Lettera di Natale 2006

La lettera di Natale 2006 del Presidente ai soci, amici e simpatizzanti
Pove del Grappa, 1 dicembre 2006

«Gli uomini, anche se devono morire,
non sono nati per morire,
ma per dare inizio a qualcosa di nuovo».
[Hannah Arendt]

Amiche e amici carissimi,

per tutto il giorno, non si sentirà più così bene, in tutti i toni, la frenata sibilante del primo tram, e il concerto di ferraglie della ripartenza. Nell’alba, ogni cosa, alle orecchie, agli occhi, alla mente, è pura e nitida, appare dal silenzio ed emerge dalla notte ben distinta, col suo nome, forma e suono. Perciò l’antico racconto sapiente dice che all’alba del mondo le cose furono create, una alla volta, giorno dopo giorno, perché ogni cosa merita di essere riconosciuta e nominata, non confusa.
«Date senza sperare nulla» (Luca 6, 35): ritengo sia questa affermazione del vangelo la sintesi del messaggio natalizio. È il comportamento di Dio, che è «buono anche verso gli ingrati e i cattivi». Giustamente la religione ci chiede di essere grati, perché ciò fa bene a noi, ma Dio non ha bisogno della nostra religione. Ci propone solo di imitarlo: amate più di quanto siete amati, amate chi non vi ama, siate giusti con chi è ingiusto, fate del bene a chi vi fa del male. Così farete crescere il mondo, mentre calcolo e avarizia lo rendono misero, arido, feroce. Se la religione parlasse di questo, più che di se stessa…

In una città del Veneto di cui è opportuno tacere il nome e anche per evitare di coinvolgere nel giudizio quei cittadini che si sono dissociati dal generale conformismo, in una classe di scuola media, gli alunni hanno aggredito un loro compagno con spinte e schiaffi.
Ennesimo episodio di bullismo scolastico? Certamente, ma ciò che rende l’episodio anomalo è la motivazione dell’aggressione. I maneschi compagni della vittima hanno pensato bene di malmenare il loro collega semplicemente perché era l’unico a non indossare una maglietta griffata e veniva quindi considerato una sorta di individuo subumano, che non si era presentato a scuola nella prevista divisa.
L’episodio, riferito dai telegiornali nazionali, ha fatto rumore, ma ancora più rumore ha provocato la sortita di un pubblico amministratore, il quale ha espresso l’idea di convenzionare qualche commerciante di abbigliamento in grado di vendere indumenti griffati a prezzi popolari, affinché anche i meno abbienti possano esibire qualcosa di firmato. Siamo in presenza del demenziale assoluto.
Poi ci si lamenta se ogni tanto viene fuori qualcuno che mette una divisa addosso ai ragazzini. Cambiano i tempi e al conformismo ideologico si sostituisce quello consumistico, ma la massificazione è perennemente dietro l’angolo.
Lapidaria e provocatoria la battuta della preside dell’istituto. «È ora che anche i professori indossino la divisa».

Si sa che il mondo delle pulsioni giovanili si muove alla ricerca di un teatro, dove mettere in scena la propria metamorfosi. L’adolescente avverte un bisogno impellente di conquistare ciò che non ha, di diventare ciò che non è. Per questo il periodo dell’adolescenza è forse il momento più rischioso dell’esistenza.
La sua è una corsa forsennata verso il cambiamento continuo, una metamorfosi che lo faccia sentire altro da sé, e così gioca con le emozioni estreme, rischia persino la vita, muove una critica radicale contro la società e la famiglia. Insomma, somiglia a una farfalla che deve rompere la prigione della crisalide, ma senza sapere verso dove volerà.
Per molti secoli la società ha fornito a questa pulsione il modello dell’adolescente soldato. Il campo di battaglia era il palcoscenico dove inscenare il bisogno di una vita eroica. La guerra costituiva purtroppo la sola compagna di giochi, mimata sino dall’infanzia.
Oggi prevale un eroismo senza obiettivo.
Cosa fare? È indispensabile che ogni società si faccia carico di suggerire e proporre dei modelli da seguire e ogni modello deve avere una valenza sociale, di utilità agli altri. Altrimenti nasceranno, come continuano a nascere, club che riuniscono giovani capaci di correre in moto su una ruota sola, o di affrontare “la prova della bandiera” (aggrapparsi all’esterno del convoglio della metropolitana e staccarsi quando ha raggiunto piena velocità, prima che entri nel tunnel).
Si inventano un ruolo, non avendone alcuno. Vogliono rompere il recinto dell’esclusione e possono farlo solo con un’azione che li renda straordinari. Con l’eroismo l’adolescente risponde al bisogno di giocare con la vita. Una ricerca di straordinario, della sensazione di avventura, di libertà e di novità.
Cerchiamo di chiederci serenamente: gli adolescenti hanno oggi un modello di riferimento? Hanno delle motivazioni capaci di finalizzare i loro bisogni di avventura? Se, infatti, essi non sono i protagonisti del quotidiano, a scuola, a casa, nella società, si trasformeranno inevitabilmente in eroi del nulla.

