanno, una volta all’anno, come vanno al cimitero nel giorno dei morti. Poi cercate nel mercato, all’ora di chiusura, quando una sporta fruga nello scarto, poi guardate la nuvola che va per il cielo sotto il mantice del vento e naviga sul mondo in cerca di una terra da cui farsi mungere, sì, guardate pure la nuvola, siate visionari di volti, scopritori della continua apparizione del desiderato.

Dio, che spediva i profeti, ha smesso da molto tempo. Ora scrive solo sull’alfabeto delle facce. Siamo miliardi per questo, siamo il seguito di un’antica stesura di parole ultime.

In ebraico, lingua intima della rivelazione biblica, la faccia è plurale. Ogni volto è multiplo. Ognuno è molti volti, lo so da mio padre, che si affaccia da varie fattezze.

Perciò il volto che aspettiamo è sparso: prende il naso camuso dell’africano, il taglio delle palpebre asiatiche, i capelli lisci degli indigeni sudamericani, il sorriso della mulatta. Gesù è meticcio. Cerchiamolo ovunque, non saliamo su un monte di vedetta, non lo vedremo arrivare stando in una torre campanaria, ma lo potremo afferrare solo in mezzo alla folla. Quando saremo distratti, lui avrà un violino di riconoscimento, un’armonica a bocca al posto delle campane. Sputerà sulla mano che stringe la vanga e sentiremo all’improvviso il bisogno di chiedergli un po’ di quello sputo per le nostre piaghe, quando saremo nell’ira o quando avremo la febbre.»

Ognuno ricorda e racconta a modo suo, soprattutto noi vecchi, la storia che ha vissuto, perciò questi racconti che ciascuno di noi fa agli altri e a se stesso per riconoscersi, sono diversissimi fra loro, ma si alimentano tutti alla linfa comune che è il vivere.

Tento faticosamente di spogliare le parole per dirvi che vivere è come vedere per un istante questa realtà invisibile, spogliata di tutti i pensieri, i sentimenti, i bisogni e i desideri, che sono i movimenti della vita e il nascondimento della vita. È come risalire alla sorgente navigando su un lunghissimo fiume e trovare un umile getto cristallino che perennemente canta la gioia di gettarsi in un percorso che attraversa città e boschi.

Se osiamo convocare tanti amici e sconosciuti alla Festa di Macondo all’insegna del vivere (il tema quest’anno era appunto «Fatemi vivere o fatemi morire, ma non seppellitemi vivo»), certamente è forte in noi la convinzione che siamo in grado di indicare qualche esperienza nuova, al di là delle varie ginnastiche fisiche e psichiche, che se aiutano molti a rendere più sopportabile la vita, non puntano mai sul cambio di qualità.

Ho partecipato, quest’estate, ai campiscuola di Badia Prataglia (Toscana) e di Troina (Sicilia), organizzati per i giovani, con passione, dai formatori di Macondo. Ho vissuto con loro alcuni giorni. Li ho trovati docili, educati, attenti alle dinamiche, interessati a capire, a discutere animatamente sui principi e sui contenuti teorici, ma scettici e assenti sul futuro, dove, rassegnati come sono, non investono.

Nulla di grave, solo un piccolo sintomo di uno scenario allarmante. Il sintomo dice che i giovani, impegnati o disimpegnati che siano, oggi tendono a vivere intensamente il presente perché, sia che lo ammettano, sia che non lo ammettano, il futuro a loro fa paura.

Con il crollo delle tradizioni, con l’assunzione del denaro come unico valore che mortifica tendenze, inclinazioni, vocazioni, il futuro è diventato semplicemente indecifrabile e non ci sono mappe per orientarsi.

Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, esplosione di violenza, forme di intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra, hanno fatto precipitare il futuro dalla grande positività della tradizione giudaico-cristiana all’enorme negatività di un tempo affidato alla causalità.

Come dicono i due psichiatri francesi, Bensayag e Schimit, autori del libro L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli), il futuro, da promessa, è diventato minaccia.

Mi è chiaro, ogni giorno di più, che la relazione dei giovani con gli adulti è generalmente negativa, direi drammatica, sia in famiglia, sia nei gruppi, sia nelle comunità. La nuova peste della moltiplicazione dei bisogni, creati dalle immagini, distrugge in loro la forza più grande e genuina che hanno, la forza creativa dell’amicizia, unica proposta educativa veramente rivoluzionaria.

