Lettera di Natale 2009

Pove del Grappa, 7 dicembre 2009

«Il giovane che non ha mai pianto è un selvaggio,

il vecchio che non ha mai riso è uno stolto».

[George Santayana]

«La chiesa non tollera, ma perdona.

Il mondo tollera, ma non perdona».

[don Primo Mazzolari]

Amiche e Amici carissimi,

la neve arrivò abbondante all’antivigilia di Natale, seppellendo il paese completamente. Subito dopo si levò un vento forte e gelido, che saldò tutto in un lastrone di ghiaccio. In quegli anni al mio paese si arrivava solo a piedi o col mulo. Chi si avventurava a scendere in città, doveva affrontare, tra andata e ritorno, più di dieci chilometri. D’inverno e con la brutta stagione le cose si facevano ancora più difficili, drammatiche se c’era di mezzo un malato grave o un moribondo.

Anche la maestrina, che partiva il pomeriggio di ogni sabato per ritornare ogni domenica sera, quel giorno restò bloccata dalla tormenta. Noi alunni non accettavamo i suoi abbandoni. Da quando era arrivata in paese, chiusa nel suo cappotto verde sotto la fiamma dei capelli biondi, ci aveva conquistato. Il suo modo di far scuola ci entusiasmava.

Quando se ne andava, il paese, per noi bambini, restava vuoto. Ognuno ambiva al privilegio di portare la borsa della maestrina, andarle incontro in fondo alla strada e ricevere la sua carezza di gratitudine. A me è toccato spesso e questo resta un orgoglio della mia infanzia. Attraversavo il paese rosso e commosso, sfidando tutti con gli occhi. Quando, dopo l’ultima curva, scompariva fra gli ulivi, mi sentivo solo e il mio cuore diventava piccolo. La mamma mi aveva spiegato che la signorina tornava sempre in città perché là aveva la famiglia e il fidanzato. Mentre la salutavo con la mano, fermo sulla strada, sentivo dentro una furibonda ribellione, un odio infantile e assoluto contro quel giovane mite e biondo, che avevo visto una volta sola a braccetto con lei.

Fummo felici che la maestra non potesse partire e speravamo anzi che il lastrone di neve e ghiaccio durasse a lungo per costringerla a fare Natale con noi. Nel pomeriggio passammo in due o tre davanti alla scuola. La luce nell’aula era accesa. Attaccammo il naso ai vetri e scorgemmo la maestra china sui nostri quaderni. Ci vide e ci invitò a entrare, pregandoci di accendere la stufa. Era triste e agitata, ma con noi si mostrò

affettuosa, come sempre. Ci raccontò una favola natalizia e poi uscimmo. Ci tenevamo per mano per non scivolare sul ghiaccio. Uno per volta i miei compagni si sciolsero dalla catena e s’infilarono in casa.

Restammo solo noi due. Lei era a pensione in una casa vicina alla mia, all’estremità del paese. Mi teneva la mano stretta nella sua, come non aveva mai fatto. Tremavo di gioia per quella fiducia silenziosa. Ero convinto di essere io a sostenerla perché non cadesse. Ero piccolo ma agguerrito al ghiaccio e al vento. Mi molleggiavo con destrezza sugli zoccoli, legato a quella mano esile e calda. Davanti alla porta mi disse: Se anche domani il tempo sarà brutto e non posso partire, ti aspetto a scuola per preparare il presepio. Non dirlo a nessuno, deve essere una sorpresa.

L’indomani il gelo perdurava e il vento cresceva d’intensità. Mangiai in fretta e raggiunsi subito la maestrina. La stufa era già accesa e sulla cattedra c’erano tanti cartoni, colori, pennelli e rami di spino. Dalle sue piccole mani uscivano tutte le figure che tanto avevo sognato: Gesù Bambino, la Madonna, San Giuseppe, i Magi, gli angeli, i pastori, le pecore. Con uno spruzzo preciso di acquarello, tutte acquistavano forma e colore. Lavorò tutto il pomeriggio, fino a sera inoltrata.

