Lula, in un Brasile in cerca di democrazia vera

Il mese di settembre è stato il culmine di mesi difficili e complessi per il governo Lula, per il Pt (Partido dos Trabalhadores), per tutto il Brasile che sta perdendo un punto di riferimento nel partito che ha portato al governo, per la prima volta nella storia, un metallurgico. Il mese di settembre è stato il culmine di mesi difficili e complessi per il governo Lula, per il Pt (Partido dos Trabalhadores), per tutto il Brasile che sta perdendo un punto di riferimento nel partito che ha portato al governo, per la prima volta nella storia, un metallurgico. Ma, come si sa, non bastano i simboli, né le identificazioni con un personaggio che riscatta idealmente per vivere meglio nella quotidianità. Il popolo brasiliano, con tutta l’ambiguità di questa parola che dice tutto e niente (che popolo è un paese che ha una delle più elevate diseguaglianze di rendite al mondo? Che ha il 65% di immobili rurali inutilizzati e 40.000 morti l’anno per arma da fuoco?) vorrebbe finalmente avere una vita sociale che funzioni con una burocrazia al servizio del cittadino e non viceversa e credere nel rispetto delle persone. Sapere che anche il Pt non è più un baluardo etico è stato un duro colpo. Sapere che anche il Pt si è comportato come tutti gli altri partiti e cioè ha aperto conti ombra per gestire i soldi della campagna elettorale di Lula del 2002 toglie la speranza che il Brasile possa cambiare profondamente. Si dice che l’ “angolo” del Pt verso il neoliberalismo sia cominciato con la scelta di Lula per il pubblicitario Duda Mendonça, già organizzatore della campagna di Maluf. Il personaggio più corrotto del Brasile, ora agli arresti. Sceglierlo ha implicato avere a disposizione un formidabile bilancio di campagna. Sono stati necessari soldi e tanti.
Le analisi politiche si sprecano. Come sempre cercherò di riassumerle, confessando che la mia sensazione, in questo momento, è molto indefinita: “sento” che qualcosa di inespresso cova in questo paziente paese sudamericano, ma è come una rabbia mista a disperazione, sfiducia in un’umanità “buona”. Diversi dicono che c’è “un’Argentina che dorme nel cuore del Brasile” e aspetta l’occasione buona per risvegliarsi.
Vediamo i fatti salienti. I protagonisti dello scandalo delle “mensalão” (stipendi pagati a parlamentari affinché sostenessero il governo Lula che non aveva la maggioranza), lentamente seguono il loro destino verso un temporaneo oblio, per poi, come si dice qui, magari ripresentarsi alle prossime elezioni. Marco Valerio, pubblicitario organizzatore dei contatti per il Pt è stato più volte sentito dalla Commissione Etica e dalla Commissione di Inchiesta sulle Poste, due organi del Congresso brasiliano con potere di incriminazione e di sospensione di mandato. Roberto Jefferson, ex presidente del Ptb, alleato di Lula, che ha denunciato lo scandalo delle tangenti alle Poste, coinvolto fino all’osso egli stesso nel traffico di soldi, ha perso il mandato di deputato. Gli altri inquisiti, di cui sette su 13 del Pt sono in attesa di giudizio. Fra di loro l’ex ministro della Casa Civil e braccio destro di Lula, José Dirceu. Il “grande” boss del Pt lotta a colpi di interviste dentro e fuori il Pt e La Camera dei deputati dove è ritornato, dopo le dimissioni da ministro. Dirceu è anche il lider della corrente “Campo Majoritario” (anche quella di Lula) che ha vinto, con poca maggioranza anche le elezioni interne per la propria presidenza del Pt, il cui nuovo presidente, da poche ore è Riccardo Berzoini.
Questa scadenza è stata molto importante perché ha aperto un dibattito interno infuocato, fra l’anima governista del Pt e quella antica, etica e di “movimento”. Ci sono anche quelli che le vogliono conciliare, come Tarso Genro, ma hanno vita difficile, perché più che le analisi prevalgono le cordate e i gruppi. Insomma, il Pt in questo momento sembra di più lo specchio della società brasiliana di sempre, con i suoi gruppi, le sue élites, le sue lobby, il Brasile delle amicizie più che delle alleanze progettuali.
Ci sono inoltre segnali inquietanti di prossime dimensioni politiche. La prima è il “caso” Celso Daniel, sindaco PT, di S.André (S.Paulo), ammazzato il 18 gennaio 2002. Celso aveva come primo collaboratore Roberto Carvalho, attuale segretario alla Presidenza di Lula. L’assassinio, dichiarato dal pt stesso in un primo tempo crimine politico, poi fu declassato a crimine comune, come l’inchiesta giudiziaria aveva voluto accertare. Il fratello di Celso, tuttavia, continua a dichiarare che il delitto è stato politico e che Carvalho sapeva della struttura di “mensalão” attiva in Santo André.
