Lettera di fine estate 2005

La lettera di Giuseppe Stoppiglia ai soci di Macondo e l’invito all’Assemblea dei soci del 13 novembre 2005
Pove del Grappa, 27 settembre 2005

«Due sono le ragioni che hanno provocato il martirio
di Gandhi: il suo rifiuto dell’antagonismo tra le religioni
e il suo rifiuto della violenza come strumento di giustizia».
[Ernesto Balducci]

Amiche e amici carissimi,
sulla piazza del Castello di Marostica, oggi, è tutto un tripudio di luce e di colori. Riscopro il volto delle case, dei fiori, delle persone, sotto un gran cielo azzurro. Un paesaggio splendido, quasi irreale, come una favola.
Tra il piano bar sotto i portici e la piazza, battuta da frotte di bambini eccitati per l’arrivo del sole e della brezza estiva, anche il trio sudamericano modula sommessamente le sue struggenti melodie.
«Io sono argentino» – mi risponde sorridendo il giovane indio – «loro (le ragazze) sono brasiliane. E tu, sei castigliano?».
Col mio scarso spagnolo gli chiedo se conosce le canzoni di Violeta Parra: subito mi accenna la più famosa e mi fa: «Sei del Cile?».
«Sono giusto 32 anni dal golpe» – gli dico – «ti ricordi?». «Eccome no! Ma a te hanno ammazzato qualcuno, torturato, desaparecido?».
«No, amico. A quel tempo ho fatto solo raccolta di fondi… Vennero tanti profughi, sì, tanti esuli cileni, le loro canzoni diventarono le nostre canzoni… Con i versi di Neruda, di Alberti…».
Tutti quei giovani che credevano davvero di combattere per un ideale. Il loro entusiasmo puro e lo squallido opportunismo di intellettuali notabili che pensavano alla villa da comprarsi in Toscana…
«Noi andiamo in giro» – continua intanto il mio interlocutore – «Vieni con noi? Ah, sei italiano» – si sorprende – «sembri anche tu latinoamericano: un hermano! Adesso è tutto così lontano: Allende come il Che, il Papa è andato da Fidel, sì, ma los pobres restano sempre poveri e i ricchi sempre più ricchi, en todo el mundo. Ma se ci rimane la libertà e la vita, possiamo almeno cercare fortuna, tentare l’avventura!».

Trentadue anni dal golpe di Pinochet, trentasette anni dal fatidico sessantotto
. «È tutto da ripensare» – riflette il mio amico brasiliano Edilberto – «il famoso maggio e quello che ne seguì. Ma da voi in Italia che successe esattamente? Dico, dov’eri tu? Nella città, nella scuola, nella parrocchia in cui lavoravi…?».
Che successe? Temo che i ricordi si siano un poco appannati. C’era la Lettera ad una professoressa di don Milani, c’erano gli scritti di Capitini e don Mazzolari, i libri di Ernesto Balducci e di Arturo Paoli, i documenti del Vaticano II. La primavera di Praga e i carri armati sovietici, c’era la collega insegnante, sindacalista cattolica (del dissenso), c’erano i comunisti del dissenso, c’era il campus di Berkeley, c’erano i Beatles, i jeans, i capelloni, i maglioni bianchi col collo alto al posto della cravatta, c’erano i maoisti e i trotskisti, c’erano gli scioperi e le occupazioni, le assemblee, il “tu” rivoluzionario, la contestazione culturale, i “corsi” autogestiti, il rifiuto della lezione cattedratica, il terrorismo ideologico, l’arroganza e il turpiloquio, il casino, il mito dello spontaneismo, la rivoluzione sessuale, la riscoperta di Rosa Luxemburg, insomma la confusione totale.