Disponemmo le figure sulla mensola fra muschio, sempreverdi e candeline e il presepio era pronto. Dopo la Messa di mezzanotte tutte le persone del paese avrebbero sfilato per ammirarlo.

Quando uscimmo nella notte per andare a cena si era scatenata un’autentica bufera. Senza dire nulla, la maestra mi prese in braccio e mi coprì con la sua sciarpa profumata. Lungo il tragitto mi parlò del Bambino Gesù che porta i doni. Li avrebbe portati anche a lei, ai suoi genitori e al suo fidanzato. Era il primo Natale che passava lontana da casa, ma era contenta perché era sicura che noi bambini le volevamo bene e sospirò: È vero che mi volete bene? Non dissi nulla, ma feci quello che non avevo mai avuto il coraggio di fare: mi avvinghiai al collo della maestra e le detti un bacio. Mi accorsi allora che, nel nevischio e nel buio, aveva pianto senza che me ne accorgessi.

Avevo appena sette anni ma quel Natale, vissuto assieme alla maestra, resta indimenticabile. Anche se vecchio, sento ancora come uno dei doni più belli della mia infanzia, la fiducia della maestrina, le sue lacrime di ragazza lontana dai suoi, il tepore della sua mano e il presepio di carta.

L’aria è piuttosto fredda. Il fiato diventa fumo mentre percorriamo il piccolo viale che separa il parcheggio dalla chiesa di San Benedetto di Magrè (Schio). Il campanile della chiesa dà la direzione ai passi. Le montagne, tutt’intorno, sembrano richiamare un’armonia antica, dove ancora hanno cittadinanza il silenzio, la cordialità, il pensiero meditato e profondo. In questo luogo, le parole non si sprecano mai.

Al funerale di M. Angela siamo arrivati in tanti. Nella chiesa stracolma c’è una folla silenziosa, incredula, commossa e io vivo un tumulto di emozioni e di sentimenti contrastanti, di dolore e di gioia, di mistero e di liberazione. Lei è presente e vicina, dove l’occhio aperto e troppo sveglio non vede. I morti ascoltano. A noi pesa il loro

grande silenzio e invece sono momenti in cui ci parlano, anche se non dicono.

Chi poteva dare a M. Angela quella forza per resistere alla sofferenza di una malattia così crudele e assassina? La fedeltà alla vita. Simone Weil afferma che nella domanda (che fu di Gesù) «perché mi fai male?» c’è tutta la giustizia, la verità, tutta la dignità che rende il sofferente degno di totale rispetto, di venerazione e gli dà diritto alla liberazione.

Che la religione non cerchi di usare il dolore per spacciare consolazione drogata (la banalità repellente di certi riti funebri), ma (anzitutto) ne rispetti il mistero e poi annunci la guarigione in speranza.

I mali sociali, economici, politici, li può togliere l’azione, non la preghiera pigra. A Dio chiediamo la forza interiore, non la soluzione. Quando non è guaribile, il dolore va ricolmato di vicinanza e di fraternità, che possono aiutare chi soffre a sentire una fiducia, a scoprire un affidamento, nonostante il male che lo attanaglia. Occorre purificare la religione dall’ideologia sacrificale che ha bisogno di vittime. Non è la sofferenza che redime, ma l’amore coraggioso, che sa gioire e sa soffrire. Cristo non è la vittima necessaria, ma è il forte e coraggioso che ama “sino in fondo”, che accetta la sfida del mondo, perciò, con l’amore e la vita, vince il male e la morte. Il Padre non vuole il sacrificio del Figlio, sarebbe un mostro. I sacrifici sono finiti. Rimane il donarsi, che è atto sacro.

