L’Europa e le sue responsabilità planetarie

Il fondatore del Gruppo di Lugano dopo aver dato un assaggio di lettura critica della stampa, spiega i mali del pianeta e delle possibili vie d’uscita. Io potrò dire alcune cose, poche cose, più che altro per testimoniare anche ai due amici e colleghi che mi hanno preceduto che c’è questa tragica e triste consapevolezza, almeno in una parte dell’Europa, di quello che è accaduto, di quello che sta accadendo e di ciò che potrebbe accadere. Io stesso in alcune cose scritte di recente, parlavo della storia d’Europa, come di una storia di 500 anni di orrori, che corrisponde un po’ al periodo di cui chi mi precede ha parlato, e di cui gli ultimi 100 anni hanno cercato di riparare a questi orrori aggiungendoci però 100 anni di errori, in quanto la storia di questo secolo è stata la storia dei tentativi più disperati di rimediare a questa identità tragica che tuttavia, sono finiti tutti nell’insuccesso, per cui ci troviamo oggi, a fine secolo, di nuovo a ridiscutere degli stessi problemi.
Ma vorrei cominciare prima un po’ dalla cronaca perché, come sapete, da giovani si legge molto per anticipare le esperienze che poi si faranno, poi, con il tempo, tutti leggiamo un po’ meno perché partecipiamo di più, quindi l’esperienza nasce dal nostro fare. E io stesso leggo, soprattutto i giornali, solo quando mi trasferisco da un posto all’altro. E leggere i giornali è utile perché dà un po’ il senso di quella cultura di cui si parlava prima, del nostro tempo, di chi legge e di chi scrive.
E’ stato così che il 14-15 maggio io mi sono trasferito dall’Europa al Messico e ho avuto quasi due giorni per leggere i giornali: ne avevo sia italiani che stranieri e questa lettura è interessante per capire dove siamo e fino a che punto poi ci siamo dentro.
Vi cito alcuni di questi titoli con qualche commento, poi credo che voi stessi aggiungerete o capirete.
Il giorno 15 maggio, c’era un articolo di Bocca su "La Repubblica" che si diceva entusiasta dell’elezione del nuovo Presidente italiano (Ciampi,ndr) e lo citava per aver detto che in tutte le cose della vita bisogna "metterci l’anima". Io l’ho sempre fatto e continuerò a farlo. "Una persona per bene", dice Bocca. Finalmente: sapere oggi che i soldi hanno un’anima ci aggiunge forse un po’ di speranza anche se non ci crediamo molto.
Anche Indro Montanelli quasi non ci crede, questo è il titolo su "Il Corriere della Sera", "in Italia è accaduto quello che non è accaduto in nessun paese d’Europa, cioè che un finanziario diventi il Capo dello Stato"; la cosa più bella è poi che sul Corriere della Sera c’è una lettera per intero, firmata dal Presidente del Grande Oriente d’Italia (di cui non ricordo il nome perché io non frequento quegli ambienti), dove pure lui si dice incredulo, "finalmente uno dei nostri, un laico", gli sfugge questo uno dei nostri, un laico, "alla presidenza della Repubblica, finalmente in Italia cominciamo a fare le cose serie": questo scrive l’Oriente d’Italia. Quindi auguri Italia.
Poi "Il Corriere della Sera" ha un titolo che dice: "generale croato guida l’UCK" cioè qualcuno, non si sa chi, ha nominato un generale croato a guidare l’UCK.
Noi pensavamo che l’UCK fosse un movimento di liberazione di questo povero popolo kosovaro che costretto e oppresso si fosse ribellato, un diritto legittimo, però poi, improvvisamente, leggiamo che un generale croato viene inviato a dirigere questo esercito di liberazione; "il limite della guerra giusta" dice Paolo Galimberti sul Corriere della Sera, "ammesso che la strage di civili sia davvero colpa della NATO". Badate a quell’ammesso e a quel davvero, stiamoci attenti, guai a sbagliare su questo, e "al momento", aggiunge, "qualche dubbio legittimo dato che nell’area di Korisa c’era una intesa attività di artiglieria serba contro i guerriglieri dell’UCK". Poi, sempre il Corriere della Sera, ha un titolone a pagina due che dice "’Un’altra strage NATO’, dice la Tv serba"; poi, sotto, altro titolo: "i serbi sconfinano in Albania", (senza virgolette) dice il generale Clark, questa è la verità rilevata.
