Lettera di natale 2008

La lettea del presidente di Natale 2008

Pove del Grappa, 5 dicembre 2008

«Non dire che sei arrivato:

sei ovunque un viaggiatore in transito».

[E. Jabes]

«La vita non è un discorso, è un parto».

[Ernesto Cardenal]

Carissimi amici e amiche amatissime,

Maya Angelou è una donna meravigliosa, che ha condotto una vita molto intensa e di condivisione. È persona semplice e onesta, con tanta saggezza nelle sue parole: «Ho imparato che qualsiasi cosa accada, o per quanto l’oggi sembri insopportabilmente brutto, la vita va sempre avanti e il domani sarà migliore. Ho imparato che si può capire molto di una persona dalla maniera con cui affronta queste tre cose: una giornata piovosa, la perdita del bagaglio, l’intrico delle luci sull’albero di Natale.

Ho imparato, a proposito della relazione con i propri genitori, che ci mancheranno quando saranno usciti dalla nostra vita. Ho imparato che sopravvivere è diverso da vivere. Ho imparato che la vita qualche volta consente una seconda chance.

Ho imparato che non si può affrontare la vita con i guantoni da baseball su entrambe le mani: perché si ha sempre bisogno di gettare qualcosa dietro le spalle.

Ho imparato che ogni volta che prendo una decisione con cuore, generalmente faccio la scelta giusta. Ho imparato che anche quando non sto bene, non devo star da sola. Ho imparato che ogni giorno si dovrebbe uscire e avere contatti con qualcuno.

Le persone gradiscono molto un abbraccio o anche una pacca sulle spalle. Ho imparato che ho ancora molto da imparare. Ho imparato che le persone dimenticheranno quanto detto, quanto fatto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire».

Una settimana fa, in una lettera da Manaus (Brasile), l’amico p. Arnaldo De Vidi, missionario e poeta, citando Bertolt Brecht, mi scriveva: «Esistono tempi così drammatici che parlare dei fiori è immorale, tempi in cui la poesia è considerata un tradimento all’uomo crocifissoStiamo vivendo tempi drammatici, in cui il poeta deve passare alla prosa più scabra e contundente». Straordinario!

Da vecchio sono più deluso e meno rassegnato che da giovane. Deluso da affidamenti ingenui. Non rassegnato com’ero allora a mali e violenze del mondo che sembrano irreparabili.

La crisi economica, che da alcuni mesi ha travolto tutto il mondo, sta sgretolando una potente menzogna. Per tanti anni, molti governi, in nome del mercato, hanno distrutto lo Stato, riducendolo alla triste condizione di carceriere e carnefice (nel sud del mondo). Si sa, il mercato ragiona così: «Quando vinco, vinco io. Quando perdo, siete voi a perdere». Nel momento della bancarotta generale, socializziamo le perdite.

L’aveva profetizzato Keynes negli anni trenta: «Quando il capitalismo sarà diventato esclusivamente finanziario, dovrà fare l’eutanasia di se stesso».

Non sono passati neppure ottant’anni e ci siamo arrivati. La finanza allegra ha creato 40 dollari in più per ogni dollaro reale. Ora che il castello di carte è crollato, perché non corrisponde ai valori dell’economia reale, è cominciato il panico.

È un mondo alla rovescia che dimostra, in modo clamoroso, come castiga l’onestà e ricompensa la mancanza di scrupoli. Gli speculatori più potenti del pianeta stanno ricevendo la più grande elemosina della storia dell’umanità. Una fortuna immensa, che potrebbe dare da mangiare per molti anni a tutti gli affamati del mondo. Tradotti in lingua corrente, i cosiddetti interventi dello Stato, a sostegno dell’economia, non sono altro che l’utilizzo dei soldi dei poveri per regalarli ai ricchi. Così il sistema bancario è garantito.

