Luoghi della cura, luoghi della vulnerabilità

Realizzare una casa nel mondo

È la cura ciò cui apparteniamo, per tutta la vita: è nella cura reciproca che donne e uomini costituiscono l’abitabilità dei luoghi della vita. E dei tempi, delle transizioni, delle prove e degli eventi nei quali si incontrano le biografie di uomini e donne. La cura permette di realizzare «una casa del mondo» (H. G. Gadamer).

Forza e debolezza si danno – direbbe Eugenio Borgna – in una danza di trascendimenti e di incontri, nella reciprocità, nella riscoperta continua.

Gli adulti, i padri in particolare, che negli ultimi dieci anni hanno vissuto e vivono incertezze professionali o periodi di disoccupazione, hanno dovuto e potuto (spesso faticosamente) ricostruire un senso della dignità personale e ciò è stato possibile grazie all’apporto decisivo dei figli, delle figlie oltre che delle mogli, dei genitori; in un gioco di affidamento/affidabilità inedito, ricchissimo, molto delicato. Certamente non sempre riuscito.

Rendere abitabile la vita

Proprio la vulnerabilità che può assumere anche la forma della malattia, è al cuore di questa inedita nuova danza delle reti familiari. Questa nuova danza tra le generazioni, danza a volte tragica, a volte di una delicatezza meravigliosa, tesse e probabilmente ospita già quei tessuti di coscienza che potranno rendere abitabile la vita oltre la soglia di questi nostri tempi. Noi non possiamo dirne troppo: chi è sulla soglia non può dire troppo del dopo. Possiamo solo provare a leggere cosa sta nascendo di nuovo dentro la convivenza sotto il segno della vulnerabilità in famiglie che, appunto, si strutturano attorno ad una nuova evidenza della filialità, dell’essere affidati ad altri, della vulnerabilità.

Qualunque forma assuma la rete familiare, essa ruota attorno alla cura di fragilità, alla sollecitudine, alla filialità potremmo dire. È una filialità che non tocca solo i figli biologici, che non riguarda soltanto i piccoli. È una filialità che può bene toccare gli adulti: basta un incidente, basta una patologia cronica o basta una condizione di depressione e ci ritroviamo in mani d’altri, di nuovo figli.Tocca gli anziani, (ma non per forza solo gli anziani) che a volte diventano figli dei loro figli. Da onorare, dice la Scrittura.

Sotto il segno della vulnerabilità c’è una prova delicata e difficile: quella dell’insostenibile vicinanza dell’altro fragile, vulnerabile, a te affidato. È una prova quella dell’estrema vicinanza, dell’altro fragile e vulnerabile, da cui non puoi toglierti. Questa vicinanza estrema può diventare insostenibile e il gioco tra distanza e vincolo, tra legami e abbandoni, tra richiamo ad un’attenzione, a una sollecitudine, a una cura e voglia di anestetizzarti da questa tensione, a delegare ad altri, prendere le distanze attraversa le storie personali, le storie delle relazioni, le storie delle famiglie chiamate a rivedere il vincolo, a rifare l’alleanza, a ridirla con forza con un gioco di esposizione al rischio, di possibilità di non reggere la prova.

Riuscirò a reggere negli anni questa compagnia, questa vicinanza? Sarà sopportabile a lungo, per i miei figli?

Le reti familiari in cui la malattia prova e entra in modo inedito, prolungato nel tempo, vedono i ruoli, come dire?, nella necessità di ridisegnarsi e rinascere. Si era marito e moglie, padre e figlio, madre e figlia e poi si diventa curante e curato. E le due cose si intrecciano, a volte stridono, fanno fatica a ridirsi, incrociate. Prima ero io che nella dedizione accudivo, sostenevo, davo sicurezza; adesso sono infragilito al punto tale che mi è necessario, ma mi pesa che sia mio figlio o mia figlia a prendersi cura.

Riusciremo a trovare le forme sociali e culturali della dedizione, a costruire per esempio un’educazione che cura le competenze affettive? Riusciremo per esempio a introdurre in modo significativo nelle nostre strategie educative l’incontro con la sofferenza? Riusciremo a reinserire nei percorsi educativi l’attenzione alla domanda, al silenzio per riuscire a vedere come si può dire e si può reggere in questa vita che vede così presto evocata la capacità di attenzione, di silenzio, di avvicinamento a situazioni in cui l’altro che conduce la danza?

Contesti familiari e

contesti sanitari di cura

È il fragile che la conduce, come sa chi danza. Occorre ricostruire e costruire e praticare nei nostri percorsi educativi il riconoscimento reciproco, la fiducia e la capacità di fronteggiamento nella prova, l’esperienza che si può generare energia con e verso altri.

