Lisbona, umanamente timida

Lisbona ha i piedi nel Tejo, la testa nell’Oceano e il cuore nel mondo.

In quella posizione non poteva che sortirne una città protesa in avanti, o meglio, all’infuori. Lisbona è davvero una città di gente che non sa stare in pace con se stessa.

Il fiume che, a pochi chilometri dal mare, si allarga verso l’estuario, sembra trascinarla dietro, verso l’infinito, nella direzione di un mondo misterioso e da scoprire, lontano lontano. Sembra dirle: «Vieni con me, non stare lì». E Lisbona non sa se andare o se restare.

L’immensità dell’Oceano Atlantico sul promontorio di Cascais costringe chi arriva a dirigersi verso il mare e a guardare verso l’orizzonte. Non ci si guarda mai indietro. Lo sguardo va irresistibilmente in avanti. Il vento perenne sembra accarezzare le menti e gli spiriti, sembra cantare sommessamente una canzone a bassa voce, sembra imprimere una melodia lunghissima e inspiegabilmente malinconica. A Cascais la terra si arresta per lasciare spazio all’acqua e a questo anelito di infinito e di avventura.

Una città che canta

Sono arrivato a Lisbona con le voci e le storie sui portoghesi ben piantate nelle orecchie e nella testa: storie di tristezza e di “saudade”, rumori di vecchie navi e di battaglie aspre e sanguinose per conquistare nuovi mondi. Sono tornato a casa con l’odore di Brasile nelle narici e nelle scarpe.

Camminando per i vicoli di Alfama e della Cidade Alta, ho assaporato un’atmosfera che non mi sarei mai aspettato. Nelle stradine gli stessi sassi scuriti e insudiciati dal tempo e dalla salsedine, nell’aria gli stessi odori forti e inconfondibili di Rio de Janeiro, negli occhi le lenzuola stese da un popolo vivo.

Sarà perché io vedo e sento il Brasile ovunque, come un innamorato vede la sua donna anche nelle pieghe della notte, ma Lisbona per me è stata una percezione istantanea di antiche passioni. È stata soltanto l’altro lato del ponte, proprio come se un immaginario lunghissimo ponte attraversasse l’Atlantico e si poggiasse sull’ingresso della Baia de Guanabara, a Rio.

In riva all’Oceano avrei voluto quasi allungarmi, in una posizione innaturale di ricerca di qualcosa: un odore, un oggetto, una visione. Nessuno vedeva il Brasile. Io sì. E con me lo vedevano i portoghesi quando, testimoni della loro storia secolare, anelavano ai mondi visti, scoperti, toccati e quindi ricordàti.

Il popolo portoghese non è propriamente un insieme di persone tristi, ma è un’umanità che non sta bene a casa né altrove. È un popolo che a Lisbona sogna quello che sta oltre il mare e oltre il mare sogna Lisbona. Oltre il mare i portoghesi hanno spesso trovato una dimensione che non avevano mai realizzato nella loro piccola e povera terra, ma a Lisbona hanno sempre trovato una casa, una strada, un filo a cui appendere la propria biancheria.

Lisbona è una partenza e un arrivo, è un addio, un arrivederci e un bentornato. Il “fado” canta una passione gentile e misurata, fatta necessariamente di desideri inespressi e di amori lasciati o mai raggiunti. Però canta anche le passioni e le gioie degli incontri inaspettati e dei ritorni attesi per mesi o per anni.

Lisbona è una città che canta. «Avevo quattro anni e le mie vicine di casa mi dicevano – Amalia, canta! – E io cantavo». Amalia Rodrigues è sempre stata la voce inconfondibile di una città che canta come una bimba semplice e pura e, confidando il suo candore infantile, ha rivelato l’anima gentile di una città quasi bambina.

Lisbona è una città che aspetta, che prende il vento sulla faccia, la pioggia sulla testa e il sole sulla pelle. Lisbona aspetta senza maledire né gridare, senza piangere né ridere, senza esclamare. È una città dolce e mite, come il suo tempo, mai esageratamente caldo e mai troppo freddo. È una città paziente.

