Lettera di Natale 2000

Si sta chiudendo l’anno giubilare. Era iniziato con un grande proclama: "Ecco il tempo favorevole per i poveri e gli oppressi, tempo in cui verranno distribuite le ricchezze e cancellati i debiti". Cos’è cambiato nella vita di tutti i cittadini che hanno riempito l’evento? Cos’è cambiato per i poveri e gli oppressi che hanno ascoltato con disillusione l’annuncio di un anno di grazia? Poco, davvero poco. La panoramica dei luoghi del disagio, delle ingiustizie, delle guerre, della schiavitù che invade il globo, resta vagamente e distrattamente sullo sfondo dei nostri orizzonti di vita.

"Il caso non esiste,
perché il caso è la provvidenza degli imbecilli,
e la giustizia vuole che gli imbecilli
siano senza provvidenza".
[Leon Bloy]

Amiche e amici carissimi,

col mare, se debbo essere sincero, ho sempre avuto un’amicizia infida, un’ammirazione con molte riserve. Siamo tuttavia due amici in guardia l’uno contro l’altro, pieni di sorrisi, ma distanti: è come se ci dessimo del lei. Io non perdono a lui di avermene fatte tante; lui non mi perdona l’irriducibile mancanza di confidenza. Alla montagna, invece, ho sempre dato del tu. Sono un uomo di montagna, un montanaro che non si convertirà mai ad altro. Nato in montagna, le sono rimasto attaccato con l’anima e le viscere. Solo la montagna, in definitiva, riesce a riposarmi. Come il mare mi eccita, la montagna mi estasia. La montagna, la fedele, la misurata, la dolce compagna: solo lei riesce a darmi la pace. Questo per dirVi che Vi scrivo da casa, dalla mia valle e sono in pace. Qualche giorno fa mi son sorpreso, senza volerlo, a pedinare un uomo che parlava da solo. Il più solo che c’era in città, ma camminava come fosse il padrone della città. Vestiva una strana regalità che lo salvava dal ridicolo. Poteva essere morto a tutto e a tutti, ma qualcosa dentro di lui – forse la memoria più felice o la presenza più invisibile della sua vita – non si rassegnava a tacere e a morire. Sul marciapiedi crivellato da tacchi altissimi e da gambe di nylon, fra quella vegetazione veloce di manichini vestiti impeccabilmente, egli era come sperso in una foresta. Il parlare soltanto a se stesso, quella sua incapacità di soggiacere ai bisbigli della strada, spaventava e consolava. Ho pensato: c’è ancora qualcuno che non ha paura, né vergogna del proprio dolore e ne parla ad alta voce. Tuttavia trova il modo di non gettarlo addosso a nessuno, né ad un professore di psicanalisi, né ad una moglie sfibrata. Aveva ritrovato il segreto della sintesi fra parola e silenzio.

Chi non parla di sé oggi? Fra i giovani, malati un po’ di cultura più o meno esistenzialeggiante, è invalso addirittura il vezzo di sciorinare gli uni davanti agli altri persino la biancheria intima e meno pulita della propria anima. E fra tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, raffinati e grezzi, la fraternità, la parentela, l’amore non sono stati ridotti che a motivi più o meno giustificati per appuntare sul prossimo, come spilli, i propri pareri e, soprattutto, i propri dispiaceri. E ciò in un fiume di parole concitate e frenate ad un tempo, esacerbate e conniventi, con una crescente e paurosa falsificazione di tutti gli autentici significati della parola stessa. Il dolore – quello vero – rimane sotto le finzioni e i malintesi come un’ultima vena d’acqua tiepida sotto un crostone di ghiaccio. Ciò che rimane visibile, tangibile, ascoltabile, non è che una rielaborazione arbitraria di esso. Forse quell’uomo era come tutti: ha provato per anni, come tutti, a parlare, a fingere, a tacere e ad ingoiare. Finché, un giorno, qualcosa che io non saprò mai, si è rotto nella sua vita e nella sua testa, ed egli è diventato libero, affrancato, bene o male, da tutti i legami della convenienza e della falsità. Voglio bene a questo pazzo. Non mi uscirà più dagli occhi. Ha il coraggio di parlare con se stesso, ad alta voce, proprio mentre tutti, sempre più, sempre peggio, evadono dal colloquio con se stessi e si scaricano, come fucilate di bile o di tenerezza, sul prossimo.