Come cominciò? A rimorchio delle grandi città
, a effetto ritardato, in seconda e terza ondata, col tipico velleitarismo imitativo della provincia. La necessità di rinnovamento di metodi e di contenuti nella scuola, veniva accantonata per dar luogo allo scontro politico, dove l’autonomia era solo apparente: infatti le centrali erano altrove.
A quel tempo leggevo Russel, per passare poi a Marcuse, Sartre e Camus. Un guazzabuglio da perderci la testa. E la perdemmo, chi più chi meno, in un modo o nell’altro. «Sarebbe ora di fare chiarezza su tanti avvenimenti» – sostiene ancora Edilberto – «raccogliere testimonianze, memorie. Avete avuto anche Gladio, le brigate rosse, mi pare non se ne parli abbastanza».
Già, gli anni 70. Quante tragedie! E la memoria storica dovrebbe includere anche il personale, il privato, perché anch’esso è politico. Lo slogan è vecchio, ma funziona ancora.

Comincio ad avere un bel po’ di primavere e di autunni sulle spalle, devo quindi misurarmi con il senso del tempo che passa; da afferrare sia nella sfera individuale che in quella collettiva, perché la vita scorre nel tempo, nel cambiamento.
Per afferrarlo bisognerebbe provare a dirsi un po’ di verità sui sentimenti che ci suscita.
Sentimenti per il passato, quando era più facile fare certe scelte, che non erano certo gratuite; sentimenti per il presente, dove fatichiamo a riconoscere quanto si siano affermati modelli autoritari, e ne siamo talmente imbevuti in tutte le nostre funzioni quotidiane, da non vederli più.
Dilaga una sorta di “realismo” che non significa null’altro che accettazione dell’esistente, attenersi all’apparente oggettività dei fatti e delle priorità politiche, che impongono decisioni dichiarate obbligate. Si veda la guerra più o meno “umanitaria” o la flessibilità del lavoro, presentate come le sole scelte possibili e ragionevoli, mentre tutte le altre sarebbero viziate di astratto idealismo, di radicalismo etico, di un rifiuto dell’esistente.
Mai come oggi l’opposizione politica esprime una classe dirigente di così basso profilo. Sembrano tanti Buster Keaton che tentano di mettere in piedi una casa acquistata per posta, quando un rivale ha scambiato i numeri delle scatole di montaggio. Peggio ancora, ricordano lo Charlot capitato a guidare un corteo di protesta sventolando casualmente una bandiera rossa.
Per questo, “normalmente” subiamo Berlusconi e la peggiore destra europea, tenuta assieme nelle sue tre componenti (postcostituzionale-Forza Italia, extracostituzionale-An e anticostituzionale-Lega), solo dal progetto di sfasciare il patto fondamentale repubblicano.

Sentimenti per il futuro? Non è facile tenersi in equilibrio
tra il cinismo di chi guarda con occhio disincantato alle tragedie di questi tempi e la disperazione di chi osserva impotente queste ingiustizie.
Noi continuiamo a sporcarci le mani dentro questa storia che è veramente sporca, a correggere la paura, molto politica, del futuro, ma soprattutto a nutrire la speranza dalla memoria di altre vite, di quelli che ci hanno preceduto.

Il bisogno principale dei vecchi, se osserviamo bene, è quello di raccontare. Provate a lasciarvi condurre nel loro mondo andato, come riuscite a seguire un contadino che vi mostra la sua vigna, un artigiano il suo lavoro, o una donna la sua casa. E lasciateli ripetere e ripetere, lentamente. Non fanno mica informazione. Fanno tradizione, unità umana. Sono maestri, anche narrando banali vicende. Guai se si chiudono nel silenzio, se seppelliscono tesori che nessuno ritroverà. Se li ascoltate, saranno meno soli nell’abitare quel mondo. Perché è là che essi abitano. E chi ci viveva con loro adesso è silenzioso, invisibile a tutti, non a loro.
Raccontare è vivere di nuovo i giorni già vissuti, rivedere i volti e riascoltare le voci tramontate. È anche risalire la rapida del tempo. Ma il racconto è soprattutto nutrimento per chi viene dopo e in quel tempo non c’era. Permette di vivere più tempi, più vite. In qualche modo rivivono i morti, ma anche i vivi vivono di più. È l’unica vera macchina del tempo. È una miseria avere solo il presente. Troppo poveri i giovani senza i vecchi.