La Repubblica, il 14, forse erano giorni fortunati per chi leggeva il giornale, riporta nelle pagine culturali una lunga intervista con un signore americano che è stato quello, dice la Repubblica, con grande orgoglio, che è la persona a cui si è ispirato il film "Apocalipse Now", e loro vanno ad intervistarlo: oggi quest’uomo dirige un bordello a Bangkok, che lì viene chiamato semplicemente bar, e racconta che lui venne chiamato un giorno a Bangkok dai servizi segreti americani, dall’ambasciata americana in una stanza tutta di vetro e gli dicono "va in Laos e organizza la guerriglia contro i Vietnamiti". Il Laos era appunto area di non intervento militare, c’era un impegno internazionale. Lui racconta che andò nei villaggi dei contadini poveri laotiani lungo la frontiera nel Laos e disse loro "guardate che stanno per arrivare i Vietnamiti, vi tolgono la terra, vi stuprano le mogli, vi ammazzano i bambini": al ché questi contadini laotiani hanno chiesto: "come facciamo a difenderci, noi non abbiamo soldi", e li ribattè "no, non c’è problema, i soldi ce li ho io" e fece la lista di tutti i contadini, migliaia di persone a cui lui dava tre dollari al mese come stipendio più il mitra e i mezzi per difendersi: così nacque questa resistenza popolare, perché ogni volta che si avvicinava un vietnamita questi sparavano a vista, intimoriti di perdere la famiglia o la terra.Q
Quest’uomo oggi è un po’ frustato perché sta lì nel suo bordello di Bangkok in attesa che gli Stati Uniti lo richiamino di nuovo. E’ una talpa dei servizi, per fare qualche altra guerra segreta da qualche altra parte del mondo.
Poi avevo tra le mani l’Economist, sempre di quei giorni. L’Economist era tutto dedicato alla fine della privacy. Un po’ lo sapevamo, però è stato commentato dall’Economist, e cioè oggi al mondo, tutte le transazioni che si svolgono con le vostre carte di credito, tutti i fax, tutte le telefonate, tutte le e-mail, sono registratie: la CIA è in grado di registrare tutti i telefoni portatili in tutto il mondo e li memorizza tutti. Poi, se un giorno vi interessa di sapere dov’era Bruno il giorno X, loro entro un giorno sono in grado di fare lo screening, di selezionare tutte le informazioni e individuare dov’era Bruno o dov’era pinco pallino il giorno X, in che zona, ecc.: questo dice l’Economist,. E consiglia "non usate più telefoni, toglietevi il telefonino perché il telefonino si può attivare", cioè voi con il telefonino avete un microfono addosso che i servizi possono attivare per registrare quello che state dicendo ad un amico accanto a voi, dice pure "non usate le carte di credito" perché attraverso quelle sanno tutto.
La cosa peggiore è che questa massa di informazioni raccolta dai servizi segreti di tutto il mondo vengono vendute a pacchetti ai privati, per cui poi, se qualcuno diventa interessante, uno gli offre il pacchetto delle mie telefonate durante gli ultimi due mesi così chiunque può sapere con chi vado a letto, che fa mia moglie e così via.
Può servire a tutto; infatti l’Economist riporta pure un’altra notizia interessante, una telefonata.
C’era un signore, non noto, del Fondo Monetario Internazionale che era a Washington (perché pare che tutto si svolga a Washington), e stava alle riunioni del Fondo Monetario Internazionale. Ad un certo punto qualcuno gli telefona, e lì riportano la telefonata dicendo, "senti vuoi diventare Governatore di una Banca Nazionale di un paese nuovo?"
Al ché questo signore risponde, "ma che paese è?"