Vorrei seguire il mio pazzo, ascoltare qualcuna delle sue strane parole. Parla a voce alta, gesticola, dovrei capire bene. Eppure non capisco nulla. Per capire, la voce non basta, il gesto nemmeno: bisognerebbe andare con i nostri occhi dove vanno quegli occhi. Il paese da cui vengono, però, e al quale ritornano, inseguiti da questa solitudine della città febbrile, non ha i semafori rossi, davanti ad uno dei quali l’uomo si è fermato di colpo, senza più parola o gesto: simile a me, più triste di me. Si sta chiudendo l’anno giubilare. Era iniziato con un grande proclama: "Ecco il tempo favorevole per i poveri e gli oppressi, tempo in cui verranno distribuite le ricchezze e cancellati i debiti". Cos’è cambiato nella vita di tutti i cittadini che hanno riempito l’evento? Cos’è cambiato per i poveri e gli oppressi che hanno ascoltato con disillusione l’annuncio di un anno di grazia? Poco, davvero poco. La panoramica dei luoghi del disagio, delle ingiustizie, delle guerre, della schiavitù che invade il globo, resta vagamente e distrattamente sullo sfondo dei nostri orizzonti di vita. Ci si concentra, invece, da parte di non pochi voyeur di oggi, ad osservare dal buco della serratura le mosse di pochi fantocci reclusi in un "laboratorio", sotto il controllo del Grande Fratello.

C’è uno sferzante aforisma di François La Rochefoucauld che potrebbe essere illuminante al riguardo: "Le menti mediocri condannano abitualmente tutto ciò che oltrepassa le loro capacità". La mediocrità, indubbiamente, non sopporta tutto ciò che si leva sopra la sua pianura. La meschinità è, infatti, sorella della mediocrità e non si placa finché non ha reso mediocre tutto ciò che tocca. L’equilibrio ed il giusto mezzo non sono mediocri, perché la persona mediocre in realtà cerca di riportare tutto verso il basso della sua grettezza. Per questo Dio detesta più la tiepidezza mediocre del male, perché nella colpa può sbocciare il pentimento e fiorire la conversione, mentre nella mediocrità l’uomo si accomoda appagato e si considera giusto e ragionevole, sereno ed equilibrato. Un certo buon senso è la cartina di tornasole della mediocrità, nel senso che spegne ogni ardore ed umilia ogni ideale. Infatti, reputiamo persone di buon senso quelle che la pensano come noi. I veri profeti hanno sempre dato fastidio in nome di Dio. Amos, quando si mette profetare a Betel, si sente dire: "Questo non è un posto per te, perché qui c’è il santuario del re. Quindi non permetterti di venire a portare i tuoi discorsi provocatori" (7, 12-15). Dove sono oggi i profeti che danno fastidio ai potenti? Gesù era mite ed umile, ma non moderato, tanto che certe sue parole, quando denunciava l’idolatria del potere e del possesso, avevano l’incandescenza del fuoco. È triste, però, quando si parla di cattolici, pensare sempre a quelli che debbono costituire l’ala moderata della società. Non è nella religione trionfante ed imperante che Dio si rivela, ma nelle piccole chiese, in ascolto delle più sottili voci silenziose che si presentano alle coscienze trepidanti, in attesa sulla soglia delle grotte più solitarie (1 Libro dei Re).

A settembre, con padre Edilberto, sono stato in Israele e nei territori palestinesi, anche per aprire nuovi incontri ed itinerari per Macondo. Da quella travagliata realtà possiamo ricavare, indubbiamente, importanti lezioni per tutti. In questo autunno si è scatenata una spirale di violenza che fa strazio dell’umano. Le ragioni vengono da lontano, le conosciamo bene, e oggi sorgono soprattutto dalla tragica compresenza di due grandi debolezze e paure. Debole Arafat che non riesce a controllare le frange estremistiche del suo popolo umiliato, povero, quasi senza terra; debole Barak, privo di maggioranza, che non ce la fa a frenare le debolezze di Israele, il quale non potrà continuare all’infinito nell’altalena di accordi e rinvii. Presi dalla paura, i palestinesi, che temono di venire ancor più schiacciati, e pure gli israeliani, dominati dall’assillo dell’accerchiamento operato da un mondo arabo ostile. Che fare? Purtroppo, ed è atroce scriverlo, oggi soluzioni definitive non ce ne sono. C’è troppo odio, troppa rabbia, troppa diffidenza da una parte e dall’altra. Oggi il volto della pace… è quello di una tregua che ponga fine almeno alla voce delle armi. Troppi viaggiano in Israele e nei territori palestinesi per toccare le pietre "sante". Questo è un cattivo uso della memoria, anzi, troppo spesso è falsificazione o interpretazione di parte. Meglio, molto meglio, un viaggio fra persone, come da sempre propone Macondo.

