Linguaggio e comunicazione

All’origine della libertà

Preambolo
Una notte arrivi a casa, dalla città lontana dove ciascuna settimana ti rechi per il tuo lavoro, ascolti le chiamate alla segreteria telefonica dello studio e, di colpo, si presenta inatteso un pezzo del tuo torbido passato che ti chiede una cosa molto semplice: due/tre cartelle “soltanto” su una questione su cui tu sei esperto, cartelle che puoi scrivere con la mano sinistra su una questione che sta in due parole: dovresti scrivere un articoletto su linguaggio e comunicazione. Le pazzie, si sa, si fanno solo per amore, e per amore ­ solo per amore ­ ho accettato. È chiaro che quello che dirò va ascritto a questa insania, ma, d’altra parte, se non per amore, per quale altra ragione si farebbero le cose folli? Eccomi dunque, con sprezzo del ridicolo, donchisciottescamente accingermi al salto d’amore. Perché di salto effettivamente si tratta: affrontare il tema proposto equivale a ritentare la serissima impresa che ci sfidava da bambini: riuscire a saltare sulla propria ombra. Vi ricordate? Basta far finta di niente, non dare all’ombra l’impressione di interessarsi di lei, fischiettare con affettata indifferenza per poi… zompare d’improvviso a pie’ pari sulla maledetta che… inesorabilmente si fa beffe di noi e se ne trotterella, scimmiottandoci, sempre un passo più innanzi. Insomma, è come cambiare le ruote della macchina in corsa: sciocchezze per gente come noi, no?

Cari pesci
È un destino, il mio, l’ho capito: ogni tanto si affaccia qualcuno che chiede al pesce di parlargli dell’acqua. Come può il pesce saperne dell’acqua se l’acqua è la condizione stessa dell’esistenza del pesce? L’acqua lo precede, per parlare dell’acqua il pesce dovrebbe esserne fuori, dovebbe poterla considerare come oggetto d’interrogazione disinteressata, laddove, come sappiamo, il solo pesce fuori dell’acqua è quello in padella, per il quale il problema non si pone. Ogni tanto, magari dopo una conferenza, arriva qualcuno a chiedere di scrivere “finalmente” un bel saggio sull’ironia, di quelli seri, fatti bene, con l’apparato critico, la bibliografia, le note ecc. È sempre la stessa questione: si può scrivere un saggio sull’ironia senza ironia? Che cosa può intendersi dell’ironia da una pallosissima discorsessa sull’ironia a meno che non fosse, a sua volta, la più tremenda, la più sadica delle ironie? Il greco eironeia, il cui significato originario è “domanda senza risposta”, “questione aperta”, fu tradotto in latino con interrogatio. Interrogarsi sull’interrogatio non è già ironico? Bene, bando ai preamboli e mettiamo seriamente mano all’impresa: ora vi spiegherò, in poche, peraltro semplici parole ­ perché non siete un pubblico di linguisti, no?, di glottologi, di semiologi, di psicanalisti, di filosofi del linguaggio, insomma non siete “addetti ai lavori”, di parola voi non ci capite niente, come i pesci d’altronde non capiscono niente di idraulica ­ quello che non hanno capito l’elohista autore del Pentateuco, Platone, gli stoici, i logici di Port Royal, Rousseau, Ferdinand de Saussure, Freud, Lacan ecc., per dirne a casaccio solo alcuni. Eh sì, miei cari, perché neanche costoro, che affollano antologie e repertori di citazioni, sono venuti a capo della questione, neanche loro sono riusciti a saltare sulla propria ombra.