Insomma, ciò che sta lentamente venendo alla luce è che il Pt per governare ha dovuto entrare nello stesso sistema di “sostegno” degli altri partiti.
L’opinione pubblica e i militanti del Pt si chiedono chi sapeva e se Lula sapeva… del resto, come si fa a non sapere, conoscendo le regole informali di questo paese difficile e il successo in migliaia di amministrazioni locali del Pt lo scorso anno? Lula, in ogni caso, è stato “blindato”. Tutti i suoi ministri o ex, intellettuali, come il sociologo Francisco de Oliveira o la filosofa Marilena Chauí firmano manifesti e lettere di appoggio, ma, come dire, la sua immagine è incrinata.
In tutti gli ambienti si invoca la Riforma Politica (quella che Tarso Genro ha proposto sin dalle prime riunioni del Conselho de desenvolvimento econômico e social che ha presieduto prima di fare il ministro dell’educazione) mai voluta veramente dal governo Lula. Ora la si vuole sia da parte degli ambienti giudiziari che politici. I cambiamenti invocati sono molti, ma principalmente si vorrebbe la clausola di “fedeltà” al partito con il quale è stato eletto, per evitare cambi continui di partito e “mensalão”, a seconda delle convenienze.
Altri indizi secondo me sono preoccupanti. Il primo è la nascita del PARTIDO MUNICIPALISTA RENOVADOR, braccio della Igreja Universal do Reino de Deus (Iurd), fondata nel 1977 dal vescovo Edir Macero. La registrazione è stata concessa in agosto dal Tribunal Superior Eleitoral dopo che erano state raccolte 440mila firme necessarie in 10 stati: Minas, Alagoas, Amazonas, Bahia, Paraiba, Mato Grosso, RGS, Rondonia, S.Paulo, Parà e Distretto Federale. Gli adepti della Iurd sono 3 milioni solo in Brasile e la sua presenza raggiunge 40 paesi del mondo. Il primo tempio venne costruito nella terra degli tupiniquim, negli Usa, nel 1980. La sua prima idea è riunire già i parlamentari sbandati della Camera sotto lo stesso ombrello: un’operazione trasversale che scombinerà ancora di più i giochi politici. A questo nuovo partito, proprio a fine mese, ha aderito, con grande cerimonia, il vicepresidente di Lula, José ALENCAR.
Il secondo indizio è la mobilitazione dei militari, per fare una lobby potente. L’esercito è meno pericoloso che in altri paesi del cono sud – molto di più preoccupa quello del vicino Paraguay, paese in balia degli Usa di cui ospiterà, quasi con certezza, una base militare – tuttavia sono sempre un gruppo sociale che vede solo i propri interessi: difesa nazionale, salari e pensioni! Hanno creato il Movimento Prò Eleiçoes, una specie di commissione nazionale per offrire candidature a chi si impegna per i loro obiettivi.
Intanto, la gente fa “turismo politico”. Va in gita a Brasilia a vedere i luoghi degli scandali: Palazzo di Planato, casa dell’ex presidente della Camera Severino Cavalcanti, casa del deputato Roberto Jefferson, Hotel Gran Bittar di Brasilia dove c’è la suite vip preferita da Marcos Valerio, la Procuradoria generale della Repubblica, il Congresso nazionale… la vita è cosi… il voyeurismo ha amici un po’ ovunque…
In conclusione: il Pt vive una profonda crisi che coinvolge anche destini personali. Un partito che ha proposto una militanza “totale” non può essere abbandonato facilmente senza mettere in crisi gli stili di vita dei singoli. “E’ stata sostituita la generosità del militante con la disputa degli incarichi, il dibattito del progetto con il pragmatismo del comando, come se non fosse necessario, all’arrivo al governo, dibattere il cambiamento dell’apparato statale. Fu sostituito il lavoro di base, cellule di base, con cupole centralizzate, molto bene preparate ideologicamente, ma che non hanno democratizzato il dibattito… Di fatto c’è una crisi politica di rappresentazione”, sono le lucide parole di João Pedro Stédile (CartaCapital, 21 settembre 2005). Infine, il come ha rivelato l’Ibope, la maggioranza dei brasiliani non si sente rappresentata da questo sistema. Credo che abbia ragione Stédile a dire ancora: “adesso non è ora di piantare insalata. Non si tratta di seminare per raccogliere fra tre quattro settimane… Adesso è ora di piantare alberi. Sono lenti a dare frutti, ma quando fruttificheranno, saranno duratori”. E credo anche che il Brasile abbia voglia di democrazia vera, non di facili ribellioni o impossibili rivoluzioni.