L’idea di giustizia e l’esperienza dell’ingiustizia

Il cammino verso la giustizia, le sue storture, la possibilità di correggerle, la responsabilità.

Il titolo include, attraverso l’idea di giustizia e il contrasto, nel tempo e nello spazio, nella storia e nella geografia, tra tale idea e la pratica di giustizia, i fondamentali problemi riguardanti l’uguaglianza, la libertà, la legalità, la solidarietà, la sicurezza, i diritti e i doveri dei cittadini, il rapporto diritti-doveri-responsabilità, insomma la democrazia in senso formale ed in senso sostanziale nella sua manifestazione di distinzione dei poteri, applicazione della legge, rispetto dei valori fondanti di un ordinamento giuridico, e soprattutto, se si vuole tentare di andare più a fondo, partecipazione e contestazione, consenso e dissenso, formazione del consenso.
Il che, evidentemente, data l’enorme estensione del tema, consente al relatore ampia facoltà di scelta, di parlare di questo e di questo e di quest’altro, ma non di tutto. Perchè in un sistema come il nostro, in cui il giudice è soggetto soltanto alla legge, deve (o dovrebbe) applicare la legge, accertando i fatti, individuando la norma da applicare al fatto, interpretando la norma stessa e decidendo sul caso concreto, che decide autorativamente, attraverso tali gradi di giudizio la controversia, alla base di questa costruzione vi sono il diritto e la cultura della legalità; l’indipendenza e l’autonomia della Magistratura comportante necessariamente la terzietà e l’imparzialità del giudice. L’attuazione della costituzione nello sviluppo della democrazia da formale a materiale.
Tutto questo, evidentemente, incide in modo diretto e personale anche per chi fa il mestiere di giudice. Perché deve conciliare il diritto con la giustizia e la forma con la realtà. Ma, signori, io sono un uomo fortunato, perché la mia legge, quella a cui ho giurato, quella che devo rispettare, è la Costituzione formale e la devo far diventare sostanziale nell’applicazione delle leggi. E se la legge non mi sta bene devo portare il problema alla Corte Costituzionale, e sono tutelato nella mia indipendenza dal Consiglio Superiore della Magistratura, per cui il ministro e l’immigrato sono uguali di fronte a me.
Perchè oggi si parla sempre di solidarietà (la solidarietà è il massimo fine raggiungibile), ma chi c’è nella solidarietà? C’è uno che da e l’altro che riceve, in una posizione diversa. L’uguaglianza invece è un diritto di tutti.
La mia relazione l’ho basata su due impostazioni: l’dea di giustizia e la pratica di giustizia in genere. Mi trovo in un convegno di carattere internazionale, devo parlare in genere, e devo collocare la mia posizione nell’ambito di una giustizia, di un diritto, di una legalità e di un rapporto legalitario che dovrebbero essere universali. E dall’altra parte abbiamo la nostra piccola giustizia, che è ingiustizia quotidiana. Perchè è ingiustizia, che cosa la fa diventare ingiustizia, e perché non è stata attuata una Costituzione così bella, solo che ormai è vecchia ma è attuale. Perché non è stata attuata, e nel momento in cui cominciava ad essere attuata perché immediatamente si parla di seconda terza quarta Repubblica, non avendo ancora attuato la prima? E si vuole modificare la Costituzione, e questo è l’altro tema.
Qui invece voglio portare e dimostrare come la cultura, nei tempi, ci ha portato quest’idea di giustizia, come ci sia stato un divenire, nei secoli, non negli anni.
Ho già fatto riferimento ai valori fondamentali sul quale è fondata genericamente ed universalmente l’idea di giustizia, e ho orgogliosamente richiamato i principi fondamentali alla prima parte della Costituzione della Repubblica italiana, che, lo ricordiamo, ha preceduto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed ha costituito il modello delle più progredite Costituzioni del mondo: Portogallo, Spagna, Germania sono nazioni che hanno rivisto le loro Costituzioni. Anche l’Inghilterra ha cominciato a richiedere una Costituzione scritta. Anche l’America ha bisogno di leggi scritte.