Partiamo dalla Bibbia
Prendiamo l’autore del più grande best seller di tutti i tempi, la Bibbia, ancora saldamente in testa alle classifiche mondiali di vendita. Come se la cava l’elohista? Semplice: dice che un giorno, terminata la creazione, Dio chiamò Adamo e gli disse: ecco, vedi tutte le creature? Bene, si tratta solo di dargli un nome, fallo e ne diventerai padrone. E così Adamo cominciò a nominare, cioè a parlare. Sì, perché parlare è nominare le cose. Facile, no? Certo, è solo questione di nomi, è come mettere etichette alle cose (labelling, dicono gli esperti). Ma… c’è un problema: se Adamo inventa la lingua adamica in obbedienza al comandamento di Dio, questi in che lingua gli ha parlato perché lui capisse e potesse quindi obbedire? E se Adamo, com’è acclarato, ha capito, quale che fosse la lingua di Dio, la possedeva già, no? E se la possedeva già, non ha creato un bel nulla; e allora che senso aveva il comandamento divino che ingiungeva ad Adamo di proseguire l’opera della creazione creando la lingua? In nome di che Adamo ha proceduto a inventare il nome, a nominare? Il Dio biblico ­ ne sono sempre stato convinto ­ è un gran burlone: la prima grande ironia la troviamo proprio all’apertura del Libro di Libri, la Parola per definizione, il grande testo dove gli umani provano a porsi, con il suo aiuto, le questioni fondamentali, prima fra tutte, appunto, la parola. Da dove vengono le cose, da dove viene la parola? Sembra che il mito biblico risponda: le cose vengono dalla parola, la parola è l’origine, quindi non ha origine. Un postulato, dunque: non c’è origine dell’origine. Questo significa “originario”: originario è quel che non ha origine.
Come vedete, cari pesciolini, già da questi primi accenni, quando gli umani si pongono questioni impossibili, quando, per esempio, si interrogano sull’origine, devono ricorrere alla forma mitica: come intende anche il più piccolo tra voi, il racconto dell’origine, ogni racconto dell’origine, è impossibile perché, in origine… non c’è niente e nessuno, e l’origine incessantemente accade come quel che non è mai accaduto. L’origine non ha testimoni e non ne ha bisogno perché si ripete incessantemente… ogni volta che apriamo la bocca.

La parola che cura: Freud
Adesso però mi sono perso e avverto un certo disagio nel proseguire: mi sovrastano arcigni i nomi che ho citato a casaccio e che attendono almeno un accenno. Mi salvo in corner: Freud. Sì, Freud, perché è il fondatore della pratica intellettuale, la psicanalisi, cui indegnamente mi sono votato. Ammetterete che è un buon argomento: mi limito a Freud, sia perché il redattore di Madrugada mi ha imposto un limite di pagine, sia perché la cura che Freud ha inventato è la cura della parola. Egli, all’epoca ancora armato delle sovrastrutture “scientifiche” del positivismo, viene messo sulla pista buona dalla parola di una delle sue prime “pazienti” (che, in realtà, tanto pazienti non erano, se venivano razzisticamente qualificate come «isteriche»). La quale, una giovane molto colta, che parlava diverse lingue, si accorge che le rappresentazioni sintomatiche di cui soffriva si dissolvevano dopo averne parlato, se e quando Herr Professor la lasciava parlare… Tanto che battezza “talking cure” la terapia con Herr Professor: cura della parola, cura attraverso la parola. Insomma, trovava che è la parola ­ non qualcuno, non un soggetto ­ che cura. E Freud si getta nel varco per darsi conto di come avvenga che la parola curi. E costruisce, come sappiamo, quegli schemi, le “topiche”, che avrebbero dovuto dare conto di quel funzionamento, di quell’altra logica che in mancanza di meglio egli chiama ­ con un termine che non gli piaceva perché troppo carico di reminiscenze romantiche ­ l’«inconscio». Ma non ne viene a capo, non riesce a costruire quel «sistema dell’inconscio» cui mirava e, con quel fruttoso fallimento, crolla definitivamente non solo ogni suo progetto di psicologia, ma crollano duemila anni di psicologia, non si potrà più parlare scientificamente di dottrina dell’anima (o, come dice oggi il laicismo, della mente).