"La Bosnia"
"A no, allora devo chiedere a mia moglie". Poi dopo la lunga conversazione lui è diventato Governatore della Banca Nazionale di Bosnia e oggi lui ha l’ufficio a Sarajevo, dice l’Economist, nell’edificio che era già della Banca Nazionale di Jugoslavia.
Sempre l’Economist continua, questa Bosnia (che può anticipare quello che può succedere in Kosovo) è stata una brutta esperienza, perché la Bosnia è governata da questo governatore che in pratica non sa neanche dov’è la Bosnia e governata poi da due prefetti, uno spagnolo e non ricordo l’altro di che paese europeo è, messi lì, non si capisce bene da chi, i quali però non hanno potere in quanto l’esercito in Bosnia lo controlla la NATO.
Quindi due governatori senza nessun potere; e noi sapevamo invece che in Bosnia c’era un Presidente eletto.
Non so se vi ricordate quando è uscita la famosa conferenza di Daiton, conferenza stranissima, dove hanno preso Milosevich che è il rappresentante più che legittimo della Jugoslavia, quindi di un paese vero, che ha una storia, un presente, non so se avrà un futuro e l’hanno messo lì con ad un lato il Presidente di quel paese che è la Croazia, paese che l’Europa ha inventato per sfasciare la Jugoslavia, un paese militare, e poi dall’altro il Presidente bosniaco Herzebegovich democraticamente eletto, però appunto non ha nessun potere perché il paese è governato dai governatori, dai prefetti dell’occidente e l’esercito è quello NATO.
Ora voi immaginate questo povero Milosevich che doveva stare lì a trattare la divisione del suo paese con un Presidente che non esiste, perché il paese non esiste, (la Bosnia è un’area di occupazione militare), e con il presidente croato dal quale, tra l’altro, si era diviso con la guerra di secessione.
Questo è quello che si legge sui giornali, voi capite a che punto siamo.

Io credo che noi, con la fine del secolo e la fine del millennio, che coincidono, rischiamo un grande cortocircuito a livello mondiale, perché questa fine di millennio sembra si ricongiunga agli inizi del millennio, quindi dalla pace romana siamo arrivati alla pace americana.
La fine secolo ci riporta agli inizi del secolo, noi oggi siamo di fronte a un nuovo colonialismo, non si possono definire diversamente gli assetti politici che si stanno dando al mondo: non parlo solo del fatto che dicevo adesso della Bosnia, ma parlo del fatto che già per la Jugoslavia, la Croazia, i Balcani si parla appunto di protettorati. I protettorati sono forme di controllo coloniale del mondo, non parlo solo del fatto che questa guerra, come è stato anche detto, anticipa naturalmente la distruzione (se ce n’è bisogno) dall’alto della Russia e anticipa quello che sarà il grande scontro tra qualche decennio con la Cina, ma quello che è imbarazzante, direi, terribile di questo fine secolo e fine millennio è che è diventata la sintesi di tutte le cose peggiori del millennio precedente; cioè la globalizzazione.
Se noi vogliamo capire su cosa si regge, parliamo che dal 40% al 60% della ricchezza prodotta dal nostro mondo, si basa di fatto sulla finanza, su fenomeni di economia virtuale, di speculazione, di rapina delle risorse mondiali; si basa sul commercio delle armi; si basa sull’inquinamento e sulla produzione di materiali nocivi; si basa sullo sfruttamento di organi vivi e morti. Cioè la prostituzione e il commercio degli organi hanno dimensioni spaventose.
La prostituzione è un grande business e pure il commercio degli organi per i trapianti.
C’è una grande élite di bianchi ricchi del mondo che può prolungare la propria esistenza perché ci sono i pezzi di ricambio a basso prezzo che si possono andare a prendere in giro per il mondo.
Badate bene che questi intrighi finanziari, questi commerci ricordano il mercantilismo, ricordano il commercio degli schiavi, ricorda il colonialismo nelle forme peggiori, cioè oggi siamo di fronte ad un condensato: la globalizzazione è la sintesi dei mali peggiori, delle forme peggiori di oppressione di tutto un millennio.