Il tentativo di realizzare compiutamente i valori stessi, che qui sono considerati come valori giuridici, perché il diritto è una forma teoretica che però vive nella realtà pratica, ed ha un contenuto pratico, contenuto morale, politico, sociale ed economico nell’esperienza giuridica nel suo divenire, nel suo farsi. Non è forma. Ecco perché la legalità ci porta verso la giustizia e ci può portare la giustizia se ancorata ai valori e ai principi fondamentali.
Sono valori universali perché? Perché sono legati ai principi di conservazione (proprio istintivi) e di sviluppo, necessità di sviluppo che ci viene dalla ragione e dalla necessità di dominare i limiti di natura spazio e tempo della persona e della società umana. Considerando la persona non come individuo, come troppo spesso avviene, ma considerando la persona nel suo divenire e svilupparsi in una comunità, in una società, in un gruppo, a cominciare dalla famiglia a finire nel mondo.
Il tentativo di realizzare compiutamente questi valori non è stato mai portato a termine. E soltanto per i pochissimi che credono, forse fideisticamente, ma io non lo credo se guardo al passato e se ho memoria storica, che credono nel divenire dell’umanità, l’obiettivo potrà essere nei secoli raggiunto. Però è una marcia, è un percorso, è una strada. È una strada con un traguardo. Io non lo vedrò questo traguardo, forse noi non lo vedremo, anche i più giovani qui presenti, ma è un traguardo da perseguire perché è il traguardo dell’umanità. Il vero è che malgrado tutte le esperienze contrarie molti passi avanti sono stati compiuti, almeno alimentati, generazione per generazione, nazione per nazione, persona per persona la voglia di agire di impegnarsi e di agire nella legalità per l’attuazione, la tutela e la difesa di questi valori e per far si che la legge, la forma persegua questi valori di sostanza.
Si tratta di passi avanti compiuti su strada aspra, ricca di ostacoli, spesso impositivi di temporanei arresti o di cambiamenti di percorso, o addirittura di retromarcia. Ma si tratta comunque di avanzamento, che a mio avviso, sotto la spinta della speranza o dell’utopia, è stato perseguito e sarà perseguito attraverso lo strumento della legalità. Che, come preciserò, è necessario anche se assolutamente non sufficiente per procedere sul cammino che conduce alla giustizia. L’unica alternativa, infatti, alla legalità e al rispetto delle regole, è il ricorso ai rapporti di forza. Rapporti di forza fisica, morale, economica, politica incompatibili, di per sé, con l’idea di giustizia, la quale può esistere, vivere e crescere, sia pure coi limiti concessi dal relativismo storico insito nella pratica di giustizia, soltanto in un sistema democratico, fondato sul diritto e precisamente su un ordinamento giuridico conforme ai citati valori di riferimento. In cui la democrazia, intesa come consenso, partecipazione dissenso e anche contestazione non violenta, se necessario, non sia meramente formale ma tenda, evolvendosi, a diventare sostanziale, consentendo così, a chi agisce con lo strumento della legalità di farsi giustizia, con conseguente massimo avvicinamento tra idea e giustizia, obiettivo di tutti gli uomini, specie quelli più deboli della Terra e pratica di giustizia, esplicata attraverso l’applicazione di norme previste dagli ordinamenti giuridici e conformi agli stessi valori di riferimento.
A questo punto sorge il problema: in generale perché noi andiamo avanti così lentamente e perché la legalità non ci porta la giustizia ma ci può portare, al contrario, all’ingiustizia più terribile?
Pensiamo al Nazismo, pensiamo alle violenze, pensiamo alle occupazioni, pensiamo alle prevaricazioni, pensiamo allo sfruttamento a tutto quello che vediamo. Io lo vedo in piccolo nella patologia del sistema che mi è di fronte, ma se allarghiamo, il discorso diventa enorme.