La parola, un soffio
Ora, la questione che gli umani si pongono è appunto “cosa” sia la parola e in che consista il suo potere. Già: perché la questione non è meramente e disinteressatamente speculativa, ma fa capo né più né meno che al potere della parola, cioè al potere tout court, e alla fantasia di impadronirsene. Cui si è dedicata con il massimo impegno la cultura greca classica, in particolare quell’esercizio di indagine noto come «filosofia»: la base, la cornice del più grande progetto di padronanza sulla parola mai concepito sul pianeta. L’interrogazione filosofica greca fondamentale è ti estì, “che cos’è?”: l’eredità greca ci ha consegnato così un mondo costituito di “cose”, l’idea stessa di “mondo” come il ricettacolo delle cose, l’essere stesso delle cose come essere mondano o non essere affatto, un’allucinazione reificante in virtù della quale, sorta di inavvertito Re Mida, qualsiasi aspetto dell’esperienza ci giunga a tiro si trasforma in “cosa”. Non possiamo dilungarci sulla cosalità, cioè sui requisiti logici (cioè discorsivi) che farebbero di un aspetto dell’esperienza appunto una “cosa”, ma basta riflettere un momento per accorgersi dell’assurdità delle interrogazioni che ne vengono: ci si chiede “che cosa è l’amore”, per esempio, quasi che ciò che il termine (il “sostantivo”, non a caso chiamato così) designa rinviasse a una qualche sostanza, soggiacente, nascosta, da svelare, situata nella grande radura dell’Essere che noi chiamiamo il “mondo”, non importa se fisico o metafisico. Nel cui catalogo stanno gli enti, e gli enti sarebbero le cose, e fra queste cose talune come appunto “l’amore”, “il tempo”, “la vita” ecc. Non ultima “la parola”. Qual è la sostanza della parola? Cosa c’è sotto? Sotto la parola non c’è nulla, la parola stessa è nulla: nec ulla, nessuna cosa. Psychè, per i greci; ruah, per gli ebrei: soffio. Il potere della parola è la forza di quel che c’è di più debole, di meno stabile, il potere di un soffio.

Dal mito alla logica, alla "malattia mentale"
Ebbene, i greci si sono trovati ad un certo punto (più o meno in concomitanza con l’invenzione della scrittura alfabetica) a non poterne più della mobilità della parola, della sua inafferrabilità, del suo trascorrere incessante tra equivoco, menzogna e malinteso. La parola degli aedi, la parola mitica ­ si decretò ­ non era la parola: troppe contraddizioni, troppi equivoci, troppa poca linearità. Il filosofo decise che al mythos dovesse contrapporsi il logos, la parola che risponde all’Uno e all’Identico, secondo quelle regole che furono chiamate «la logica», che noi impariamo come grammatica e che ci vengono contrabbandate come “Legge” della parola: principio di Non Contraddizione, principio di Identità, principio di Terzo Escluso. Nasce il logos, la tenaglia implacabile dell’aut aut. E il mythos viene lasciato ai bambini, alle donne, agli innamorati, ai poeti e ai pazzi. In realtà, tutte categorie, queste, che per la «logica» sono forme della pazzia, dell’illogico, cioè della non parola. Aristotele scrive la sua Logica per insegnare il «retto pensare».
Nasce una cosa prima sconosciuta: nasce ­ o, per lo meno, ne vengono poste le premesse “logiche” ­ quella che oggi si chiama “malattia mentale”. Che altro non è che la non parola, una parola non più ascoltabile dal logos. Ed è così che Freud, ad un certo punto di questa millenaria storia di segregazione della parola, si trova a constatare: «I parenti incolti dei nostri malati […], cui fa impressione solo ciò che si può vedere e toccare di preferenza azioni come quelle che si vedono al cinematografo ­ non trascurano mai di esternare i loro dubbi che “soltanto con dei discorsi si possa concludere qualcosa contro la malattia”. Naturalmente questo è un modo di pensare tanto ristretto quanto incoerente. Si tratta di quelle stesse persone che sono sicurissime che i sintomi dei malati “non sono altro che immaginazioni”. Originariamente le parole erano magie e, ancor oggi, la parola ha conservato molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice l’altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli allievi, con le parole l’oratore trascina con sé l’uditorio e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo comune con il quale gli uomini si influenzano tra di loro». Insomma, nella superstizione della «malattia mentale» si avverte come la parola continui a non rispondere al logos, al discorso supposto comune, come essa continui a funzionare nonostante la sordità del logos, a produrre effetti secondo una logica propria che al “logico” appare “illogica”, mentre assai logico gli sembra credere nella padronanza sulla parola. Tanto che, per questo discorso, divenuto ormai discorso comune, logico vale “normale”, “ovvio” e, addirittura, “naturale”.
Normale, logico, è insomma, quel che andrebbe da sé: il discorso supposto comune.