È evidente che non c’è un gruppo di speculatori da una parte e un sistema politico che si deve difendere da un’altra. Il sistema politico è il sistema degli speculatori. Tanto è vero che quello che è accaduto non è illegale, ma è stato accompagnato da leggi che lo hanno consentito e semplificato, anche in Italia. Come spiegare altrimenti il fatto che il governatore della Banca d’Italia, l’organo di controllo della finanza italiana, sia socio della Goldman Sachs, una delle potenti banche salvate dal governo americano, ma anche una delle principali responsabili delle speculazioni finanziarie?

La situazione è allarmante e con prospettive angoscianti. Per uscirne, è urgente un cambiamento culturale che abbandoni il consumismo sfrenato e attui un disarmo della finanza per riportarla sotto il controllo della politica.

La democrazia comincia dal basso, da ciascuno di noi. Dall’alto, dai potenti, può essere solo impedita, con gli strumenti di distrazione di massa. Scoprirsi cittadini significa assumere, con gli strumenti della democrazia, la responsabilità di un giusto senso della legge. La legge non è il potere, ma è il limite dei poteri di fatto. Il diritto è sempre diritto dell’altro, e poi, di riflesso, anche mio. È da qui che nasce il primato del dovere sociale e di una pratica politica genuina. Non quella drogata e manipolata dai media, ma quella prodotta dal colloquio conviviale (le riunioni che diventano cene). La politica lenta, non quella veloce che spacca la città, ma quella che cerca passo dopo passo una totalità. La politica equilibrata, perché responsabile e aperta alla speranza: «Né asfissiati da estremo centralismo, né assiderati per estremo individualismo. Né uno può pensare di essere tutti, né ciascuno può credere di essere il tutto. Solo la diversità e l’unità sono una totalità».

Un piccolo segnale in questa direzione è arrivato dalla vittoria di Obama. Barack Obama restituisce al nostro immaginario l’energia popolare della passione per la vita contro il cinismo, l’indifferenza, il servilismo, la mediocrità, la subalternità ipocrita. Una vittoria, la sua, che è l’elogio alla diversità e il recupero miracoloso della “concretezza” della comunicazione. La scena si è animata: è riapparso il mondo delle piccole diversità e delle grandi differenze.

Obama si è rivolto alle donne e agli uomini in carne e ossa: agli ispanici, ai negri, ai gay, ai giovani, agli studenti, ai lavoratori delle fabbriche, a chi ha perso la casa, alle donne che lavorano con mille ostacoli, agli anziani.

La parola non è senza destinatario, ma indirizzata a ciascuno dei nominati. Si dà dignità alla parola quando si immerge nel flusso della vita, quando nominare una persona significa tirarla fuori dal silenzio dell’omogeneità e dell’informalità che annichilisce.

Potremmo dire che Obama ha restituito speranza a un popolo depresso. Certamente una strada rischiosa la sua, perché la speranza può diventare rabbia distruttiva se non è mantenuta viva nel tempo. Credo, però, che non sia il presidente Obama la cosa più importante, ma è l’elettorato di Obama. Che c’era e c’è, solo che pochi lo vedevano.

Oggi, in Italia, sembra di vivere in un paese smarrito, dove una parte (minoritaria ma non trascurabile) della popolazione si è come assestata su valori di intolleranza e di rifiuto: uccide il negro e picchia la ragazza comunista. Un paese dove il diritto è identificato con la forza posseduta, anziché con il controllo di quella forza, disintegrando così la società. Ma molto più numerosi, grazie a Dio, sono gli italiani civili e buoni, i giovani che ogni giorno che passa prendono più coscienza.

Domenica 16 novembre c’è stata, a Vicenza, l’Assemblea Generale di Macondo, conclusasi con il rinnovo delle cariche. È stato un momento bello, positivo, ricco di scambi e di riflessioni. La partecipazione all’evento di solito è scarsa. Questa volta un po’ di più, magari anche per il calo di energia che si respira nell’associazionismo e nel volontariato, in dolce e costante declino.

Confesso di vedere in giro un senso di spaesamento, che sconcerta molti individui, da indurli quasi a pensare di essere fuori dalla storia, di una storia vissuta, sofferta, appartenuta.