E allora alcune considerazioni preliminari su questo punto ci vogliono in ordine al consenso e al dissenso in generale. Caratterizzanti, come si è detto, la democrazia intesa come fonte di legalità e quale strumento di giustizia.
Le molteplici varietà che questo consenso e dissenso può assumere, l’imprenscindibile carattere giuridico, l’applicazione… la molteplicità del consenso e del dissenso deriva dalla molteplicità in cui si muove l’uomo nel tempo e nello spazio. Ritengo che in quest’analisi, nel consenso dissenso, contestazione, formazione del consenso, divenire della democrazia, noi dobbiamo assumere una posizione laica, rifacendosi ad un grande pensatore, la posizione indicata da Guido Calogero: "non pretendere di possedere la verità più di quanto ogni altro possa pretendere di possederla."
Ciò impone la necessità di chiarire subito la posizione di partenza, sia pure dopo aver detto che non pretendo di possedere la verità più di ogni altro possa pretendere di possederla, ma partendo da questo presupposto, mi permetto di dirvi la mia posizione.
Una volta precisati i valori di riferimento come punti di partenza di riflessione sul tema, dev’essere quello dei rapporti sociali, vale a dire dei diritti e doveri dei cittadini nella democrazia moderna, che diventano rapporti proprio per la interdipendenza e reciprocità esistente tra diritti e doveri.
Un esempio, vale a chiarire, anche se in modo molto approssimativo, il mio pensiero.: se una persona vive su un’isola deserta, salvi i limiti di tempo, di luogo e di circostanze ambientali derivanti dalla natura, proprio perché questa persona è sola e non vive in società non è condizionata in alcun modo dai comportamenti e nel compimento dei suoi atti, e quindi, si potrebbe dire, nell’esercizio dei suoi diritti, questi atti non sono mai vincolati o ostacolati dall’esercizio dei diritti altrui. Se invece accade che un’altra persona arrivi in quell’isola, per cui sono due, già si crea un rapporto: il mio diritto lo esercito fino a quando non viene a ledere il diritto dell’altro. Ecco diritto-dovere. Tutti parlano di diritti dimenticando i doveri, ma più rivendico i diritti più aumentano i doveri per l’esercizio del diritto altrui.
E se l’uomo vive in una società, semplice o complessa che sia, comunità piccola o grande che sia, l’esercizio dei suoi diritti è limitato, anche in una famiglia, dall’esercizio dei diritti altrui. E se pretende che i suoi diritti vengano tutelati, ha il corrispondente obbligo di rispettare i diritti altrui.
Io non posso esigere il rispetto dei diritti che ho se non rispetto i diritti altrui: ecco il dovere. Quanto più complessa è la società, tanto più diventano complessi i rapporti. Diritti, obblighi reciproci e collegati, spesso considerando che i criteri per stabilire dove finisce il proprio diritto e cominci i doveri nei confronti degli altri, possono essere molto diversi e causano conflitti. In una società primitiva o fondata su culture incivili o su gerarchie di valori ignare del diritto, della democrazia e della ragione, il criterio diventa quello dei rapporti di forza. In una società civile sviluppata il criterio è, o dovrebbe essere, quello delle regole fissate con il sistema democratico nel rispetto dei diritti umani, dei doveri di solidarietà, del principio di uguaglianza, con al centro la persona umana come persona singola ma soprattutto, ecco la sintesi individualismo-collettivismo, nelle formazioni sociali e quindi vista nel suo divenire e nel suo divenire dell’umanità società. Ricordando che se noi prendiamo due gemelli appena nati e li mettiamo in due situazioni completamente diverse, dopo trent’anni che avremo? Due persone diverse, completamente diverse. Perché? Perché la genetica funziona, ma l’ambiente funziona ancora di più. Ecco perché attraverso la democrazia si può stare attenti anche alla sua formazione. Faccio un esempio. Se noi nel 1948 avessimo insegnato nelle scuole questi valori e questi principi, questi principi che vi sto ripetendo (e che sto mutuando tutto dalla parte prima della Costituzione italiana), certamente oggi avremmo una democrazia diversa, oggi avremmo una democrazia compiuta.
