Lettera di Natale 2002

la lettera del presidente ai soci e simpatizzanti
«Illumina ciò che ami
senza toccarne l’ombra».
[Christian Bobin]

Amiche e amici amatissimi,

un uomo giusto pregava Dio con insistenza perché il suo nemico non lo odiasse più, ma diventasse un po’ più buono. Pregò così per tanti anni, per tutta la vita, ma il nemico continuava ad odiarlo. Finalmente quell’uomo morì e, presentatosi davanti a Dio, gli chiese conto della sua preghiera non esaudita. «Ma guarda -gli rispose Dio- che l’ho esaudita. La tua preghiera ti ha preservato dall’odiare il tuo nemico».
Il famoso caposcuola Abu Hamifah aveva un vicino, ebreo, il cui tubo di scarico del cesso sboccava nella casa di Abu Hamifah, che per vent’anni pulì ogni giorno quello che gli cadeva in casa e lo portò all’immondezzaio, senza che l’ebreo ne sapesse mai niente. Finalmente lo venne a sapere; pianse, si presentò a lui e divenne musulmano [dalla vita di ‘Ali Zein al-Abidin].

Ogni volta che ritorno a Comacchio scopro l’impronta e il profumo di tutti i percorsi fatti. Una città e un popolo che amo profondamente, staccarmene mi è sempre più doloroso ed impossibile. Il 15 ottobre mi ha chiamato al suo funerale Massimo Cavalieri, morto a cinquant’anni per un tragico incidente di caccia. Uno schianto dell’anima, perché Massimo era tra i miei figli prediletti e quel giorno, implacabilmente, mi è apparsa alla memoria, grondante di nostalgia, tutta la sua vita, dedicata alla conquista di una mentalità scevra da pregiudizi e di grettezze. Illuminata.
Vitale ed esuberante, con due figli ben sintonizzati, Isabella un vero angelo, col suo bel viso fresco, incorniciato di biondo, e una gran voglia di storie da udire e da raccontare. Ora Massimo non c’è più, ma vive tra noi, con i lunghi occhi sognanti, il suo idealismo intatto, le sue escursioni in valle, la caccia, la pesca, le notti a dialogare… un idillio poetico. Penso a lui e a tutti quelli come lui, che credono ancora nel messaggio, nella testimonianza della Parola. Di lui sono orgoglioso.
Gli occhi di Sandra non hanno più lacrime e si sono essiccate anche le parole. Dio d’amore, potrai tu compensare l’amore che le fu tolto?

Dove va Macondo? Quali ipotesi, mete, contenuti sono emersi dalla recente Assemblea generale? Come sta la mia vita? L’ho già detto altre volte, ma ne sono sempre più cosciente, il mio percorso è di uno che cammina non avendo un piano, o delle forti convinzioni teoriche, ma quello di uno infinitamente dipendente dagli incontri fatti, su tutte le strade. La cronaca assomiglia a degli appunti di diario, che hanno come unica continuità quella di essere domande per le quali non ho risposte, ma solo echi e desideri.
Ultimamente mi sono chiesto: il cammino della giustizia (che poi si traduce in solidarietà, equità…), il cammino dell’amore (che poi si traduce in accoglienza, libertà, uguaglianza, condivisione…) in nome di chi li presento? È chiaro che la fonte della mia esistenza è il Vangelo, tradotto nell’immagine di un povero che indica ad un altro povero dove possono mangiare assieme.
L’intuizione di poter vivere il Vangelo, senza vivere del Vangelo, ha ispirato tutta la mia vita e le scelte conseguenti. L’intuizione di una fede "povera", ricondotta all’osso delle sue espressioni ed al tempo stesso piena di energia e di vivacità secondo la parabola di Marco (4, 26-27): «Il Regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa». L’Evento non è qualcosa in mano a qualcuno, qualcosa che si possa controllare, né si affida alla gestione di qualcuno. Vive di luce e forza propria. La finalità dell’evangelizzazione è perciò quella di favorire un’obbedienza al mistero, un’introduzione al percorrere le strade aperte all’avvento di Dio.

