lettera settembre 2007

La lettera ai soci di fine Estate

«L’universo non contiene atomi,

contiene storie».

[Jorge L. Borges]

«Chi ha un perché nella vita,

sa sopportare quasi tutti i come».

[F. Nietzsche]

 


Amiche e amici carissimi
, ecco la scena: c’è una vecchia madre che non ha più la forza di parlare e i suoi occhi invano cercano il figlio che ha perso a causa della guerra e che sogna di rivedere… Il racconto continua: la vecchia cominciò a mugugnare qualcosa e continuava a guardarmi stringendomi il braccio così forte che la mia pelle attorno alle sue dita era diventata bianca. «Che sta dicendo?» – chiesi all’interprete. Mi sentivo il viso bruciare, sapevo di essere rosso dall’imbarazzo e continuavo a sorridere disperato. «Che cosa sta dicendo? Senti… dille di lasciarmi il braccio, per favore!». «Non capisco… non capisco…» – rispose nervoso quello mentre cercava di decifrare le parole della donna. Sentivo i compagni ridacchiare alle mie spalle. «Come fai a dirmi che non capisci! Non sei madrelingua tu?! Dille di lasciarmi il braccio!». «Non capisco… dice: bambino mio… altro non capisco!». «Non m’importa! Dille di lasciarmi il braccio!». «Ma dice: bambino mio!». «Non m’importa! Dille di lasciarmi il braccio!». [M. Cortesi, Una madre] Una guerra oltre il mare così lontana e allo stesso tempo così vicina. L’angoscia di una tragedia che si è consumata alle porte di casa. Il camposcuola estivo ha portato a Srebrenica, in Bosnia, un gruppo numeroso di giovani e diversi delegati del sindacato Filca- Cisl a vivere una settimana assieme ai bambini e alle donne in una città senza uomini. Dovevamo rispettare la promessa, fatta a una donna nel Cimitero monumentale di Potočari. Ricordo gli occhi celesti di Ramiza che sembravano leggerti l’anima: «Torna a casa e racconta! Torna a casa e racconta, perché cose del genere non devono mai più succedere!». «Va bene, Ramiza… lo farò. Lo farò». Ramiza morì poche settimane dopo. A questa donna musulmana e a tutte le donne di ogni etnia e religione decedute o vedove in quell’assurda guerra, è stato dedicato il nostro campo in Bosnia. Il mondo sembra voler dimenticare. Noi cerchiamo di rendergli la cosa meno facile.