Ma c’è anche un altro problema. Almeno la complessità del gioco che arriva dai collegamenti chiama alla responsabilità. Abbiamo una medaglia dei diritti un’altra dei doveri e il suo rovescio si chiama responsabilità. Tutto questo non è invenzione, viene dalla storia e dalle idee degli uomini, richiama il "Contratto sociale" di Rousseau, quale fondazione di una libera società di uguali che rispetti, sia pure artificialmente, la razionalità delle condizioni di una natura umana positiva. Infatti il fine a cui tendeva Rousseau era: "di trovare una forma di associazione che difenda e protegga le persone e i beni degli associati, sfruttando al massimo la forza comune. Associazione nella quale ogni uomo, pur unendosi a tutti gli altri, non obbedisca che a se stesso e resti libero come prima." Si tratta di un fine che è ancora attuale, non solo perché è un fine che ha trovato voce in una Costituente nella convenzione della Rivoluzione francese, ma perché si fonda sulla lucida implacabile denuncia della disuguaglianza e delle difficoltà dell’uomo di diventare uomo. È il tema della democrazia moderna, che ha nel mondo due anime: una impersonificata in Rousseau che rappresenta la libertà egalitaria e l’altra impersonificata da Montesquie fino a Kant che rappresenta la libertà civile.
Sostiene a tale proposito Galvano della Volpe nel suo "Rousseau e Marx":
"la libertà civile, o strettamente borghese, è la libertà dei membri della società civile, nel suo senso storico tecnico, in quanto società di individui produttori. È il complesso delle libertà e diritti borghesi, della libera iniziativa economica, della sicurezza, della proprietà privata, della libertà di coscienza, della libertà di culto, di stampa ecc… Suo strumento giuridico politico il potere legislativo rappresentativo, Il parlamentarismo dello Stato liberale borghese. L’altra libertà esprime il diritto di qualunque essere umano al riconoscimento sociale e delle sue personali qualità e capacità. È l’istanza strettamente democratica del merito, cioè del potenziamento sociale dell’individuo umano in genere è appunto la libertà egalitaria. Più che libertà perché anche giustizia e in questo senso una sorta di libertà maggiore o effettiva libertà delle grandi masse. Il contrasto fra le due anime della democrazia moderna, fra le due diverse istanze di libertà significa, in termini politici, il contrasto, il fine, tra liberalismo o libertà senza giustizia e socialismo o libertà con giustizia, libertà egalitaria nel suo sviluppo. Ma la libertà egalitaria, e il Rousseau, vede prevalentemente l’uguaglianza in funzione della libertà. Mentre occorre considerare anche l’inverso: la libertà in funzione dell’uguaglianza."
Ma, precisa Roberto Guiducci, nella sua "introduzione al Contratto sociale" i due modelli ideologici tradotti in realtà diventano, di fatto, la semplice proclamazione di un massimo di libertà soltanto formale a sacrificio di una libertà effettiva, oltre che dell’uguaglianza. È la prospettazione di un massimo di uguaglianza unicamente formale, a sacrificio dell’uguaglianza effettiva, oltre che della libertà, la giustizia è esclusa. Ecco perché occorre conciliare le due idee di libertà.
E allora, dal massimo che si afferma ci voler conseguire, si cade in un minimo. Come la libertà senza uguaglianza si rivela illibertà e oppressione, così l’uguaglianza non vive senza il controllo della libertà e si ricreano strati gerarchici, è la suddivisione fra dominanti e dominati. Si potrebbe dunque concludere che libertà, uguaglianza e giustizia possono sussistere solo e quando si leghino tra loro senza che nessun termine manchi e senza che l’affermazione dell’uno comporti il sacrificio di un altro.
