Libere scelte

Per la seconda volta in pochi giorni eccomi con le mani in tasca a racimolare qualche moneta superstite. L’altro giorno in piazza era una libera scelta, oggi non lo so, magari è stata una reazione istintiva, magari in un’altra situazione non l’avrei mai fatto.

Sono sul marciapiede a due passi da casa, ho in mano il sacchetto del pane. Domenica mattina. La chiesetta è ormai piena. Seduti accanto ai gradini stazionano da anni i soliti tre mendicanti: un falso cieco, un falso paralitico e un falso muto. No, per carità, non mi si fraintenda. Nessuno dei tre ha intenzione di ingannare i fedeli o i passanti. Il falso cieco in realtà ci vede benissimo, magari senza rendersene conto, senza farlo apposta, senza nessuna intenzione, si comporta come se cieco lo fosse davvero, non c’è cattiveria e neanche malizia nei suoi gesti, la sua età e i suoi capelli bianchi danno solennità e autorevolezza ad ogni suo atto: seduto su una cassetta di frutta, bastone bianco appoggiato alla spalla, occhi spenti verso l’infinito, agita ritmicamente il piattino di metallo con dentro un paio di monte affinché il loro sbatacchiare attiri l’attenzione, tutto qui. Il fatto è che non alza mai lo sguardo, punta all’orizzonte in un modo così inesorabile, definitivo, fermo, fisso, che potrebbe passare un elefante rosa e non se ne accorgerebbe nemmeno e con un filo di voce intona una cantilena, una frase impercettibile, fate la carità a un povero cie…, ma la dice così farfugliando che non se ne capisce il finale.

Il falso paralitico in realtà cammina. Sì, non è in gran forma è vero, ma cammina per lunghi tratti. Lo vedo arrivare dalla stazione della metropolitana, salire le scale trascinando la seggiola a rotelle che è usata come un semplice appoggio, d'altronde è mezza rotta e non riuscirebbe a sostenere il peso di un omone alto e forte come lui. Si siede a terra a gambe aperte tra il muretto e i gradini, schiena dritta e gambe tese divaricate, legge la bibbia tutto il giorno, mantiene la stessa posizione per ore. Alza la testa per salutarmi con un buongiorno pronunciato in modo così enfatico da ricordarmi un cantante d’opera, un vero baritono. Verso mezzogiorno raccoglie gli oggetti che ha sparso intorno per definire il suo spazio – una borsa, una bottiglia d’acqua, un paio di scarpe – e, camminando, se ne va. Non chiede mai niente a nessuno e, come il falso cieco non usa la sua menomazione per impietosire chicchessia. Se vuoi dargli una moneta, bene; sennò, amici come prima e arrivederci.

Il falso muto è quello che è messo peggio dei tre. Malandato, sporco, spettinato, barba di tre giorni, si avvolge in una coperta verde e abborda i passanti a urli. Non riesce a parlare, è vero. Sembra proprio un muto vero. Sembra. Ma non sordo. Si esprime a gesti e, soprattutto, versi. Più che versi, quelli sono veri e propri urli con cui cerca di attirare l’attenzione. Chi lo vede per prima volta si spaventa un po’, l’aspetto trasandato e gli urli, gli scoppi di voce, non sono molto graditi, soprattutto alle signore che vanno alla messa o a quelle che escono dal negozietto del pane. Arriva da dietro, non lo senti, sei un po’ preoccupato perché il paralitico e il cieco ti hanno visto con le monete in mano uscire dal negozietto e tu non gliele vuoi dare ma loro sono lì e tu niente, tiri dritto, sì va be’ dici buongiorno e buonasera ma monete nisba. Ma dai, cosa ti costa un monta, una sola, per te non fa nessuna differenza ma per loro può essere importante, ti ricordi di Josimar? Ti ricordi? Lo hai incontrato l’altro giorno in piazza… sí è vero che ci hai pensato su un po’ troppo ma alla fine le monete gliele hai date e lo hai fatto felice, Josimar, un signore di settant’anni col catetere e la borsa dell’urina appesa che sgocciola. Ma no, oggi no, niente monete. Non si può fare l’elemosina, la carità. Il mio amico Grande Lombardo dice sempre che non si possono monetizzare i rapporti con la gente, soprattutto con quelli che hanno bisogno veramente perché altrimenti cominceranno a considerarti come un benefattore, come un loro salvatore, un idolo, una persona importante, più importante di loro, un grande lombardo che elargisce soldi e monete, un Tarzan, un Robin Hood, uno Zorro coi baffetti, e dopo i soldi si passerà ai favori e tu, preso nella morsa del buonismo e incensato come signore e padrone dei morti di fame ti crogiolerai nella tua vanità e loro, i morti di fame, continueranno a chiedere, chiedere e sempre chiedere per sempre, vagabondi fannulloni pezzenti e brutta razza di puzzoni che non sono altro!