Si va delineando in questi anni e per i prossimi anni un nuovo carico di compiti di cura, di sofferenza e di accoglienza della malattia nella famiglia, nei suoi luoghi e nei suoi tempi di vita. Che abbia i segni della privatizzazione o quello della attivazione di comunità, di mondi vitali non è ancora chiaro. Certo il nuovo rapporto delle organizzazioni e i servizi di diagnosi e di cura, con le storie personali e familiari, con gli spazi di scelta e di convivenza delle famiglie resta sospeso tra buon accompagnamento ed estraneità reciproca. Eppure questa situazione richiede una maggiore e diffusa “competenza morale”, e richiama una convergenza su valori etici di fondo condivisi.

L’intreccio tra i tempi e i luoghi familiari e i tempi e i luoghi della terapia, le prossimità ricorrenti delle figure dei contesti sanitari e sociali coinvolti nella cura con i malati e i familiari del malato rendono tali incontri, tali alleanze nella cura una situazione etica. Una “situazione etica” in quanto chiede (o attiva) capacità e consapevolezze morali in chi è coinvolto; è luogo di formazione e di promozione continua di soggetti etici che perseguono una dimensione morale. Che non restano neutrali, né passivi, né semplicemente assentono a un quadro morale: piuttosto entrano in un gioco delicato e sofferto di riconoscimenti, di assunzione di vincoli e responsabilità reciproche, di libertà, attenzione e rispetto, di elaborazione di significati (P. Valadier, “La persona nella sua indegnità”, in Il dibattito sulla dignità umana, Concilium 12, Morcelliana, Brescia, 2003).

Siamo sulla soglia concreta di un riconoscimento della cura come situazione etica. O di una più forte privatizzazione, ed estraneità reciproca, nei luoghi della convivenza in cui si incontrano malattia e sofferenza. È appunto uno stile dell’interumano che viene richiamato, insieme nell’orientamento a stendere un tessuto di relazioni, a generare legami sociali e progettare forme della convivenza (specie quelle orientate al servizio, al sostegno, alla cura) nelle quali «si riconsegna l’uomo all’uomo» (non il singolo a se stesso, né uno ad altri). La decisione di vivere gli uni accanto agli altri in responsabile cura è assunta come motivazione etica esplicita a caratterizzare le forme della vita comune (P. A. Sequeri, L’umano alla prova. Soggetto, identità, limite, Vita e Pensiero, Milano, 2002; F. Riva, “Dolore ed etica pubblica” in Dialogo e libertà, op cit).

Quelle delle famiglie sono storie, sono cammini. In queste storie di vita si è chiamati a nuove nascite, a nuovi inizi: da sostenere con affidabili vicinanze, e con positive attese da parte di altre famiglie, dei servizi e della convivenza sociale. Si vivono anche transizioni delicate a diversi livelli: da accompagnare, nelle quali non fare mancare relazioni e competenze; o momenti di disorientamento: nei quali servono mappe, indicazioni, opportunità, per nuove scelte. Tratti di questi cammini familiari sono ricchi, “accumulo” di energie, di senso, di potenzialità d’iniziativa e di responsabilità: da valorizzare, riconoscere, da invitare alla mutualità, alla ridiffusione (I. Lizzola, “Storie di famiglie, storie di minori”, in Ex Lege, n. 3, Milano, 2003; Educare dai margini. Marginalità e cura come luogo educativo, Celsb, Bergamo, 2004).

Attivare la responsabilità

dei minori in nuove trame

Le difficoltà, i cambiamenti che attraversano l’ambiente di vita delle famiglie, e quelli che al loro interno si generano, chiedono capacità di costruire nuovi equilibri, nuove combinazioni di risorse. Chiedono capacità di adattamento, di resistenza nella prova; chiedono esercizi di volontà, di cura, di progetto condiviso con altri. Chiedono capacità di relazione, di incontro e di condivisione.

Oggi questo è richiesto. La realtà dell’essere affidati e dell’essere affidabili all’interno delle famiglie, delle reti delle famiglie, del gioco tra famiglie e servizi. Da qui, tra l’altro, la necessità, il valore, la bellezza di fare maturare sostenere il più precocemente possibile le capacità di cura, gli esercizi di responsabilità da parte dei minori. È una prospettiva educativa che incrocia la novità antropologica del rapporto tra le generazioni e delle storie delle nostre famiglie.

Ritrovarsi in spazi comuni dove si praticano le ragioni del vivere insieme attorno all’educare, al soffrire, alla festa, alla cura del futuro, in progetti, servizi, esperienze sociali: questo può aiutare famiglie a muoversi per strategie, a non lasciarsi leggere nel (e ridurre al) problema che portano, a trovare punti di appoggio (e a offrire punti di appoggio) nella trama di relazioni e presenze nel territorio. Nelle situazioni etiche che si aprono si elaborano pratiche e valori condivisi attorno alla “vita buona”.