Quando parli che vai in Bosnia, ti guardano come se avessi qualcosa che non va, che tu non sia del tutto a posto. Questa sensazione l’ho vissuta diverse volte, anche nell’ultimo rientro in Italia. Mentre camminavo silenzioso nei saloni dell’aeroporto, speravo sinceramente di non incontrare nessuno, di non arrossire di nuovo raccontando il dove e il quando del mio viaggio, di non dover sostenere il «perché?», che tutti mi avrebbero rivolto, alla ricerca della verità che si nasconde dietro una delle guerre di religione e di etnia più sanguinose e terribili della storia: la guerra nell’exJugoslavia. Cosa può portare un uomo a uccidere sua moglie solo perché crede in un Dio differente dal suo? Cosa ha spinto vicini, amici, familiari a massacrarsi a vicenda nel nome di una “pulizia etnica” da realizzare a tutti i costi? Cosa si cela dietro la parola “guerra delle culture” e cosa potrebbe accadere oggi, se questa lezione venisse dimenticata troppo presto? Non so se sia possibile ideare dei percorsi di riconciliazione, creare ambiti di accoglienza e di dialogo. Non so se sia possibile portare il dolore di una persona, di tutto un popolo. So, però, che il dolore si può portare solo attraverso il dialogo. Intendiamoci: un dialogo che non sia una semplice contrattazione verbale fra due o più persone, ma sia, prima di tutto, l’assunzione dell’alterità, dell’altro da me, di quello che è un altro, di quello che pensa l’altro. Aprirsi all’accoglienza, quindi, vuol dire ipotizzare che l’altro abbia una qualità, una parte di verità superiore alla mia; anche se non capisco per quale ragione lui possa avere una parte della verità. Si può dialogare, solo se si accoglie la differenza e per far questo non basta l’impianto razionale, occorre quello della passione. La passione è una categoria dello spirito, attraverso la quale non si spiega niente, ma si comprende tutto. Oggi, purtroppo, vogliamo spiegare tutto e comprendere poco. Bene e male non si equivalgono. L’amore toglie il male col perdono. Il male non toglie l’amore con l’odio. Il bene è colpito ma non è soppresso. Il bene resta, passa oltre, per vie anche invisibili. Anche il male resiste, si propaga, si radica, ma basta un atto buono ed esso svanisce lì dove il bene comincia. L’amore cancella molti peccati. Farò altri peccati, ma Dio ricorderà il mio gesto gratuito, più dei miei peccati. Se il nostro cuore ci condanna – cioè la coscienza del male in noi e attorno a noi ci sovrasta e ci lascia senza risorse – Dio è più grande del nostro cuore (I lettera di Giovanni 3, 20). Il bene ha potere sul male, non viceversa. Dirai: il mondo ha soppresso Cristo, oppure, ha catturato e legato la sua parola, che è lo stesso. Ti dirò che nessuna cattura e nessun adattamento hanno potuto far dimenticare Gesù, il suo messaggio sempre altro, inquietante, imprendibile. Dirai: ma forse sarà dimenticato; lui stesso si è chiesto se troverà fede al suo ritorno. Ti dico: è vero! Tutto ciò che ora possiamo fare è credere al bene più che al male, e farlo. Due cose mi hanno colpito profondamente e, in un certo senso, sconvolto negli ultimi mesi, in questo clima di smarrimento che si vive in Italia. La prima è l’assenza di domande da parte dei giovani. Sembra che abbiano accettato un conformismo di ripiegamento, una supina, insospettabile uniformità al modello di vita, senza mai esprimere l’originalità che è depositata dentro di loro e indagare così sulla causa del malessere che sentono nei confronti della vita.