E alla luce delle considerazioni che ho detto e dell’orgoglio che ho manifestato, la vediamo nella prima parte della Costituzione che oggi stanno tentando di affondare. E qui la Costituzione, il consenso, il dissenso vanno esaminati sotto il profilo politico giuridico sociale partendo dal diritto nel suo divenire, nel suo farsi come esperienza giuridica. E presuppongono il rispetto della legge considerata quale espressione che Rousseau chiamava la "volontà generale". Ma è una volontà generale che potrebbe essere non solo teorica, ma diventare pratica. VOlontà comune sovrana attuandola nel suo divenire pratico in relazione ai principi fondamentali per cui vi sia consenso unanime. Il fine è il raggiungimento della felicità che, con Kant e il suo imperativo categorico, si viene a comporre e restringere in virtù, divenendo da fine politico a fine etico.
Questo è il respiro culturale che sta dietro a questa costruzione e perciò che possiamo dare a questi valori possiamo dare il significato di valori universali, perché cercano di conciliare l’uguaglianza e la libertà sotto l’ordinamento giuridico che si ponga i valori di fondo, questi valori di fondo.
Però il consenso, che è alla base di tutto questo, e il dissenso che si crea, presuppongono una scelta, che è sempre condizionata dalla posizione esistenziale di chi la fa, ma può anche essere condizionata dalla violenza fisica o morale proveniente da altri.
Il consenso e il dissenso, in democrazia, non dovrebbero mai essere condizionati, o almeno lo dovrebbero essere il meno possibile. Quanto più il consenso e il dissenso sono condizionati, tanto più una democrazia è debole. Quanto meno il consenso o il dissenso sono condizionati, tanto più una democrazia è forte. La scelta, che si è detta essere il presupposto del consenso e del dissenso, presuppone a sua volta la libertà di scegliere. Se chi sceglie però non è libero dal bisogno e dall’ignoranza non avrà alcuna possibilità di scelta. Ecco perché la formazione del consenso dipende molto dal livello di libertà fisica, morale e culturale di cui gode il soggetto che è chiamato ad operare la scelta in un certo luogo, in un certo momento storico. È conseguente rilievo che la possibilità di condizionare consenso e dissenso è direttamente proporzionale ai livelli di bisogno e di ignoranza in cui versano coloro che debbano esprimere il consenso e il dissenso. Quanto più sono grandi i bisogni e l’ignoranza tanto più è agevole la manipolazione nella formazione del consenso.
"La volontà generale", dice Rousseau,"è sempre retta e tende sempre all’utilità pubblica. Ma non ne consegue che le deliberazioni del popolo siano sempre fornite della stessa rettitudine. Si vuole sempre il proprio bene ma non sempre lo si vede. Non è mai possibile corrompere un popolo, ma spesso lo si inganna, ed è soltanto allora che sembra che egli voglia il male."
Insomma quando l’uomo non è in grado di operare scelte non vi può essere diritto e senza diritto non vi può essere giustizia. Ecco perché la legalità è essenziale per andare verso la giustizia. Però legalità fondata su quei valori e non sugli interessi.
È fondamentale distinguere gli aspetti formali e gli aspetti sostanziali. Molto spesso può esservi consenso apparente su principi fondamentali che hanno ormai assunto valore universali, su quello che io ho detto tutti sono d’accordo, essendovi invece dissenso effettivo sulla loro concreta affermazione. In tale caso i principi diventano strumentali, per negare la loro realizzazione attraverso il riconoscimento formale e la disapplicazione sostanziale.