La comunicazione non è un gioco a somma zero
Ecco che da questi spunti possiamo intendere quel che comunemente passa sotto il termine comunicazione. Per comunicazione normalmente s’intende circolazione. E i “disturbi della comunicazione” altro non sarebbero, di conseguenza, che inceppamenti nella circolazione, nell’ovvia, naturale, normale circolazione della parola, per la quale diciamo o dovremmo dire, “in fondo”, la stessa cosa. Ora il problema è proprio questo: chi lo ha detto? Chi ha detto che la parola, il suo movimento, è o dovrebbe essere un cerchio, un gioco a somma zero in cui quello che sta all’inizio deve ritrovarsi anche alla fine, senza differenza, senza variazione, senza alterazione? Lo schema Shannon­Weaver (quello, per intenderci, EmittenteRicevente / Mezzo­Messaggio / BiasFeedBack), tanto in uso nei “corsi di comunicazione” quali che siano, va bene per le linee telefoniche, non per la parola! Basta provarsi nella traduzione per scoprire che non si dice mai la stessa cosa, che c’è sempre uno scarto e che questo scarto, lungi dall’essere un difetto, è strutturale alla comunicazione, costituendosi questa nella novità. Non per niente i grandi scrittori sono stati anche grandi traduttori. A riprova che non c’è traducibilità, non c’è codice. Così se, come indica il mito di Babele, ciascuno parla un’altra lingua, il mito di Pentecoste ci dice che ciascuno intende nella propria. Se così non fosse, qualsiasi software di traduzione fornito con il computer potrebbe sostituire il processo di comunicazione che va, appunto, da Babele a Pentecoste, senza creare nessuna comunità, nessuna unilingua, nessuna padronanza. Che è il sogno di ogni tiranno: l’antica, mefistofelica padronanza sull’anima ­ miraggio di ogni dèmone politico ­ altro non è che la pretesa padronanza sulla parola! La parola è libertà, nuotate pesciolini Questa idea comune di comunicazione discende da una certa idea di linguaggio, che non a caso in greco si rende ancora una volta con logos (che, alla faccia dell’inequivocabilità, significa anche tante altre cose: discorso, discorso scritto, definizione, parola, ragione, ecc.). In questa accezione, linguaggio sta per codice, sistema o insieme biunivoco, naturale o convenzionale, di significanti e significati, tolto l’equivoco. Al cui studio si dedica la semiotica. Ora, poiché la semiotica afferma che il linguaggio è una creazione della semiotica e che, di conseguenza, discende da una più o meno esplicita teoria del segno, ci sono tanti linguaggi quante sono le semiotiche. Sostiene uno dei padri della semiotica, A. J.
Greimas, che «la loro tipologia è tuttavia ancora lontana dall’essere compiuta e i primi tentativi si fondano su criteri poco sicuri e poco redditizi».
Cioè che è una scienza, la semiotica, che non ha presa sul suo oggetto. Più sopra, dopo avere detto che il linguaggio altro non è che l’oggetto di cui la semiotica vuole sapere («dato che un oggetto simile non è definibile in sé»), aveva proposto di percorrere «la via meno compromettente» sostituendo il termine «linguaggio» con l’espressione «insieme significante». Ma ecco appunto la questione: quali sono i criteri di significanza che rendono qualcosa significante, quindi elemento di un «sistema» o di un linguaggio? Che vuol dire (che significa) significare? Cosa significa che qualcosa significa? Si torna alla teoria del segno. Che, però, dev’essere qualcosa di più e di diverso dal segnale stradale inscritto nel codice detto della strada o dal segnale ormonale della femmina di babbuino in calore. Convenzionale o naturale che sia, il codice ha la funzione di eliminare lo sbaglio, di togliere l’equivoco. E qui sta precisamente la questione: il maschio di babbuino, nella sua risposta, non può sbagliare, l’automobilista pure (in via di principio, anche se poi, non essendo un babbuino, sbaglia invece, talvolta). Chi vuole il nostro bene, chi a qualche titolo vuole governarci, non vuole che sbagliamo, non vuole che prendiamo fischi per fiaschi: vuole la nostra libertà, non quella della parola; vuole che siamo liberi di dire… quello che dice lui. Vorrebbe la comunicazione perfetta: quella delle formiche, quella delle api operaie, quella dell’automa animale o umano o elettronico, insomma quella dello schiavo che non ha altra parola che non sia quella del suo padrone. Lo schiavo non sbaglia, non può sbagliare. Ma poiché la libertà non è umana, poiché la libertà è della parola, poiché non c’è nessuna libertà fuori della parola, tranquilli, cari pesciolini: nessuno riuscirà a toglierci lo sbaglio. A sbagliare siamo bravissimi da soli, non abbiamo bisogno di aiuto. Declinate quindi con gentilezza, ma con fermezza, chi vuole aiutarvi sia a sbagliare che a non sbagliare più. Nessuno potrà prosciugare l’acqua, nuotate sereni!