Lettera di fine estate 2006 del presidente

Lettera di fine estate del presidente ai soci e simpatizzanti
Pove del Grappa, 8 settembre 2006


«Dov’è Dio? Non lo so.
Non ho visto quel Signore.
Deve essere là che digiuna
alla mensa del padrone».
[Atahualpa Yupanki]


«Chi ha consapevolezza
costruisce la propria ora,
non aspetta che accada».
[Canzone brasiliana]

 

Amiche e amici carissimi,

quanti bambini oggi si precipiteranno piangendo verso la loro mamma dopo essere caduti, dopo essersi “fatti male” e la mamma soffierà sul dolore: «Ecco fatto… è passato». Ancora qualche singhiozzo, due o tre lacrimoni sulla guancia, il visetto si placa. Come può un soffio di tenerezza guarire in un istante?
Si vedono talora donne e uomini riunirsi per lenire un dolore, per resistere a una violenza subita, per ritrovare il filo della speranza, come se uno slancio interiore li animasse improvvisamente, un medesimo respiro, uno spirito comune. Una brezza d’umanità generosa e inventiva… e attorno a loro il male indietreggia, rinascono sorrisi, la vita ridiventa viva.

A Igaporà, a sud-ovest della Bahia, immerso nella bellezza sconvolgente del sertão brasiliano, mi sento come folgorato, immobile e fuori dalla corrente del tempo. Qui si vive in un mondo segreto. Gli orologi non segnano il tempo, la durata è misurata dall’intensità dei sentimenti e, dato che il mondo esterno non conta i minuti, i momenti diventano ore e le ore diventano momenti. I giorni sonnecchiano le loro dodici ore al sole e dormono le altre dodici, avvolte nel manto delle tenebre.
Nere e gonfie masse di nuvole stanno avidamente bevendosi la luce dorata della scena che mi sta davanti. La pioggia deve essere vicina, perché la brezza è umida come lacrime. A voi riuscirà difficile capire esattamente quale importanza assuma, in questo luogo, l’arrivo delle nuvole e quanta gente osservi con ansia il cielo, salutando il loro arrivo.
Provo una grande tenerezza per questi contadini, grandi e disperati bambini della Provvidenza. Non sanno sbrigarsela da soli e hanno bisogno d’essere imboccati, altrimenti sono finiti. Quando il seno della madre Terra diventa asciutto, essi sanno soltanto piangere, ma appena la loro fame viene soddisfatta, dimenticano tutte le sofferenze passate. Ho per loro la stessa qualità d’affetto che ho per i piccoli, ma con una differenza: essi sono ancora più infantili. I bambini crescono col tempo, questi adulti/bambini non lo faranno mai. Un’anima mite e luminosamente semplice splende attraverso il loro vecchi corpi rugosi e consumati. Se esiste una corrente sotterranea, attraverso la quale le anime possono comunicare tra loro, sono certo che la mia benedizione sincera li raggiungerà.
Non so se l’ideale sociale di un’equa distribuzione della ricchezza sia attuabile: se non lo è, il sistema distributivo della Provvidenza è davvero crudele e l’uomo una creatura disgraziata.
Quelli che considerano un sogno utopico la divisione delle risorse del mondo, in modo tale che ciascuno abbia una casa, un pezzo di pane e un vestito, affermano una cosa terribile.

Perché persone profondamente religiose, che sembrano aver fatto della religione il senso unico della vita, sono così disorientate nelle scelte politiche al punto da trovarsi sempre dalla parte dell’oppressione e mai della liberazione dell’uomo?
Perché, pur volendo imitare Cristo povero, non riescono a capire l’economico come valore religioso e cadono nella complicità con coloro che usano l’economico come strumento per dare morte all’altro?
La risposta è molto importante e segna una discriminante netta. Perché hanno collocato la trascendenza, l’esperienza di Dio, l’esserci per gli altri di Gesù Cristo, fuori dalla vita. Hanno usato, in quanto religiosi, lo spazio del sacro, che la Chiesa ha fornito in abbondanza, come fuga dalla giustizia e non come responsabilità del “pezzo di Dio” che abita in noi e della sua custodia.
Una sorta di presunzione dell’uomo religioso di salvarsi da solo, mentre la vera conversione comincia quando l’uomo dona la vita per l’altro: senza questo movimento di uscita da sé, tutto il resto è avvolto nell’illusione.