Dopo un percorso lungo di sofferenza e di dolore, nel luglio scorso, Maria ci ha lasciato. Un’assenza smisurata. Un dolore profondo, una solitudine che si allarga e ferisce sempre di più. Ora che, con mamma e papà, mi sta aspettando sull’altra sponda, senza lacrime, credo di aver capito quanto mi ha voluto bene, e quanto bene mi ha fatto. C’è una fede che nasce dalla pienezza ruvida del Vangelo e che l’esperienza quotidiana della sofferenza modella, plasma, cuce addosso come un abito che resta attaccato alla pelle anche quando i tempi mutano e mutano le anime. Di questa fede, che è dentro le viscere di terre che, pur distanti, si somigliano nelle stesse curve fra pianura e montagna; di questo senso del divino che è sporco del sangue di Cristo, del Cristo che è Ultimo fra gli ultimi, ribelle fra i ribelli, anarchico fra gli anarchici, là dove non c’è né fiato, né odore di salvezza, è figlia Maria. La solitudine è una delle infelicità più dure dell’uomo, sempre, ma specialmente delle creature del nostro tempo. Soffrirla e averla sofferta, mi aiuta a comprenderla, a sentirne la presenza e l’insidia negli altri. L’essere prete, per me, oggi, credo sia prima di tutto una lotta amorosa ed implacabile contro le forme di solitudine in cui si dibattono nel loro cuore, gli uomini e le donne. Vorrei dirti grazie, Maria, di avermi lasciato solo per costruire la liberazione nell’abbraccio con l’Altro, ma ancora non ci riesco. Macondo come sta? Cambia o continua? Si ferma o avanza? Cresce o perde colpi? Spera o è avvelenato dal morso della bestia? Camminiamo ancora spediti, anche se personalmente sento la fatica del viaggio o il peso di riprendere ogni giorno lo zaino. Sento l’urgenza di essere affiancato per tracciare la direzione di marcia. Ormai, sempre più spesso, mi scopro seduto, e con le parole dell’amico David M. Turoldo, che mi martellano il cuore:

"Tempi malvagi mi sono toccati in sorte, stagioni che non accettano a mutare. È notte? Una grande notte incombe sulla chiesa. Il concilio, uno scialo di speranze. Sempre più rara, dovunque, la Parola; mentre di inutili parole, a ondate, rimbomba il mondo".

Non ci sono soluzioni. Ci sono solo forze in cammino. La casa di Rio de Janeiro dal novembre scorso è stata riaperta. La gestione e l’organizzazione sono curate da due suore, le quali, però, condividono gli stessi obiettivi e gli stessi contenuti di Macondo. Ad Alcobaça, in Bahia, presso il CELS diretto da Salvino Medeiros, c’è la casa "Maria Stoppiglia", aperta all’ospitalità e all’accoglienza. Da più di un anno è in funzione a Santarem, all’interno della foresta, la "Casa Donna Gloria", per ospitare tutti coloro che volessero vivere in contatto diretto con la natura e i suoi abitanti. Evito di elencare le attività (numerose) promozionali e formative organizzate in Italia nell’ultimo anno. Mi preme, invece, ricordare, la continuità di scambio e di collaborazione solidale con alcuni progetti educativi che vedono come obiettivo centrale il recupero dei bambini di strada e la promozione di spazi aggregativi nelle favelas. Mi sento umiliato a ricordarVi come l’inquietudine e la speranza per la giustizia ci abbiano sempre accompagnato in questo cammino che è la storia e la vita di Macondo. La "soddisfazione" e il "successo" non sono cose di chi cerca, in un modo o in un altro, i segni di un tempo nuovo.

Sappiamo che la speranza è sempre più esigente e più umile di ogni inquietudine o fatica: più esigente perché chiede il coraggio di una scelta, più umile perché chiede la forza del confronto comune. Non ci si salva da soli; non è speranza il sospiro rassegnato cui fa eco la parete del proprio guscio. Spera solo chi si sente respirare dal respiro corale della vita. Per questa speranza Macondo esiste, per questa speranza lotterà per esistere ancora: per il tempo che le sarà dato. La Tua adesione a Macondo (confermata anche per il 2001 a Lire 50.000) oppure il Tuo abbonamento a Madrugada (per il 2001 sempre Lire 15.000), è un brano di questo tempo, è l’investimento di una speranza comune.

È il mio abbraccio natalizio, baciandoVi con tenerezza uno ad uno.

Giuseppe Stoppiglia

Pove del Grappa, 15 dicembre 2000