Nella storia dell’Età moderna noi abbiamo la prova di un tradimento e di un inganno, basta leggere il saggio "Alfa e Omega punti primordiali" di Carlo Cardia in cui vengono citati il tradimento di principi tratti da due grandi fondamenti della modernità: la Dichiarazione di Indipendenza americana e l’Illuminismo, per avere una rilevanza di tale realtà. Nella Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776 si legge "riteniamo che queste verità non abbiano bisogno di dimostrazione alcuna, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che sono insigniti dal loro Creatore di certi, inalienabili diritti" che tra questi ci sono il diritto alla vita, il diritto alla libertà, il diritto alla ricerca della felicità. Udite, udite che pratica applicazione di questa norma, recepita poi dalla Rivoluzione francese, ha dato la Corte Suprema americana nel 1857 (quasi ottant’anni dopo) nel distinguere l’uomo bianco dall’uomo negro:
"le parole ‘popolo degli Stati Uniti’ e ‘cittadini’, sono termini sinonimi, indicano la stessa cosa, entrambi descrivono il corpo politico, che secondo le nostre istituzioni repubblicane forma la sovranità. Sono ciò che normalmente chiamiamo il ‘popolo sovrano’. E ogni cittadino è un esponente di questo popolo, un membro costituente della sua sovranità. Noi riteniamo che gli individui di colore non lo siano, che non ne facciano parte e che non si sia mai pensato di includerli nella parola cittadini compresa nella Costituzione e che non possono perciò reclamare nessuno dei diritti e privilegi che quello strumento fornisce e assicura ai cittadini degli Stati Uniti." Al contrario essi venivano considerati come una classe di esseri subordinati e inferiori, che sono stati soggiogati dalla razza dominante e, che fossero emancipati o meno, rimanevano tuttavia soggetti all’autorità dei bianchi e non avevano alcun diritto o privilegio a parte quelli che coloro che erano al potere, potevano scegliere di concedere loro. Secondo l’opinione della Corte la legislazione, la storia e lo stesso linguaggio usato nella Dichiarazione di Indipendenza, dimostrano che negli individui che erano stati importati come schiavi, ne’ i loro discendenti che fossero divenuti liberi o meno, erano riconosciuti come parte del popolo, ne’ si intendeva includerli nei termini generali adoperati in quel memorabile strumento.
Avete visto di cosa si fa della legalità formale e delle norme quando vengono malamente applicate? E la Storia ce lo dice. Davanti alla Dichiarazione d’indipendenza, davanti all’Illuminismo che predicava l’uguaglianza costoro hanno interpretato come faceva comodo: ecco come la legalità può diventare ingiustizia. E lo può diventare attraverso due vie: la via della legalità che non ha come punto di riferimento nella sua formazione nella sua applicazione i principi generali fondanti, che rappresentano il limite entro il quale ogni uomo deve riconoscersi; l’altro l’applicazione pratica eludendo, violando e tradendo la legalità.
Le osservazioni che ho fatto sono sommarie, ma quelle fatte in merito all’idea di giustizia, la pratica di giustizia, ai fondamentali valori di riferimento, al relativismo dei concetti imposti da natura spazio tempo, alla democrazia, al consenso-dissenso (che condizionano il teorico contratto sociale), dimostrano in sintesi e conclusivamente quanto segue: non vi può essere giustizia senza legalità, non vi può essere legalità, come strumento di giustizia, che non faccia riferimento ai valori fondamentali di carattere universale ormai recepiti, anche se vengono dalla storia e sono valori terreni, come obbiettivo concettuale da tutta la società umana. PErché quando io parlo di valori, e mi riferisco a i valori terreni, do significato alla storicità e al fatto che siano valori terreni, perché intendo come valori giuridici sanzionati, come valori che è obbligo su questa terra mandare avanti. Sono valori giuridici che è funzione del giudice applicare attraverso lo strumento della legge che lo consente. Non vi può essere realizzazione pratica della giustizia senza l’applicazione concreta e fattuale, dovunque e comunque, delle norme riferite