Tra giugno e luglio sono stato alcune settimane in Cile e in Brasile. Ho incontrato tanti amici. Ho vissuto la gioia della condivisione e del dialogo con gli animatori dei progetti per i bambini di strada e le bambine violentate e incinte.
Questi brevi ritorni sono sempre ricchi di emozioni e di speranze. Nonostante le mille contraddizioni, anche nelle indescrivibili e orribili favelas, dove vivono milioni di sradicati, rifiutati, mai vinti però… c’è ancora, in tanta gente, una sorprendente esuberanza di valori umani e fermenti genuini di fede cristiana, espressi nella comune povertà.
Se il luogo teologico di Dio è la relazione fra gli uomini, è sempre viva in me l’attesa di vedere la pratica cristiana espressa nell’impegno profetico di mettere al primo posto, anteriore alla preghiera e all’adorazione di Dio, il diritto e la giustizia.
Se la prospettiva di una vera fede è il primato dato alla prassi, perché viene dimenticato dalla cultura cristiana, che privilegia sempre l’ortodossia?
La mia speranza non è, però, delusa del tutto. So che le comunità ecclesiali di base vegliano nel silenzio, attendono il momento opportuno di rientrare nella storia reale del continente latino americano, ancora dipendente e oppresso.
Sono sicuro che l’America Latina è la parte dell’occidente destinata a un’inculturazione del messaggio cristiano più incarnato, più realista, più storico e più libero dalle mostruose contaminazioni politiche ed economiche che hanno tolto vigore all’annuncio di pace e di giustizia di Cristo.

Il 28 agosto scorso è morto a San Paolo il vescovo Dom Luciano Mendes, figura eccezionale che aveva guidato con grande saggezza la Conferenza Episcopale Brasiliana nel momento doloroso dell’attacco frontale alla teologia della liberazione.
Un altro amico che ci lascia. Sono tanti, troppi. Avanzando nell’età mi sono accorto che si entra più dentro al mondo silenzioso dei morti, cari e amici. Ne ho ricavato due riflessioni.
La prima è che l’amicizia è il più grande dono della vita e nel giorno del dolore e del lutto è il più grande conforto. Anche la fede, certamente, ma la fede non è di tutti. L’amicizia può essere a volte anche tesa, ma nei momenti alti e ardui della vita, com’è la sofferenza e la morte, diventa pura vicinanza, presenza, affetto (ad-facere, farsi vicini) anche sobrio e calmo, persino tacito. La persona più scettica o disperata, se non ha nulla, ha così un amico vicino, sincero, almeno l’offerta di una tale presenza. È molto.
La seconda riflessione è che, tra le tante, varie, opposte cose della vita, ciò che resta e vale e dura, è l’amore, anche i nostri amori imperfetti. Chi muore lascia il bene che ci ha dato, il bene che ha suscitato. Di tutto ciò che era, ora egli è quel bene. Sopravvive l’anima? Il bene, quel bene personale, sopravvive, immortale.
Di nuovo gettato nel rischio, ma vivente. Chi muore chiama a raccolta le amicizie, chiama i vivi a vivere. La morte distilla la vita. Anche nelle vite meno eccellenti, c’è qualcosa di bene. La sostanza della vita, il suo segreto che non muore, è il bene. C’è una vita che vive per noi, attraverso di noi, nel più intimo di noi. Chi muore ci insegna così, anche senza saperlo, a vivere. Siamo tutti responsabili degli altri e debitori verso di loro.