La rivoluzione con i sogni e con la poesia

Lisbona dà vita a un popolo che, nella sua storia, ha associato una religiosità profonda e semplice a un desiderio di riscatto in chiave politica molto forte. Mai però con il sangue che i suoi vicini spagnoli hanno sempre fatto scorrere sulla pelle e nella carne. I portoghesi hanno fatto la rivoluzione con i sogni e con la poesia.

La stessa rivoluzione dei garofani, inaugurata il 25 aprile 1974, è uno dei miei miti irriducibili e indimenticabili. La seguivo da ragazzo, la capivo poco, ma mi ricordo i garofani rossi nei fucili dei soldati e nei dispositivi di puntamento dei carri armati. Mai il mondo aveva visto soldati generare e cavalcare una rivoluzione popolare. Casomai era sempre successo il contrario, con le rivoluzioni soffocate in un bagno di sangue generosamente provocato dalle caste militari. A Lisbona invece il monocolo del Generale Spinola e i pugni chiusi del Colonnello Gonçalves, «o companheiro coronel», irrompevano romanticamente sulla scena di una rivoluzione cantata, quasi danzata, in un universo di bandiere rosse che preannunciavano un cambiamento che non sarebbe mai arrivato.

Ho visto il funerale di Alvaro Cunhal, il fondatore del Partito Comunista Portoghese. Comunista fino in fondo, romanticamente legato ai suoi ideali di rivoluzione del proletariato, Alvaro è morto come è nato ed è vissuto: sempre uguale a se stesso. Me lo ricordavo più giovane, con quella capigliatura folta, grigia e spettinata, quando, durante i comizi, intonava quegli slogan veementi, agitando il pugno chiuso. Poi l’ho perso e l’ho ritrovato in una bara che attraversava il centro di Lisbona fino al cimitero. Ed era tutto uguale: un viale avvolto in un’unica immensa bandiera rossa, pugni che si agitavano e un unico grido: «Alvaro, amigo! O povo està contigo!». La dichiarazione d’amicizia per un uomo come lui da parte di un popolo romantico e angolato, perso nel fondo dell’Europa, era l’espressione di un’ostinazione a vivere in un mondo di romantici. Che cosa è più romantico di un fiore? E che cosa è più romantico di un fiore rosso?

A Lisbona i garofani rossi sono un simbolo di gentilezza che spunta ovunque, coprendo bare e statue, infilandosi in fucili e cannoni, passando da una mano all’altra.

Il giorno dopo è morto anche Gonçalves, «o companheiro coronel». A me è parso che tutto il Portogallo dei garofani volesse rendermi omaggio.

Il giorno di Sant’Antonio sono stato davanti alla cattedrale cattolica e anche lì ho incontrato migliaia di uomini, donne e bambini, tutti con un fiore rosso tra le mani. Il velo nero delle donne più anziane si mescolava con l’abbigliamento più trasgressivo di molte ragazze. Le medagliette della Madonna di Fatima sul cuore di queste contadine invecchiate dalla fatica e dalle intemperie si intrecciavano con gli walkman dei ragazzi. Tutti ad accalcarsi con un garofano rosso da indirizzare alla statua di Sant’Antonio e a comunicare un affetto e una devozione puri e trasparenti.

Il vento di Cascais

Lisbona è un atto di affetto quasi timido, è una dichiarazione d’amore appena trattenuta o sussurrata senza che l’altro possa capire. Lisbona non è triste. È soltanto umanamente timida.

Non tornerò a Lisbona. Mi fa troppo male il suo odore di Brasile, mi fa troppo pensare la sua tenerezza, mi fa troppo sognare il suo garbo, mi fa troppo recriminare la sua timidezza. Io sono un uomo che non sa comunicare con sfacciataggine i suoi sentimenti e Lisbona mi assomiglia, arrancando su per le colline con le sue vecchie funicolari. È sempre una fatica, un mondo in salita. Ogni volta è un’impresa improba e dolorosa.

Però il vento di Cascais è stata una delle cose più belle che io abbia mai avvertito: profondo, inarrestabile, dolce. Vale la pena andarci. Chi non ha mai ricevuto le tenerezze di una donna sappia che a Cascais può sognare. Il vento è la cosa più bella che ci sia.

Lisbona ha sposato il vento e questo sposo, trasformandosi in una donna affettuosa, accarezza dolcemente tutti quelli che ci passano.