C’è una nuova “pressione” sulle famiglie, e un’importante attesa. Una pressione che a volta scompagina e disorienta. Che potrebbe vedere le famiglie attivarsi per esprimere le proprie potenzialità di filtro e orientamento, di mediazione culturale e di ricerca di significati, di capacità di interpretazione e di buon uso delle energie e degli affetti, delle memorie e dei progetti. Costruendo buone alleanze e buone vicinanze con altre famiglie, con i servizi. Restano le famiglie il luogo originario e della significazione del legame tra generi e generazioni, delle esperienze che costituiscono i primi significati, gli orientamenti a ciò che vale, nella prova della diversità e della relazionalità.

In queste trame familiari si vivono più volte momenti di risimbolizzazione affettiva profonda del sé, delle figure genitoriali, delle figure dei figli. Una risimbolizzazione affettiva del contesto di vita, del mondo, del tempo. Chiedono accompagnamenti delicati in questi processi di risimbolizzazione, chiedono dei luoghi in cui ridisegnare anche il senso del passato e dei desideri passati che non avranno più realtà o potranno forse essere rideclinati in altri giri di danza. Come fare a “sentirsi ancora di qualcuno” quando la vita in queste trame familiari per la pressione della vulnerabilità e delle impossibilità entra a rompere esercizi di ruolo, disegni di sé, prefigurazioni del futuro sulle quali avevamo ostruito il nostro patto? Reggerà ancora? Molti non reggono. Cadono. Anche per un difetto forse di risimbolizzazione, di reinterpretazione.

Un’intelligenza non accidiosa dentro nuovi orizzonti

È vero, ce lo dicono tutte le ricerche, siamo angosciati dalla consapevolezza che i nostri figli staranno “peggio di noi”. Ma parlano di un peggio spesso misurato solo sull’accesso ai beni, della disponibilità dei beni. Si starà “peggio” e si potrà stare “meglio”: certo si dovrà imparare a essere e relazionarsi tra generi e generazioni, tra diversità in modo nuovo, inedito. Certo più sobrio, più austero. Ma non è la grande occasione, questa, per le famiglie, per scoprire che si può reggere la prova, che si possono superare le frustrazioni, che è possibile riprendersi, che si può stare tra diversi, in intenso rispetto dell’alterità, in fraternità? Si può dar senso alla prova. Si può dar senso alla tensione, all’inquietudine, purché la disegniamo dentro orizzonti, prossimità, dedizioni. E la tensione non sarà fine a se stessa, come quella che, invece, consuma tante delle nostre vite, anche tante vite giovani. Una tensione quest’ultima vuota che spesso accompagna una intelligenza accidiosa spesa per risolvere problemi, qualunque problema, in qualunque modo, più velocemente. È una sottilissima spesa di intelligenza per nulla che alla fine ti fa restare in mano il nulla.

Un’intelligenza non accidiosa, invece, è capace di nuovi viaggi, di respiri, di avventura. Anche di rideclinare il lavoro (che sia lavoro di cura, che sia lavoro tecnicamente avanzato) i suoi tempi e la sua organizzazione con la nuova sfida che entra in una casa per il fatto che a un padre, ancor giovane, è stata diagnosticata una patologia cronica e ognuno deve ridisegnare tempi e spazi, e lo fa. Perché ne va della vita, perché è bello vivere gli uni per gli altri, gli uni con gli altri. Provare la propria capacità di prefigurare delle forme di relazione, degli equilibri economici, relazionali affettivi, che “tengano dentro” forza e fragilità. In fondo ne va della vita, del suo senso.

La nuova sfida intergenerazionale che vivono le nostre reti familiari chiede una cura tutta particolare della traccia simbolica dei nostri gesti, soprattutto quando questa trama intergenerazionale fa i conti con una difficile capacità di comunicazione, fa i conti con fragilità con le quali è difficile comunicare, con le quali è difficile mantenere il gioco di dare-avere che fa sentire attivi, vitali, rispettati, protagonisti. La traccia simbolica è importante: Simone Weil ci indica che il significato di un’azione, come il sapore di una poesia, “deve essere percepito”, è qualcosa che si percepisce. Dei nostri gesti resta sempre qualcosa di più e di diverso, (come delle nostre parole) rispetto alla funzionalità del gesto (e al senso immediatamente evidente delle parole). Resta, appunto, una traccia simbolica, una specie di augurio e di cura, un senso di dedicazione. Oppure un senso freddo di una lontananza o di un allontanamento. Dovremmo curare bene questa dimensione, dovremmo curarla anche in tutti i luoghi in cui ci incontriamo, e ci coeduchiamo, tra generazioni. Non chiediamoci «Cosa devo fare di buono e giusto?». Chiediamoci piuttosto «Cosa devo fare per essere buono e giusto?». Oppure chiediamoci: «Chi sono io che ho fatto, insieme a te, per te questo?» e non «Che valore ha quello che ho fatto?».