Alla base delle attività di Macondo vi è la ricerca di una spiritualità che accompagni e orienti il vivere quotidiano. In ogni tempo e in ogni cultura emerge, come necessità profonda dell’uomo, l’interrogativo sul significato della vita e di orientare il proprio vivere in una direzione di senso. Ed è per questo che cerchiamo di promuovere, nell’arco dell’anno, momenti e incontri, mirati alla riflessione e al dibattito.
L’estate scorsa per i giovani sono stati organizzati due campi/scuola: il primo a Tuzla, in Bosnia, con la collaborazione del sindacato Filca Cisl. Un momento educativo di rara intensità: 80 giovani (italiani, croati, bosniaci, serbi), 35 sindacalisti (italiani e bosniaci), uno staff composto da animatori, musicisti, artisti, attori.
Il secondo al Lago Trasimeno. Ventidue giovani, tra animatori e partecipanti, hanno cercato, in una settimana vissuta assieme, di ritrovare il gusto, la fiducia all’ascolto e la consapevolezza che è possibile resistere alle insidie del consumismo e dell’insignificanza dilagante.
Per gli adulti e le famiglie è stato organizzato, invece, ad Asiago dall’1 al 3 settembre un convegno su Gerusalemme perduta: la globalizzazione uccide lo spirito?
L’interesse suscitato è stato altissimo, sia per il numero dei partecipanti, sia per gli argomenti affrontati con eccezionale bravura dai relatori, ma anche per il clima di gioiosa comunicazione che si è creato.

Dall’America Latina e dall’Africa, dove siamo impegnati con le adozioni a distanza in progetti educativi per i bambini di strada, continuano a pervenirci richieste di aiuto e di collaborazione.
Oltre che dal Brasile, dall’Argentina, dall’Angola e dalla Sierra Leone; arrivano sollecitazioni a collaborare anche dal Kenia, dalla Bolivia, dalla Guinea Bissau e dal Mozambico.
Cosa fare? Quali iniziative intraprendere senza cadere nell’assistenzialismo?
Conosco le vostre perplessità, i vostri dubbi e vi posso assicurare che sono anche i miei, ma non possiamo stare fermi, impassibili.
Singole persone, famiglie e diversi gruppi hanno deciso di creare reti, coscientizzare, educare alla responsabilità, andare sul posto per alcuni mesi (Paola e Debora, i coniugi Cavina, ecc.), avviare rapporti di collaborazione e di scambio con alcuni progetti in Chiapas, in Brasile, in Angola, in Guinea Bissau e in Argentina.

Significativa è stata anche la scelta di Anna Realdi e Alberto Gaiani per il loro matrimonio. A parenti e amici hanno chiesto di sospendere l’acquisto dei regali, invitandoli invece a devolvere l’equivalente in denaro a sostegno di alcuni progetti per i bambini poveri, conosciuti in un precedente viaggio in Argentina. Il totale raccolto è stato di 15.000 Euro.
Fare questo ci aiuta a non perdere di vista la profondità del reale, recuperando nello stesso tempo il centro della vita. Un modo, questo, per guarire da una ricerca esasperata del futuro, di quello che non c’è, operando delle scelte concrete che partono dentro di noi. Non c’è salto spirituale, se non c’è accoglienza consapevole e libera di persone e gruppi.
Lo so, nell’attuale situazione di smarrimento non è facile, ma occorre partire, fare il primo passo, andare incontro all’altro con le mani colme delle nostre diversità.
Niente nella vita s’improvvisa, ma tutto avviene attraverso un processo graduale, che matura gradualmente. Per questo occorre recuperare il silenzio, i simboli, la convivialità e la politica, in una parola: spiritualità.
Vi imploro: non isolatevi, non accettate l’insulto del consumismo e del perbenismo, i costi più alti li pagheranno i nostri figli.
Pier Paolo Pasolini, in un’intervista rilasciata al giornalista Gideon Bachman, pochi mesi prima di morire, affermava:
«Ognuno odia il potere che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza
il potere di oggi, 1975. È un potere che manipola i corpi in modo orribile,
che non ha niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler.
Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo
dei nuovi valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo, che compiono
quello che Marx chiama genocidio delle culture viventi, reali, precedenti…».

L’anticipazione è veramente profetica, visto il vuoto di cultura e di spiritualità in cui ci troviamo a vivere. Quando la libertà è concessa dall’alto e non è maturata dentro di noi, è una falsa libertà. Per questo siamo chiamati a resistere e a camminare assieme.

Vi ricordo uno a uno e vi abbraccio con tenerezza e affetto,

Giuseppe Stoppiglia