Stiamo invece vivendo un momento in cui c’è uno spostamento verso l’istituzione, spesso a scapito di una ricerca evangelica. Viviamo in una chiesa dove si parla troppo e di tutto, con la tendenza a tutto controllare, a ricondurre tutto nell’alveo.
Intanto il mondo è sempre più infelice. Sono più infelici i poveri, perché sempre più numerosi e sempre più poveri, sono infelici i ricchi, perché non abbastanza ricchi e sempre più insicuri.
Dove cercare? Io penso che bisogna cercare innanzitutto dentro di noi. Cos’è che veramente vogliamo? Cosa ci rende felici e che cosa rappresenta solo una felicità passeggera, illusoria, facile da acquisire, ma spesso pericolosa per i rapporti interpersonali che, se incrinati, possono vanificare ogni nostro sforzo?
Personalmente preferisco dimenticare la porta di casa aperta che essere ossessionato dalle serrature antiscasso e dagli antifurti perché ho delle cose da difendere. Il Signore, di cui tento di essere discepolo, mi ha insegnato a chiedere il «pane per oggi», che significa tutte quelle cose necessarie per una vita serena, dignitosa e anche gioiosa: un tetto, un lavoro, un vestito, pane e istruzione, cure mediche. È un pane che non si può capitalizzare, altrimenti diventa come la manna del deserto che, se raccolta in sovrappiù, marcisce e fa marcire i rapporti tra gli uomini.
Pane per tutti, dunque, obiettivo da realizzare, anche attraverso i nostri vecchi e onesti ideali di ispirazione cristiana, liberale o marxista, non più in contrapposizione ideologica e preconcetta, ma pensati in modo dinamico nella sola prospettiva del bene comune.

Dovremmo cercare nell’esperienza e nelle tradizioni di altri popoli -penso a tutta la tradizione orientale- che potrebbero dirci qualcosa di interessante se le nostre orecchie non soffrissero di presuntuosa sufficienza. Infine, chi crede in Dio dovrebbe avere la capacità di non perdere nulla dell’uomo. Chi crede dovrebbe riuscire a valorizzare tutti gli spazi, tutte le direzioni dell’umano. La fede mi dà tali orizzonti, tali spinte da farmi allargare il senso di attenzione, perché non mi sfugga nulla. La laicità, intesa come attenzione a tutto l’umano e a tutte le dimensioni dell’azione umana, mi dà la capacità di essere profondamente libero.

Il tempo che viviamo mi sembra senza memoria, un’epoca vuota che esclude ogni attesa essenziale, ingenera fatalismo e fa crescere le patologie del nostro rapporto col tempo (velocizzazione, frammentazione, produttività). Eppure è un tempo che interpella la speranza, che è capacità di futuro e rende visibile, cioè a misura di uomo, il presente. È chiaro, solo un tempo umanizzato può far nascere la speranza.
Questa dimensione interrogativa della speranza, centrata su un noi, su una relazione viva, non su un ego, è stato il pensiero ricorrente nell’assemblea generale dell’ottobre scorso.
Il moderno trionfo del mito di Narciso, che ha soppiantato il mito messianico e le attese dei messianismi secolari, è un segno di questa deriva narcisistica della cultura e della società.
In futuro si tratterà di creare comunità, di dar forma a comunità, a vite associate, in cui il noi prevalga sull’io, il con sul contro, l’insieme sul sopra, l’accanto sul davanti, la solidarietà e la condivisione sull’egoismo.

