Mass media in Brasile

Tra la libertà e il mercato

La struttura dei mezzi di comunicazione di massa in Brasile
La struttura normativa dei mezzi di comunicazione di massa in Brasile è basata sull’utilizzo commerciale (privato) e pubblico dei canali della radio e della televisione. Il Governo federale, sentito il Congresso nazionale, concede l’uso di canali radiofonici e televisivi a privati che si candidino a operare, mostrando una capacità operativa attraverso un progetto tecnico.
Le concessioni sono di quindici anni per la televisione e di dieci anni per la radio.
Fa parte, inoltre, del sistema delle comunicazioni la radiodiffusione pubblica, costituita da emittenti educative sotto la responsabilità dei Governi degli Stati, oltre ad altre gestite da alcune università e da fondazioni esistenti nel Paese. Recentemente (nel 1995) ciò è accaduto quando, dalla legalizzazione della TV via cavo, si è consentita la creazione di un altro tipo di canale, denominato “di uso gratuito” (simile a quelli di pubblico accesso in altri Paesi). I canali di uso gratuito sono sette e sono i seguenti: ­ legislativi, gestiti dal Senato federale, dalla Camera dei deputati e dalle Assemblee legislative degli Stati e dei municipi; ­ canale del sistema giudiziario, gestito dal Supremo tribunale federale; ­ canale universitario, gestito da Università con sede in uno stesso municipio; ­ canale comunitario, gestito da organizzazioni della società civile senza fini di lucro.
Quanto alla stampa, i giornali e le riviste sono liberi e regolamentati da una legislazione specifica.
Secondo dati ufficiali del 2001, la televisione raggiunge l’89% delle case brasiliane e la radio è presente nell’88% delle abitazioni. Fino al 1999 la presenza della radio era maggiore, ma poi ha lasciato posto alla TV. Questa constatazione consente di evidenziare l’importanza crescente della televisione nella vita sociale. Essa è desiderata e temuta, divinizzata e criticata, ma al di là di tutto essa stessa partecipa attivamente alla vita delle persone, occupando un posto di riguardo nel soggiorno di casa, nelle camere personali, nelle conversazioni e nei gesti della vita quotidiana.
Di seguito metteremo a fuoco il sistema privato delle comunicazioni, in maniera specifica quello della “televisione commerciale”, visto che sembra essere quello di maggiore espressione nel Paese. I mezzi di comunicazione del sistema pubblico, nonostante la loro importanza in termini di contenuto, dal momento che si dedicano alla produzione e alla diffusione di messaggi concentrati su temi educativi, informativi e culturali, sono quelli che ottengono gli indici minori di “audience”.