Ho partecipato, come ogni anno durante l’estate, ai campiscuola organizzati da Macondo.
Il primo, presso la Cittadella della Pace alla Rondine di Arezzo, l’altro, con una delegazione di giovani delegati del sindacato edili della Cisl, assieme a un folto gruppo (25) di giovani bosniaci, a Zenica (Sarajevo).
La struttura dei percorsi formativi ha fatto emergere chiaramente che la pace non è solo contro la guerra, ma è anche, e soprattutto, contro le radici politiche, sociali, religiose ed economiche della guerra. La pace non è tanto un traguardo, quanto una dimensione della vita e della lotta per la vita.
In un’Italia che soffre di afasia, che non grida più, che non si scandalizza, che non si indigna, che ha smesso di scendere nelle strade e nelle piazze per far sentire la sua voce, un popolo in coma virtuale che si sveglia soltanto per sbranarsi nella suburra calcistica, brandendo il pallone come clava dei cavernicoli, si scopre che una parte consistente di questo Paese è più avanti di chi la governa, e anche di chi si oppone a chi la governa. C’è, però, anche una complicità delle coscienze, una agghiacciante indifferenza, una sordità morale che ci rende ottusi, lasciando vibrare soltanto le pulsioni peggiori di una società senza etica e senza regole.
Campiamo in qualche modo, fra curve sud e ciarpame televisivo, fra una vampata di vergogna e una scarica di adrenalina, mentre i telegiornali spremono per giorni il limone della sciagura aerea dei poveri pugliesi in vacanza, ripetendo sempre le stesse, inutili cose, pur sapendo di predicare nel deserto perché la gente ha imparato che simili liturgie mediatiche non hanno niente a che fare con la pietà, con la solidarietà umana e con la fratellanza.

Del convegno sulla felicità, svoltosi ad Asiago alla fine del mese di agosto u.s., troverete sul sito www.macondo.it la trascrizione delle relazioni e sul n. 60 di Madrugada (in uscita a dicembre) un resoconto dettagliato e puntuale di Gaetano. Devo dirvi che ci ha sorpreso enormemente il forte interesse suscitato, la grande partecipazione di adulti, e la pressante richiesta di continuare su questa strada.

Non abbiamo voluto perdere tempo. In occasione dell’Assemblea nazionale dei soci di Macondo (obbligatoria, per statuto, ogni tre anni, per il rinnovo delle cariche, in scadenza proprio nel mese di novembre), abbiamo deciso di riprendere la riflessione su altri temi di grande attualità: la crisi del volontariato, vivere tra violenza e tenerezza, interiorità e cambiamento, gioia e fatica del vivere.

Per questo Vi invito a partecipare e ci diamo appuntamento

DOMENICA 13 NOVEMBRE 2005
Casa “Fanciullo Gesù”

Contrà Campana – Tonezza del Cimone (Vicenza)
tel. 0445/749062

Nella scelta della località e della struttura abbiamo voluto favorire le famiglie con bambini (per i quali ci sarà l’accompagnamento di un’assistente) in un luogo splendido e accogliente di montagna. Chiediamo comprensione agli amici delle altre regioni per la testarda preferenza del Veneto (siamo diventati vecchi e pigri)!
In questi anni abbiamo camminato tanto, abbiamo speso energie e consumato scarpe. Viene la sera, aumenta la fatica, seppure laboriosa. Mi piacerebbe, perciò, che foste presenti in tanti (tutti?) a questo appuntamento, anche per scoprire assieme il mistero che porta ad altro mattino.
Ha scritto Norberto Bobbio in un suo celebre dialogo con Togliatti a metà degli anni ’50: «Sono convinto che se non avessimo imparato a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell’isola della nostra interiorità privata o ci saremmo messo al servizio dei vecchi padroni. Tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove custodire i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l’inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose».
Pietas: parola che comprende la rettitudine e la tenerezza, qualcosa di molto chiaro e di concreto come gli atti di sorreggere e soccorrere qualcuno in difficoltà. «Non c’è in un’intera vita qualcosa di più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti al collo, possa rialzarsi» (Luigi Pintor).

Vi prego, non lasciateci soli. Continuiamo con ardore e gioia nella nostra strada, perché la vita si trasformi lentamente in cose umane da fare, in chiari pensieri e affetti.
Arrivederci a domenica 13 novembre. Vi abbraccio tutti e ciascuno con affetto e tenerezza,

Giuseppe Stoppiglia