Stiamo camminando a piccoli passi verso la barbarie, scriveva qualche settimana fa Enzo Bianchi. Parlare di piccoli passi credo sia un’interpretazione ottimistica, vista l’assenza fragorosa dell’ethos pubblico. Diciamo che siamo sul limite di un precipizio. Si allarga sempre più e si solidifica un atteggiamento d’indifferenza e d’ostilità verso i poveri, i diversi, i deboli, gli sconfitti della vita. I dittatori della paura, quelli che seminano il panico, ci condannano alla solitudine, ci proibiscono la solidarietà. Si salvi chi può – dicono – schiacciatevi reciprocamente, il prossimo è sempre un pericolo in agguato. Imperversano allucinanti messaggi che spacciano per modernizzazione innovativa la peggiore privatizzazione dei servizi e del bene comune (come l’acqua o la salute), per farne commercio e speculazione. Cresce in modo esponenziale la tentazione (c’è sempre stata) di usare la politica a fini religiosi e la religione a fini politici (vedi gli inquietanti rapporti tra Palazzo Chigi e Vaticano o l’ingombrante questione del crocefisso nei luoghi pubblici).

Nella Bibbia Dio dice: non voglio che difendiate la mia causa, ma la causa dei poveri! Sapeva che i chierici, col pretesto di difendere Dio, avrebbero finito per arrogarsi privilegi. Gesù, se curava uno straniero, gli ordinava di diffonderne la notizia (tra i non giudei); se curava un connazionale, gli proibiva di parlarne. Non voleva che i suoi connazionali si articolassero a favore della sua missione: lo avrebbero solo intralciato.

Nel Salvador, l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero constatò che la giustizia, come il serpente, morde solo gli scalzi. Lui morì a colpi d’arma da fuoco, per aver denunciato che nel suo paese gli scalzi nascevano condannati in partenza, colpevoli di esser nati. A volte finiscono male le storie della Storia; ma la Storia non finisce.

Amici cari, la lettera che precede il Natale è un momento confidenziale, anche per rinnovare le finalità di Macondo, conoscere il suo stato di salute e le prospettive immediate. Macondo sta bene, ma risente, inevitabilmente, della stanchezza e delle difficoltà del mondo associativo e del volontariato, in notevole sofferenza per la poca formazione (spesso autocentrata) e più impegnato sulle cose da fare che sulle scelte da vivere.

Non dobbiamo perdere la speranza, anzi essere consapevoli delle nostre risorse interiori, continuando a camminare sulla strada per uno sviluppo di libertà che nascerà da dentro i nostri cuori e le nostre intelligenze. Macondo continua a difendere e a promuovere spazi di ricerca e d’incontro (formazione, convegni, festa annuale, viaggi, ecc.), rivolti a chi desiderasse liberare la propria spiritualità, approfondire le motivazioni per una crescita umana e sociale nella relazione solidale con gli ultimi.

Il recente riconoscimento dell’Ambrogino d’oro 2009 da parte del Consiglio Comunale di Milano a Peter Bayuku Konteh, per la realizzazione del progetto Microcammino in Sierra Leone, ci inorgoglisce e ci incoraggia a proseguire su questa strada.

Macondo vive grazie all’adesione, al sostegno, alla costanza e alla generosità dei soci, degli amici e dei simpatizzanti. È una fiducia che continua a rinnovarsi da più di vent’anni. Per questa fedeltà e amicizia la nostra gratitudine è grande e profonda.

Ringrazio fin d’ora quanti rinnoveranno l’adesione a Macondo e l’abbonamento a Madrugada, continuando così a sostenere anche i vari progetti di collaborazione, aperti in Brasile, Argentina, Bolivia, Sierra Leone, Guinea Bissau, Messico. Con la nascita di Gesù il genere umano assume le sembianze di un Figlio di cui tutti dovranno prendersi cura perché testimonianza di un futuro misterioso.

Questo è il mio augurio che accompagno con queste parole. Trova il tempo di riflettere: è la fonte della forza. Trova il tempo di giocare: è il segreto della giovinezza. Trova il tempo di leggere: è la base del sapere. Trova il tempo di essere gentile: è la strada della felicità. Trova il tempo di sognare: è il sentiero che porta alle stelle. Trova il tempo di amare: è la vera gioia di vivere. Trova il tempo d’essere felice: è la musica dell’anima (tratte da: Sapienza irlandese).

Vi abbraccio tutti e ciascuno con affetto e tenerezza,

Giuseppe Stoppiglia