Ora, di fronte a questo, cosa fare? Non siamo di fronte a forme di criminalità, quella è il modo di deviare l’attenzione, qui siamo di fronte al 40-60% del nucleo dell’economia mondiale che non è amministrato sottoterra, questi commerci si possono fare alla luce del sole, la finanza la vedete ogni giorno in televisione, le speculazioni finanziarie si fanno attraverso le banche nazionali, attraverso le banche internazionali; lo stesso commercio della droga, lo stesso commercio degli organi, non è che sono operazioni da valigette con i soldi dentro, sono trasferimenti finanziari enormi, fatti da Istituti che hanno un volto, una ufficialità e anche una legittimità forte negli altri paesi. Quindi sono commerci legittimi, anche se criminali all’interno di un sistema che poi invece cerca di deviare l’attenzione, verso forme di criminalità che hanno ben altri limiti e contenuti, se vogliamo, anche se restano ovviamente obbrobriosi.
Noi ci troviamo di fronte a questo sistema, e ci si può chiedere da dove partire per fare qualcosa.
Dare un nome a questo sistema. E’ stato già detto: siamo di fronte ad un sistema di apartheid globale, di colonizzazione a livello mondiale e dobbiamo partire da qual’è la richiesta, che possa scuotere questo sistema.
Perché si possono fare molte richieste parziali: i diritti umani, le donne, i bambini, però questo non scuote, perché qualunque sistema di apartheid, qualunque sistema coloniale può generare al suo interno iniziative limitate che non sfoga in sistema.
Anche nel mio libro recente, e nei discorsi che abbiamo fatto, ho indicato due vie d’uscita da questo, come due richieste che dovrebbero essere dirompenti rispetto ad ogni tentativo di rimediare o di ritornare a forme simili al presente: il primo è quello di ristabilire a livello mondiale quello che è un rapporto tra colture e culture. Cioè noi non possiamo assolutamente accettare l’idea di un sistema universale, di valori universali, cioè un dio, una moneta, un mercato, un sistema militare, ma dobbiamo ritornare ad un sistema policentrico, dobbiamo tornare all’idea che il mondo è diverso e le diversità devono potersi sviluppare lungo le proprie linee. Per far questo va ricostruito quel binomio che si chiama appunto colture-culture.
E’ assurdo pensare ad un mondo dove si producono le stesse cose e si agisce secondo gli stessi valori; io credo che se noi spezziamo questa lancia e riusciamo ricostruire i sistemi economici, le economie, i sistemi dei valori in ogni parte del mondo, ovviamente autogestiti, autoamministrati, questo è dirompente, questo non è riportabile né alla globalizzazione nelle sue forme più feroci di sfruttamento, ma neanche a quella globalizzazione intellettuale che spesso viene presentata come un valore: il famoso villaggio globale, dove tutti si incontrano, dove tutti parlano la stessa lingua, tutti usano le stesse carte di credito: che non solo è un’utopia, ma è un’utopia terribile perché sarebbe l’annientamento dell’individuo e una specie di universo di clonati, cioè di gente che non ha anima perché la propria anima è stata fatta su uno stampo, e chi possiede lo stampo, poi, possiede pure l’anima della gente.
Per arrivare alla ricostruzione di questo binomio coltura-cultura, quindi di un sistema mondiale policentrico che appunto è l’opposto del sistema della globalizzazione, noi dobbiamo costruire, come si sta cercando di fare naturalmente, sia nord-sud, sia sud-sud, ma anche nord-nord, e creare quelli che si chiamano gli anelli di solidarietà: ma questi anelli, queste reti di solidarietà chiaramente non possono essere solo forme di comunicazione, di messaggi o di sottoscrizioni di appelli; creare gli anelli di solidarietà significa appunto ripartire da quel binomio colture-culture in cui le colture e le culture si incontrano per collaborare ma per valorizzare le loro diversità. Quindi si deve andare verso un sistema mondiale, ma che si basi sulle sinergie delle diversità e non certo sull’appiattimento delle diversità, su un unico dio, un unico mercato, un’unica moneta e un unico sistema mondiale.

intervento alla Festa di Macondo del 30 maggio 1999