a tali valori e senza organi di garanzia e di controllo che ne assicurino l’applicazione. LA costruzione della giustizia attraverso la legalità è tendenziale, specie laddove quando la legalità è un mero simulacro, utile a dissimulare la pratica della violenza e la palese ingiustizia. Sicché nei casi in cui la norma vivente nell’esperienza giuridica sia mancante, inadeguata o insufficiente occorre creare, con metodo democratico, le condizioni perché sia emanata o modificata o adeguata nell’applicazione pratica, attraverso la partecipazione, il consenso, la formazione del consenso, l’educazione dei giovani, la vigilanza dell’opinione pubblica svolta per mezzo dei mass media, le iniziative dei partiti, dei sindacati, delle associazioni, delle forze vive della società, insomma attraverso il contributo di tutti coloro i quali credono in questi valori fondamentali, fin qui definiti di riferimento e hanno e perseguono la cultura della legalità e la cultura istituzionale necessaria per attuarli. L’evoluzione della linea tendenziale in esame, esige in ogni caso, che anche a livello internazionale, soprattutto a livello internazionale, e specialmente in relazione ai Paesi emergenti, l’ordine democratico su cui è basata la giustizia (l’ordine a cui ho fatto riferimento io, non quello che c’è) sia garantito da organi indipendenti di tutela e di controllo: l’ONU, la FAO, le agenzie internazionali, che si avvalgano per l’esecuzione anche di organi di polizia internazionale. Il che risponde anche ad un concetto di sicurezza, elemento indispensabile per la giustizia, che non faccia affidamento sulla forza, né fisica né morale, ma sul consenso democratico dei cittadini e delle nazioni e sul diritto attraverso il rafforzamento dell’ONU e dei suoi organismi, e la creazione di strutture di prevenzione e repressione mondiali. In questo modo quelle storture delle organizzazioni internazionali, se noi creiamo una legalità internazionale, una disciplina internazionale dei rapporti, che non è basata sugli interessi ma su questi valori, certamente assumeranno un’altra dimensione, un’altra funzione, che non sarà quella di aiuto condizionato (di condizionare le scelte altrui) ma sarà di incontro, di partecipazione, sarà non di aiuto ma di cura.
Ma per molti paesi, questo lo dobbiamo dire, la legalità attuata attraverso la normativa è essenziale, magari in gruppi, magari in un’associazione, magari in una comunità, ma è essenziale innanzitutto per edificare uno stato di diritto. E attraverso questo, anche per assicurare stabili circuiti di partecipazione che i tradizionali poteri informali non siano in grado di vanificare.
Allora occorre una regola altrimenti l’unico rimedio è la violenza. E allora siamo stretti da questa contraddizione: da una parte è necessaria la legalità per arrivare alla giustizia che altrimenti ci sono rapporti di forza e legalizziamo i rapporti di forza; dall’altra parte se il consenso non è partecipe ed è manipolato e c’è l’inganno, l’alternativa diventa la forza. Ma la forza si riproduce, entriamo in un circuito negativo. Dobbiamo modificarlo questo circuito, dev’essere un circuito creativo, e dobbiamo inserirci. Come? Con rapporti internazionale basati sulla legalità fondata su questi principi. La legge ce l’abbiamo. Se la Corte americana del 1857 non avesse avuto la Dichiarazione del 1776, la libertà dei neri non sarebbe mai avvenuta. Tant’è vero che ci sono volute tantissime lotte per giungere alla parità, malgrado la Dichiarazione universale.
Occorre, secondo me, battersi tutti, a livello internazionale e nazionale per disciplinare gli organi dell’ONU e la loro azione, in modo tale che in forza dei principi di riferimento (che sono stati già affermati, sottoscritti da tutti) e non degli interessi, si creino le condizioni dovunque per l’affermazione dello Stato, del gruppo, della comunità di diritto.
Questo non significa aiutare, ma significa prendersi cura.

Enrico de Nicola è Procuratore Generale della Repubblica di Bologna.
Intervento tenuto al seminario di Macondo "aiutare o prendersi cura?" dell’agosto 2003.
Il testo non è stato rivisto dal relatore.