Se non abbiamo una verità vivente, trasmessa di generazione in generazione, non diventeremo mai una comunità, non saremo mai popolo. L’apprendimento etico da parte dei ragazzi e dei giovani, avviene dopo una bella storia vissuta col padre, con la madre, con la maestra, con il nonno. È la narrazione di questa storia che crea la condizione per la nascita del sentimento, unico fondamento del senso morale. I giovani, non essendo allenati all’attesa, sono vittime dell’assenza di speranza e per questo rischiano di cadere nella fuga, nell’infantilismo, nella frammentazione e nella superficialità. La seconda è la rinuncia da parte della stragrande maggioranza delle persone di credere e di aspirare al senso di Giustizia. È una parola rimossa dall’italiano medio. Senza questa tensione che alimenta e definisce lo spazio dell’agire umano, nessuna città degli uomini è possibile e degna di rispetto. Qualcosa di profondamente grave si è prodotto nel cuore della nostra società, dove la mistificazione mediatica ha soppresso ogni spazio mentale per elaborare in autonomia i grandi problemi (ne è prova il dibattito rabbioso sulle tasse e l’insulto gratuito verso il “nemico” in ogni luogo pubblico). Questo destino di godimento immediato e di impotenza progettuale, paradossalmente spinge il moralismo ipocrita di chi denuncia corruzione e malaffare senza indicarne le ragioni e i colpevoli, senza prospettare vie d’uscita. Il moralismo del “politicamente corretto” è complice del nichilismo diffuso. Se niente ha valore, se non c’è dignità da difendere perché allora non rubare, corrompere, arricchirsi? Sono convinto, e i fatti lo dimostrano sempre, che la giustizia è regola della libertà, e non viceversa. La prova è che posso (o devo) rinunciare a un po’ di libertà per essere giusto, ma non posso rinunciare a essere giusto per essere più libero. La giustizia, poi, è quella che va resa agli altri prima di quella pretesa e presa per sé. Questa ci potrà essere se c’è l’altra, in tutte le relazioni umane. Dopo il lusinghiero successo del Convegno a Gallio, all’inizio di settembre, centrato sul tema In cerca di futuro per l’uomo, la donna e il mondo, siamo stati sollecitati e incoraggiati a promuovere e organizzare altri momenti di riflessione. Con la guida di esperti e di personaggi di primo piano (vedi S. Latouche, M. Paolini, Giannino Piana, Roberta de Monticelli, Carlo Molari, Giancarlo Zizola, ecc.), vorremmo approfondire nei prossimi mesi temi e contenuti di attualità, di spiritualità, di politica e di promozione sociale. Dal 30 luglio è stata riaperta la Casa de Maria, nel quartiere di Grajaù a Rio de Janeiro, sotto la direzione di Mauro Furlan e di uno staff di amici brasiliani. Il fatto ci riempie di gioia. È un evento eccezionale, dopo un periodo faticoso e convulso. La casa è il nodo principale di tutta la rete di rapporti, di amicizie e di collaborazioni che abbiamo creato in Brasile e in Sud America in questi vent’anni. Per dare una continuità concreta e stabile all’incontro iniziato con la popolazione di Srebrenica durante i campiscuola, abbiamo deciso di aprire come Macondo un progetto di solidarietà con l’Associazione La Farfalla, che si cura di bambini handicappati e orfani. Il progetto prevede la metodologia dell’adozione a distanza, già positivamente sperimentato in Sud America e in Africa. Appena saranno disponibili i depliant in lingua italiana del progetto, partirà la campagna tra i soci e gli amici di Macondo e saranno aperte le iscrizioni per l’adozione di un bambino o di una bambina bosniaca. Fatevi avanti!

Ieri, domenica 23 settembre, si è svolta la marcia per i Meninos de rua a Valle S. Floriano (Marostica, Vicenza). Un appuntamento annuale che ci rende orgogliosi per l’eccezionale partecipazione e per clima di solidarietà e di gioia straordinaria che si respira. Nel suo romanzo Cent’anni di solitudine, l’autore colombiano Gabriel Garcia Marquez racconta di un villaggio dove la gente viene colpita da una strana epidemia di dimenticanza, una sorta di contagiosa amnesia. Cominciando dagli abitanti più anziani e procedendo in questo modo attraverso la popolazione, la malattia fa dimenticare alle persone il nome di tutti gli oggetti più comuni della vita quotidiana. Un giovane uomo, che ancora non è stato contagiato, prova a limitare il danno mettendo etichette su ogni cosa. «Questo è un tavolo». «Questa è una finestra». «Questa è una mucca: essa deve essere munta tutte le mattine». All’entrata del paese, sulla strada principale, egli mette due ampie insegne. Una recita: «Il nome del nostro villaggio è Macondo», e la più grande dice: «Dio esiste». L’insegnamento che io traggo da questa storia è che noi possiamo dimenticare, e che probabilmente dimenticheremo, la maggior parte di ciò che abbiamo imparato nella vita – la matematica, la storia, le formule chimiche, l’indirizzo e il numero di telefono della prima casa in cui abbiamo vissuto, in cui ci siamo sposati – e tutte queste dimenticanze non ci porteranno danno. Ma se noi dimentichiamo a chi apparteniamo, e se dimentichiamo che c’è un Dio, qualcosa di profondamente umano in noi andrà perduto. Sicuro di avervi vicino, spiritualmente, ma anche attraverso la vostra presenza concreta e solidale, vi abbraccio tutti con tenerezza e affetto.

Giuseppe Stoppiglia

Pove del Grappa, 24 settembre 2007