La comunità veneta, negli ultimi quindici anni, ha vissuto una metamorfosi, sospesa fra la difesa del passato, le mode del presente e la voglia di futuro. Questa regione da laboratorio si sta trasformando lentamente in luna park, dove più che il rigore e la saggezza culturale, conta la logica dell’effimero.
Questa voglia di effimero che s’impone sui bisogni reali può essere il segno di una società matura? È consolidato ovunque da parte degli adulti un comportamento che alla trasgressione percepita, oppongono l’illecito dell’azione quotidiana, costruita su un “pragmatismo” diventato stile di vita. Uno stile che chiede alla vita “l’impossibile”, non più e non solo in nome di un calvinismo delle regole, ma di una competizione orgogliosamente sregolata che lascia ogni giorno per terra uomini e pezzi di società.
Modello questo di comportamento consolidato, come è passato il “messaggio culturale” che imbrogliare il fisco non è un reato, ma una medaglia al valore.
Sicuramente le regole non piacciono a nessuno, soprattutto quando devono essere rispettate per rispettare la libertà degli altri. Perciò siamo tutti disposti a lottare per far valere le nostre ragioni individuali, ma lasciamo a un “altro” l’onore di raggiungere gli obiettivi collettivi.
Forse vale la profezia di Blaise Pascal, contenuta nel saggio Della necessità della scommessa che dice: «La sensibilità dell’uomo per le piccole cose e l’insensibilità per le grandi cose è indice di uno strano sconvolgimento».
In questo sconvolgimento nutriamo ancora la speranza (o presunzione) che il giovane trasgredisca con un atto d’intelligenza o usi solo la “droga” del proprio pensiero e della propria energia?

È stato ospite di Macondo a Bassano del Grappa, il 15 novembre scorso, lo scrittore e poeta brasiliano Rubem Alves. Un grande maestro, un educatore geniale che non cessa mai di sorprenderci per il suo candore e la sua allegria. Un innamorato della vita e un incorreggibile cantore delle sue armonie.
Le moltissime persone intervenute all’incontro sono rimaste affascinate dalla sua semplicità espressiva, e per noi è stata una serata memorabile.
Grazie, amico Rubem, Ti aspettiamo ora alla festa di Macondo.

Come vi sarete certamente accorti, negli ultimi anni, accanto all’impegno costante nella marcia di liberazione con i più deboli, cerchiamo di promuovere momenti di riflessione e di approfondimento. È un’altra sfida che lanciamo ed è quella di tenere attiva la ricerca di spiritualità e di vita, in tutte le sue espressioni e in tutte le difficoltà del nostro tempo. Sappiamo che è molto difficile, ma ci crediamo. Nelle libere società occidentali, al potere interessa che la gente non pensi, non senta e non abbia più neppure un’interiorità. Questo obiettivo viene raggiunto promuovendo e attivando il rumore del mondo, ossia quella sottomissione acustico/visiva per cui sempre meno esiste un posto silenzioso e non inondato da immagini che consenta a ciascuno un minimo di interiorizzazione.
Macondo con gli anni è cresciuto. Dispone ora di una sua leadership collettiva matura. L’autonomia, la responsabilità e la consapevolezza delle tante persone che operano nei settori chiave dell’associazione (formazione, Madrugada, organizzazione della festa e della marcia, amministrazione, adozioni a distanza, ecc.) sono un patrimonio di tutti.

Mauro Furlan, il responsabile di Macondo per l’America Latina, dal 16 novembre è tornato definitivamente a Rio de Janeiro, dove sta cercando di individuare una residenza (casa) che faciliti i bisogni di accoglienza e nello stesso tempo le attività educative e di scambio, che spera di avviare, nei prossimi mesi, assieme al gruppo di amiche e amici brasiliani.

Come è prassi consolidata in questa lettera pre-natalizia,
dovrei passare ora a chiedervi di rinnovare l’adesione a Macondo e l’abbonamento a Madrugada, ma vi confesso che sto vivendo due sentimenti forti e in parte contrastanti.
Il primo sentimento è quello di essere o apparire insolente nel rinnovarvi la richiesta di aiuto e di appoggio, a fronte della povertà e della piccolezza delle nostre iniziative, sia in Italia (preferibilmente di formazione e informazione), sia in Sud America e in Africa (di cooperazione nel recupero dei bambini di strada o abbandonati).
Il secondo sentimento è invece la grande forza e l’energia che mi arriva dalla vostra ripetuta fiducia e dalla vostra costante amicizia. Lo sento talmente forte e contagioso che mi aiuta anche a superare quei momenti, sempre più frequenti con l’età, di stanchezza e di delusione che assalgono ogni essere umano.

Quando chiesero a un rabbi dove abitasse Dio, egli rispose dicendo: «Là dove lo si lascia entrare». Il fondamento della libertà dell’uomo è l’umiltà di Dio. C’è chi sta alla porta e bussa (cfr. Ap. 3,20); se lo si fa entrare il credente inizia il proprio cammino.
La fede abita nel cuore, si manifesta nel volto e si concretizza nella bocca e nelle mani. Non ci è dato però di compiere il percorso inverso: le mani, la bocca, il volto non sono in grado di svelare il segreto del cuore. Solo Dio lo conosce. Soltanto Egli sa se è stato davvero accolto o se, al contrario, è ancora tenuto sulla soglia. Scrutare il cuore è prerogativa divina. La fondazione teologica della libertà di coscienza sta nell’attestare un accesso precluso a ogni verifica umana.
La fede abita nel cuore che si dà a Dio. Costringere con la forza qualcuno a credere significa far violenza a Dio.

E questo è il mio augurio di Natale: che riusciate ad attestare la dignità irriducibile della coscienza umana, scoprendo così la speranza che la violenza non avrà l’ultima parola, anche quando essa viene esercitata contro inermi.

Restiamo assieme e camminiamo vicini. Vi abbraccio tutti e ciascuno con tenerezza e affetto,

Giuseppe Stoppiglia