E allora no, niente monete. Neanche oggi che mi hanno visto uscire dal negozio, il sacchetto del pante in una mano e nell’altra gli spiccioli del resto, tante monete colorate, quante, tante, belle, nuove e lucide, luccicanti monetine che domani userò per il caffè.

Sono così assorto nei miei pensieri che non sento arrivare da dietro il falso matto. L’urlo mi spaventa un po’. Dovrei essere abituato, ma l’urlo mi spaventa un po’. E dire che lo conosco da tanti anni. Da quando si presentava in questo stato di notte alla casa di accoglienza, da quando il medico dell’unità sanitaria locale gli prescrisse la dose giusta della medicina giusta in modo da calmare le frequenti crisi epilettiche; da quando non era ancora falso muto e mi salutava con un forbito “buonasera dottore” ogni volta che mi vedeva uscire dalla casa di accoglienza alla fine del turno serale; da quando era un gran simpaticone sempre pronto allo scherzo e alla battuta; da quando improvvisamente se ne andò e per mesi non se ne seppe più nulla fino a quel giorno che me lo ritrovai vicino a casa mia avvolto in una coperta – la barba di tre giorni, malandato e trasandato come la prima volta che lo vidi – che si avvicinava ai passanti urlando come un falso muto.

Dovrei essere abituato, ma l’urlo di oggi mi spaventa un po’. E il movimento involontario che faccio è come una specie scossone, un brivido.

All’incrocio staziona una macchina della polizia. Da un anno, tutti i giorni. E adesso non ci sono più quei gruppetti di ragazzi che rapinavano i loro coetanei e le signore che vanno alla messa. La macchina della polizia è un deterrente meraviglioso e il mio quartiere è tornato a respirare la sua calma abituale. Evidentemente l’urlo del falso matto attira l’attenzione degli agenti a poche decine di metri. Anche il falso paralitico e il falso cieco osservano la scena. Per un istante vorrei mandare il falso muto a quel paese. Non mi è piaciuto il fatto che mi urlasse come fa con tutti, senza tener conto del fatto che io sono io, che per lo meno dovrebbe ricordarsi di tutto quello che ho fatto per lui, anche di quella volta che si tagliò il polso colpendo in una crisi di rabbia la porta a vetri e lo caricai sul pulmino fino all’ospedale dove venne ricucito come mai avrebbe potuto esserlo se in quello stesso ospedale si fosse presentato da solo, senza di me. Non mi è piaciuto essere stato urlato e spernacchiato da dietro, non mi è piaciuto spaventarmi ed avere una specie di scossone, di brivido.

In quella frazione di secondo in cui decido cosa fare e come reagire, uno degli agenti di polizia scende dalla macchina e comincia a gesticolare nella mia direzione. Gesticola col braccio nel tipico gesto imperioso, come quando ad un bambino al parco giochi si proibisce di arrampicarsi sull’albero o di tirare un sasso. Il soldato in divisa visibilmente preoccupato, forse un po’ apprensivo, mi fa segno col braccio, la mano e il dito: No!

Ma no a che cosa? In quella stessa frazione di secondo, capisco che l’ordine perentorio del sergente Garcia è fondato su un malinteso. Il soldato crede che io voglia dare le monete che ho in mano al falso muto. Figuriamoci, io, dare monete!… Ma un momento! Un momento! Come si permette il soldatino di gesticolarmi in quel modo, di ordinarmi cosa devo o non devo fare! Come si permette di interferire in una mia azione, una mia libera scelta, come quella di dare o non dare l’elemosina a chi voglio! Robin Hood, Zorro e Tarzan: or tutti a me!

Infilo le mani intasca trovo tutte le monte abbandonate e le piazzo in mano al falso muto. Ci abbracciamo e ci “pacchiamo” le spalle reciprocamente. Il falso muto si allontana felice e contento traboccate di monete. Io mi avvio verso il sergente Garcia.

– Le ho detto di non dare niente a quel tipo

– Senta, io do quello che mi pare a chi mi pare e quando mi pare

– Guardi che lei non può disobbedire ad un ordine

– Io invece non solo disobbedisco ma le dico pure che il falso muto è un mio vecchio amico

– Ma lui spaventa le signore che vanno alla messa e chiede i soldi per andare a ubriacarsi

– Ognuno per sua libera scelta fa quel che ritiene giusto, arrivederci e grazie

– È per questo che tutti ‘sti morti di fame, vagabondi fannulloni e brutta razza di puzzoni non vogliono lavorare, perché c’è gente come lei che fa l’elemosina…

Il poliziotto continua a dire qualcosa che non capisco, ormai mi sono allontanato ad una distanza tale che non lo ascolto più. Sento però lo sbatacchiare di monete nel piattino del falso cieco, il buongiorno baritonale del falso paralitico e gli urli del falso muto che, felicissimo e oggi ricchissimo, insiste a spaventare i passanti e le signore che escono dalla messa.