Le contraddizioni dei mezzi di comunicazione
I mezzi di comunicazione di massa in Brasile godono della totale libertà di espressione. Si tratta di una conquista importante per una società che ha conosciuto la censura al tempo della dittatura militare. In questo modo essi rappresentano i simboli della libertà di stampa e della democratizzazione dell’informazione e della conoscenza. Esiste la possibilità di rendere di pubblico dominio ciò che va dalle ferite della vita quotidiana alle astuzie della politica, fino alle grandi scoperte scientifiche e tecnologiche.
In seguito a tutto ciò, la radio e la televisione contribuiscono a favorire la democratizzazione dell’informazione e l’accesso alla conoscenza per ampi segmenti della società, esclusi dalla lettura dei giornali e dei libri e dalla frequenza dell’Università e di altri spazi di cultura e di conoscenza.
Nel caso brasiliano il problema consiste nella rivelazione di grandi contraddizioni da parte dei mass­media.
Nel momento in cui si sviluppa un alto livello tecnico della produzione audiovisiva e una capacità di esprimere i contenuti più svariati, facendo bellissime coperture giornalistiche, si condiziona profondamente anche una parte della programmazione a interessi economici, politici e ideologici.
I grandi mass­media sono al centro di un regime di oligopolio. Soltanto dieci gruppi familiari controllano i più potenti mezzi radiofonici, televisivi, giornalistici e di riviste, comprendendo anche recentemente “providers” di Internet. Si tratta di: ­ Famiglia Marinho, Globo; ­ Saad, Bandeirantes; ­ Abravanel, SBT; ­ Sirotsky, Rede Brasil Sul; ­ Civita, Grupo Abril; ­ Mesquista, Gruppo “O Estado de São Paulo”; ­ Frias, Gruppo “Folha de São Paulo”; ­ Nascimento Brito, Jornal do Brasil; ­ Martinez, CNT; ­ Levy, Gazeta Mercantil.
In generale più di un tipo di mezzo, ad esempio il Gruppo Globo, sfrutta la televisione commerciale e, mediante sottoscrizione, anche radio, giornali, iniziative editoriali, “providers” di Internet, ecc. ecc. Altri stampano giornali e gestiscono “providers” o radio o televisioni e via dicendo.
Insomma, la parte più importante dei mezzi di comunicazione di massa in Brasile è nelle mani di gruppi a iniziativa privata che sottomettono tutto il potenziale dei mass­media al gioco degli interessi di mercato. Il risultato è che la maggior parte dei contenuti è orientata all’intrattenimento e ultimamente, in forma accentuata, abusata e grottesca, al sesso e alla violenza urbana.
Per la verità si arriva all’abuso di questi contenuti soltanto in alcuni programmi televisivi. Si è perso il limite del rispetto del pubblico, in ragione della concorrenza e degli interessi negli indici di “audience” da parte delle imprese del settore.
In fin dei conti, quanto maggiore sarà l’indice di “audience”, tanto più aumenterà il fatturato per la vendita di spazi per annunci pubblicitari.
La situazione è arrivata a un punto che ha motivato perfino la creazione, da parte della Commissione per i diritti umani della Camera dei deputati, della campagna “Quem finanzia a baixaria è contra a cidadania” ­ “Chi finanzia le bassezze è contro i diritti civili”, divulgata tramite Internet. Le persone possono partecipare, indicando quali programmi considerino da inquadrare in questa categoria. Periodicamente si diffonde in Internet il “ranking della bassezza”.
La giustificazione da parte delle imprese della comunicazione in relazione alla bassa qualità di alcuni programmi e all’esposizione di determinati contenuti, ad esempio nelle “telenovelas”, è che i programmi si adattano ai gusti dell”’audience”, come si può vedere nelle parole di un famoso autore di “telenovelas” brasiliane, Sílvio Abreu, pubblicate sul giornale “Folha de São Paulo”, in un’intervista del 20 gennaio 2002: «Non c’è altro modo di fare televisione se non in funzione dell”’audience”. (…) Abbiamo vincoli di “audience”, che sono predeterminati e sono concordi con le aspettative del cliente che trasmette annunci in un certo orario (…). Il problema della TV è che chi comanda è l”’audience”, che la maggioranza chiede soltanto intrattenimento. D’altra parte nessuno discute se il programma non è buono. Quello che interessa è il successo, che giustifica qualsiasi cosa (…). Il pubblico lamenta che la TV è indecente, ma se tu non fai scene di sesso, nessuno assiste alla `novela’».
Senza parlare della questione della colpa attribuita all”’audience” per il livello basso delle “telenovelas”, che non è molto semplice da analizzare, dobbiamo comprendere che, in fin dei conti, un simile argomento è un artificio dei “padroni” dei mezzi di comunicazione e dei loro dipendenti per giustificare la strategia di una programmazione condizionata dalla logica del mercato. Nemmeno si prende in considerazione che sono gli stessi mass­media che spingono a creare determinate domande nel pubblico che recepisce.
Per la verità si perde ogni volta di più il rispetto dell’uso dei mezzi di comunicazione quali beni pubblici. Vale a dire, beni che appartengono allo Stato e, in quanto tali, alla collettività o alla società nel loro insieme. Il Governo si limita a destinare a qualcuno la concessione di un canale televisivo e radiofonico al fine di farne uso e non come se fosse una proprietà privata, tanto che la concessione è provvisoria e a tempo determinato. In quanto tale, nel processo operativo, un canale televisivo deve sottomettersi all’interesse sociale e deve rispettare la Costituzione del Paese, che all’art. 221 stabilisce che la produzione e la programmazione delle emittenti radiofoniche e televisive devono corrispondere preferibilmente a finalità educative, artistiche, culturali e informative.
Pertanto lo sfruttamento di un canale mediatico come mero affare, la cui priorità è il lucro, come uno strumento di potere per orientare i contenuti a favore di interessi di alleati politici è incostituzionale, anche se predominante nel Paese.
Nella società si discute la necessità di stabilire forme di controllo, ma c’è una paura generalizzata del ritorno della censura, cosa che rende difficile l’istituzione di meccanismi di controllo esterno. Si difende ancora un’autoregolamentazione. Ci sono anche “standards” legali che fissano orari per la trasmissione di determinati contenuti da parte della televisione, ma che le imprese di comunicazione rispettano poco.
Si è riposta una certa speranza nel recente “Conselho de Comunicaçao Social” — “Consiglio di Comunicazione Sociale”, un organo consultivo da cui ci si aspetta che eserciti funzioni di controllo e di formulazione di proposte di politiche democratiche per i mezzi di comunicazione. Tuttavia crediamo che questo sistema resterà incrollabile, se la società non eserciterà in forma diretta (attraverso il Consiglio, ma principalmente mediante comitati locali e altre forme di organizzazione) i propri diritti di manifestazione e i propri doveri di partecipazione, delineando politiche e controllando la pratica dei mezzi di comunicazione, oltre che appropriandosi delle tecnologie della comunicazione per generare e trasmettere nuovi contenuti coincidenti con l’interesse pubblico.
Nonostante ciò, la società brasiliana ha dimostrato di saper trovare vie d’uscita. Mentre i grandi mass­media continuano a essere concentrati nelle mani potenti di una decina di grandi gruppi nazionali e di meno di una mezza dozzina di gruppi regionali, i cittadini si sono organizzati e si sono appropriati di tecnologie e di tecniche della comunicazione per potere esercitare il diritto della libertà di espressione. Prendono la parola, conquistano reti per farsi ascoltare e per mettere i mass­media a servizio delle sviluppo comunitario. La prova sta nelle più di ventimila radio comunitarie (anche se non tutte con contenuti coincidenti con il proprio nome e la maggioranza di esse in posizione non legale), nelle decine di televisioni comunitarie (TV di strada e canali di TV via cavo), nei piccoli giornali popolari (di quartiere e di altro genere) e nelle diverse altre modalità di comunicazione collettiva, che si realizzano fuori dal contesto mediatico tradizionale.
In questo momento dobbiamo dirci che queste manifestazioni non sono predominanti nella società, visto che riguardano piccoli settori della popolazione, e che non hanno nemmeno la forza e il potere di influenzare che invece hanno i grandi mezzi di comunicazione.

Cicília M. Krohling Peruzzo
Docente del programma di specializzazione in comunicazione
Università metodista di San Paolo