Memorie d’Europa

Uno straniero di fronte al vecchio continente

Ho imparato la marsigliese prima dell’inno nazionale brasiliano, da bambino, in Santarem, seconda città dello Stato in cui sono nato, il Parà, novecento chilometri dal mare, all’interno del Rio Amazonas. Delle canzoni dell’infanzia che ho imparato canto con la stessa vivacità Claire de la lune oppure Frère Jaques. La cultura francese era la nostra speranza alla metà del secolo ventesimo.
Il primo libro che ho letto, fuori della scuola, era la storia della rivoluzione francese, di Mignet. Anni dopo, leggendo le Memorie immorali di Serghei Einsenstein, ho saputo che questa è stata anche per lui la prima lettura non scolastica, nella lontana madre Russia. Ho riletto per questo la prosa viva di Mignet con il medesimo incanto. Gli ideali di giustizia, di libertà e di uguaglianza restano limpidi nel mio cuore e nella mia mente.

Al crogiuolo della storia

Devo questa mia morale alla cultura europea. Molto prima di fare il mio primo viaggio nel vecchio continente, io mentalmente ero già un europeo. Tanti erano stati gli influssi di letture feconde ed intense. Ancora oggi io sono un idealista, filosoficamente parlando, grazie ad Hegel, che ho scoperto di seguito dopo aver letto Socrate di Platone. Ho continuato ad essere idealista nonostante la passione che Karl Marx aveva acceso in me. Attraverso le vie intellettuali di Marx sono arrivato al crogiuolo della storia, storia di gente in carne ed ossa, ma anche soggetta a condizionamenti opprimenti (non solo quelli dello sfruttamento ma anche quelli della supposta liberazione, di cui i gulag ci offrono una prova).
Questo aspetto meccanicista di Marx non è stato così forte in me perché anch’io mi sono affidato al danese Soren Kierkegaard, il quale mi ha collocato sulla linea di Jean Paul Sartre, un esistenzialismo avant la lettre. Da adolescente, quando frequentavo i bar della capitale dello stato, Belem, io mi rivestivo come Mathieu (in nero e grigio per divenire invisibile), ed ero come immaginavo che Mathieu sarebbe stato, ma senza propositi particolari, senza gli obiettivi rigidi, quali avevo appreso nel rapporto tra Kierkegaard e Regina Olsen, oppure tra Dante e Beatrice.

Un’avventura senza fine

Una conoscenza si legava all’altra, un’esperienza all’altra, anche se solo sul piano delle idee. L’Europa era un tesoro inesauribile, un’avventura senza fine, a partire dall’immaginario dei cavalieri di Carlo Magno fino ai comportamenti rilevati nella commedia di Dino Risi.
Mi muovevo nella sua cultura come se fossi andato per le sue strade, in una sequenza di città, paesi e villaggi senza fine. L’Europa era per me l’utopia dell’umano, di ogni tipo di umano. Ma nell’entrare nelle sue viscere ho scoperto che da un lato c’era un Settembrini, erede dell’umano, dall’altro un Leo Naphta con la sua saga di intolleranza e violenza..
Se il pensiero di Hegel era una cattedrale sontuosa, il suo uso è servito a fondamento dello stato prussiano, e quel tipo di formalismo burocratico avrebbe fertilizzato la semente di Adolf Hitler e avrebbe provocato l’orrore di Franz Kafka. L’Europa era il dottor Jekyl e Mister Hyde.
Questa Europa ora nel secolo XXI ci propone una sua ancora più elaborata utopia: un continente senza barriere nazionali, senza differenza di moneta, senza dogane burocratiche, che accolga le diversità e sia solidale con le uguaglianze. Una utopia che si è venuta forgiando in questi ultimi decenni dopo la guerra e che si presentava come un modello per tutti gli esperimenti simili realizzati o tentati in oltre mare, con un pungolo ancora più stimolante per noi, che ci definiamo latino americani, e non siamo riusciti a superare le nostre frontiere e affrontare una difficoltà linguistica molto minore.

Un enigma da decifrare

Ora nel momento in cui si arriva alla esecuzione di tale utopia, con strutture pienamente plasmate per divenire una unica Europa, un progetto imperiale, quello degli Stati Uniti, sembra raffreddare l’entusiasmo di quanti immaginavano di avere superato le principali differenze e difficoltà per il raggiungimento di tale impresa. Ora di nuovo le dispute interne si accentuano, i progetti nazionali, soprattutto quelli dei paesi più forti del continente, si agitano, l’intolleranza sull’emigrante si fa più aggressiva, e un nuovo plebiscito informale si presenta a margine dei propositi del governo degli Stati Uniti, che provoca adesioni umilianti (come l’Inghilterra) e interessate e pericolose (come Berlusconi).
Sarà una nuova ed immensa sfida per l’Europa. Essa, affrontandola riuscirà a decifrare l’enigma di questa più grande sfinge? La scelta è nelle mani degli europei.

Lúcio Flávio Pinto
giornalista brasiliano
traduzione di Gaetano Farinelli