Nei primi giorni di novembre, Astrit Cela, un giovane albanese, sposato e residente a Milano, mi ha accompagnato nel Paese delle Aquile, l’Albania. Nostro impegno era quello di aprire un dialogo, uno spazio d’incontro, ma anche di poter individuare la possibilità di fare, nell’estate prossima, un camposcuola fra giovani italiani e albanesi in quel paese. Un’utopia? Un’ingenuità? Credo piuttosto che sia una sfida affascinante da cogliere. Aspetto perciò suggerimenti e collaborazione. È stato un viaggio ricco d’incontri che hanno rimescolato dentro di me molte cose. Un popolo con una grande dignità, un’identità profonda, legata ad una storia lunga e gloriosa.
Edi Rama, il trentottenne sindaco di Tirana, diceva: «Per anni la gente ha vissuto come in una stazione di transito: i più vecchi aspettando di morire, i più giovani in attesa di partire».
Vogliamo anche noi tentare di lanciare un segnale di amicizia e solidarietà?
In Macondo come termine di funzionamento dinamico abbiamo scelto, da sempre, lo scambio alla pari. Se lo scambio si costruisce fra due soggetti, l’altro non lo determiniamo noi, ma lo incontriamo.

Il nostro incontro è avvenuto con i "bambini di strada", considerati protagonisti della storia e che caricano di significati, con le loro storie tristi e dolorose, il nostro essere in cammino.
La campagna I bambini torneranno a giocare, in favore dei meninos de rua brasiliani e argentini continua con grande impegno; ora abbiamo deciso di promuoverne un’altra per i Bambini soldati dell’Angola, in collaborazione con la diocesi di Benguela.
Ci ha incoraggiato in questa decisione, oltre che la nostra capacità (adozioni, sottoscrizioni, spettacoli, lotterie, ecc.), la fede certa che la realtà di Dio non è legata a problematiche filosofiche, ma alla nascita della relazione umana.

Un nuovo anno è davanti a noi, tante pagine bianche su cui scrivere ogni giorno un frammento della nostra vita. Continuerà l’impegno con le attività formative (campiscuola, incontri, pubblicazioni, Madrugada), i viaggi di scambio e di conoscenza (don Gaetano Farinelli partirà a gennaio per il sud America per incontrare i nostri referenti), il coordinamento con i gruppi impegnati in micro progetti.
A questo punto devo esprimere tutta la mia gratitudine, anche a nome dei tanti amici-collaboratori, per la Vostra fedeltà e amicizia. Con la Vostra adesione o con l’abbonamento a Madrugada ci date un tacito segno di condivisione che ci onora, rallegra e consola.
Fraternamente, Vi invito a rinnovare la Vostra adesione per l’anno 2003 che rimane fissata in Euro 26 per il rinnovo dell’iscrizione all’associazione (comprendente la rivista) ed in Euro 10 per l’abbonamento alla rivista Madrugada. Alleghiamo a tal fine un bollettino di conto corrente postale.
La gioia reciproca di questo nostro dialogo non deve però essere condizionata dalla quota di adesione. Chi dovesse trovare un ostacolo materiale, mandi solamente e serenamente quello che può.

Avviandomi alla conclusione, vorrei mandarVi gli auguri di Natale, come segno di amicizia, di condivisione e di affetto. Sempre, anche in questi tempi, il Salvatore è in cammino per benedire, per rimediare alle nostre paure, lacrime, domande, lamenti, con lo sguardo quieto, che non osiamo nemmeno ricambiare, perché solo gli occhi dei bambini riescono a sostenerlo.
Tutti stiamo cercando qualcosa d’importante che sembra spostarsi sempre più in là, sempre oltre, che sembra sfuggire in continuazione dalle mani: qualcosa di inafferrabile, ma è la sostanza ultima dell’esistenza. Questa cosa è lì, vicina, vicinissima, mi accompagna ovunque, avvolge i miei pensieri… Aspetto. Aspetterò per tutta la vita.
A volte, come questa mattina, mi dico pure, sono atteso. Non so dove, non so da cosa, non so da chi, ma sono sicuro di essere atteso. Il mistero della vita è tutto qui.

Vi abbraccio tutti con tenerezza e affetto.

Pove del Grappa, 10 dicembre 2002