Nell’avviare un rapporto con loro, è necessario affidarsi sempre più e in profondità alla persona, ripensando alle sue dimensioni con la politica, con l’economia, l’affettività, la religione. L’amicizia è l’unica speranza di risorgere come persone, riscattandosi dalla lunga ubriacatura mediatica.

Nell’attuale società italiana domina un mercato dell’odio, generato, appunto, dalla moltiplicazione dei bisogni. La fine delle ideologie ha messo a nudo i professionisti della politica. Messi uno di fronte all’altro, totalmente sprovvisti di progetti che guidino la loro attività, sono incapaci di amore verso il popolo, manifestando dolorosamente l’assenza di vere amicizie come relazione disinteressata e gratuita. Non avendo nulla da dare e da insegnare, riempiono il tempo di dissensi e litigi.

A questo punto, tra il futuro/promessa che non c’è più e il futuro/minaccia che incombe, la via potrebbe essere proprio quella del futuro/responsabilità, i cui modi di attuazione, cari giovani, sono esclusivamente nelle vostre mani. Importante è che voi crediate nella vostra forza biologica e spirituale da cui discende il vostro diritto/dovere di fare storia.

Il mondo ha bisogno di uomini che non possono essere comprati, che mantengono la parola, che stimano il carattere più prezioso del denaro, che non esitano a correre rischi, che sono altrettanto onesti nelle piccole cose come nelle grandi, che non scendono a compromessi, che non credono che la furbizia e la mancanza di scrupoli siano la miglior ricetta per il successo, che non si vergognano né hanno paura di difendere la verità anche a costo di andare contro corrente.

Il mondo ha bisogno di uomini che restano fedeli agli amici nel bene e nel male. Il modello di società che abbiamo costruito, e che ora è dominante, è proprio l’antitesi di questo progetto. Abbiamo uomini e donne che si vendono per il successo, che mentiscono a man salva, che si compromettono, che esaltano la furbizia e il denaro, che seguono l’onda dominante, che amano volgarità e stupidità, che ingannano e prevaricano.

Credo che esista una forza uguale e contraria che ha il potere di sradicare questa peste: è la tenerezza di Dio, quella che scese sul popolo schiavo del faraone.

L’icona di Dio, che a nessuno è dato di vedere, è fissata nel Vangelo di Luca. Un Dio che getta le braccia al collo del figlio, coprendolo di baci. Si calma l’angoscia di una lunga attesa senza speranza: «Tuo fratello era morto». Il padre ha sperato che il morto si mettesse in piedi e tornasse a lui. Con questo Gesù ci ha insegnato che la preghiera non è chiedere, ma uno sporgersi su Dio, chiamandolo Padre nostro.

Questa volta ho evitato di parlare di Macondo e delle sue attività (ci saranno altre occasioni per farlo), ho preferito dialogare con voi senza rete, in totale rilassamento, in questa splendida giornata di sole, passata fra le valli e le vette dei Lagorai.

Voglio lasciarvi, a conclusione di questa lunga lettera, proprio come segno della mia fiducia nel futuro, il racconto di una favola, molto semplice, ma assai significativa.

Un naufrago fu gettato dalle onde sulla riva di un’isoletta disabitata. Ogni giorno scrutava l’orizzonte in attesa di un aiuto, ma nessuno si presentava sul mare. Riuscì a costruire una capanna. Un giorno, tornando da una battuta di caccia per procurarsi un po’ di cibo, trovò la capanna in fiamme, mentre dense volute di fumo salivano al cielo. Era ormai disperato. Ma il giorno seguente ecco all’orizzonte una nave puntare verso l’isola. Era stato il fumo a spingerla a dirottare verso quell’isola.

Il senso è chiaro: anche se sul momento non sembra possibile, spesso le nostre difficoltà possono sortire effetti positivi per la nostra felicità futura.

Auguro a voi e a me di conquistare l’ottimismo della speranza, che nessun potente della terra potrà mai strapparci.

Con tanto affetto vi abbraccio teneramente,

Giuseppe Stoppiglia

14 settembre 2004