Incontro persone per le quali la politica e il bene comune non hanno alcun interesse; per altre ha i tratti di una partita di calcio: chi vince si esalta e chi perde si deprime per qualche giorno. Infine ci sono persone che non vedendo i loro valori rappresentati da nessuno, avvertono una specie di esclusione sociale, sentendosi impotenti a cambiare la società, che si muove in altre direzioni.

Non possiamo, amici, rassegnarci, cambiare le nostre idee e le nostre scelte (chinarsi sull’infanzia negata, dare dignità ai poveri, speranza ai giovani), se non sconfessando le nostre biografie, la nostra fede nell’umanità. La solidarietà e l’aiuto reciproco non sono le virtù dei deboli, di chi non ha la forza di affermarsi sugli altri, come sancisce lo statuto della sopraffazione.

Non ci fermeremo mai dalla parte dei cosiddetti “atei devoti”, «di quegli uomini – come scrive Roberto Mancini – che adorano il dio etnico, il dio della guerra, il dio del moralismo, sostituendo alla fede un’ideologia religiosa. Dio è trascendente, è “oltre” il mondo. Questo “oltre”, però, non va cercato nel sacro che atterrisce, nell’astrazione concettuale, nell’esclusività per cui alcuni sono preferiti e altri disprezzati. L’“oltre” si trova lì dove affiora un amore più umano del nostro, così che sia possibile accoglierlo e ricomunicarlo».

Vi invito a riprendere il cammino con noi, a realizzare l’incontro con le storie, le culture e le religioni dei tanti popoli della Terra, per riconoscere la dignità di ogni vita umana.

Questa è la nostra identità, ribadita con convinzione unanime anche dall’assemblea nell’individuazione delle linee guida per i progetti di solidarietà e per gli obiettivi educativi.

Ci impegneremo a condividere e a collaborare con i progetti di Peter Bayuku Konteh in Sierra Leone, di Kekeli in Togo, di Filomeno Lopes in Guinea Bissau, dei bambini di strada e delle ragazze madri in Brasile e in Argentina, dei bambini lavoratori in Bolivia, dei bambini con handicap in Bosnia, degli studenti in Chiapas.

Nell’ambito formativo tenteremo di:

promuovere e sviluppare la pedagogia del viaggio. Dovremo valorizzare maggiormente la casa di Grajaù, a Rio de Janeiro;

riprendere la formazione dei giovani (sono previste iniziative specifiche per gli adolescenti), con campiscuola e viaggi mirati;

la festa annuale e la marcia dei “meninos de rua”, come momento e luogo d’incontro con testimonianze dal mondo e di socializzazione per i soci, amici e simpatizzanti;

organizzazione di incontri e convegni per approfondire sempre meglio il processo educativo delle coscienze;

sviluppare una piccola attività editoriale, collegata alla rivista Madrugada.

L’Associazione Macondo e la rivista Madrugada vivono grazie al costante sostegno dei propri amici. Simpatia e sostegno che si rinnovano, ormai, da vent’anni. Grande è quindi la nostra gratitudine.

Anche quest’anno per sostenere i progetti e le attività, Vi invito a rinnovare l’adesione a Macondo e l’abbonamento alla rivista Madrugada. Mentre Vi ringrazio per l’amicizia e la fedeltà, Vi chiedo con umiltà di incoraggiare amici e conoscenti a un nuovo abbonamento.

Alla mia età, se sei fortunato, vivrai una decina d’anni, è più probabile che siano di meno. Si sa bene come passano in fretta. Qual è il meglio che puoi fare nel tempo che ti resta? Hai sempre qualche progetto di lavoro, ma di più dovrai lavorare su te stesso. E più ancora, dentro la normale vita quotidiana, invocare e fare posto allo Spirito che vivifica e rinnova.

Vi prendo per mano verso Betlemme. La luce sulla via: «Il Regno di Dio è in voi. Diventate generosi e misericordiosi come il Padre vostro che manda il sole e la pioggia sui buoni e sui cattivi» è il mio augurio di Buon Natale.

AbbracciandoVi tutti e ciascuno con tenerezza e affetto,

Giuseppe Stoppiglia