Se oggi tu verrai (so che verrai ed io
sono in attesa – lo vedi) se oggi tu verrai,
non svegliare il gelido campanello.
Bussa lieve alla mia porta come si usa
tra i poveri. Ma non tardare! Vieni presto!
Prima che di scolori la bandiera
arcobaleno di pace che ho in cuore
e si spenga la fiamma della poesia.
Prima che per sopraggiunta barbarie
scompaiano l’orme dell’umanità
e l’arancia del mondo sia tutta spremuta.
Vedi, le braccia già lunghe d’abbracci,
si son raccorciate a stringere l’ego.
Ci manca il tempo e il calamaio
per lettere d’affetto alla madre,
all’amata, all’amico più solo
(sono vecchie ormai tutte le notizie!).
Ti supplico, vieni. E salvaci!
Tu vieni ancor bimbo, con stupore:
un agnello di tenerezza, tra le braccia
di giovane madre, migrante, spaurita,
eppur sovrana del futuro, /in fronte la stella.
Nella capanna, polvere color del pane,
volano le preghiere come allodole.
La giovanissima madre è trasecolata.
Il suo compagno ha gli occhi che
scintillano come stella del mattino.
Il parto è breve: la madre si contorce
come radice; l’ostetrica quasi un gabbiano
che attende il frutto del mare.
Quando il bimbo nasce, in pianto, la madre
piega il dolore e lo ripone perché è passato.
Ora è la gioia fino all’ultimo angolo della capanna.
Da te, bimbo, germoglio d’ulivo, aspettiamo
frutti di pace. Con tutta l’ansia dei nostri sogni
infranti, aspettiamo – i cuori come foglie aperte –
una pioggia lucente di stelle.
Dopo tanti Natali ai tropici bruciati dal sole,
col ripetuto misterioso incidente della caduta
dalle stelle del Figlio di Dio – frutto verde –
nella capanna della favela, tra le arcate
del ponte sotto il cavalcavia, nella tenda
dell’accampamento dei senza-terra,
non so se più mi abituerò ai Natali
del primo mondo, con fredda ovatta di nebbia
e luci di supermercati a confondere la cometa.
Qui solo i passeri m’ispirano tenerezza.
Natale indio. Ora riprendetevi,
o uomini bianchi, il Dio conquistatore,
il Dio con polvere da sparo tatuato,
e dateci il Dio piccino, il Dio di pace.
Le donne dipingeranno il suo corpo
con urucum e genipapo.
La maloca sarà la sua dimora.
Chissà che per noi e per voi Egli nasca
- ché stenta a nascere! –
Dio bambino che dorma sull’amaca,
sorrida e sogni coi nostri curumirin
e porti l’arcobaleno della pace!
Odore di fumo, solleciti gesti,
di ruta il profumo, fruscio di vesti
e la stella lassù.
È già mezzanotte, finito è il limbo,
riempie la grotta un pianto di bimbo:
è nato Gesù.
Cantano osanna gli angeli in coro;
e la ninna nanna al suo tesoro
canta Maria.
In girotondo tutti i bambini
al Signor del mondo cantano inni
con allegria.
Oro-incenso-mirra, Erode cadrà:
finisce la guerra, la pace vien già,
Amen. Così sia.
Freddi i nostri giorni, di ghiaccio
e antica cenere. Anche i maestri
e i sacerdoti tra nebbie rade sperduti.
Ma viene Natale: stelle di brina a palpitare,
angeli con fruscio d’ali di seta
e la spada a due tagli degli inni
a ferire e sanare i nostri orecchi:
Gloria nei cieli e pace sulla terra.
Un vagito umano mette alla prova
la mia fede nel divino. /Cammelli di sabbia
vengono quasi in volo a posare
sulla mia fronte. Con loro tornano,
dentro agli scrigni dei magi,
rinnovati ideali, /o mio Amore!
Gesù non è passato.
Che Gesù sia passato lo dice colui
che conosce la retta ma non il cerchio.
Per me Gesù di nuovo nasce
in ogni culla e trepido vagisce;
e io trepido a lui tendo le mani,
come prora nel mare /di un incerto domani.
Gesuino, sei nato di donna,
nato in terra straniera, di dubbia paternità,
in tempi crudeli, per clima rigido,
in casa precaria e certa diffida.
Ultimamente io vengo dicendo:
E se non generassimo più? Ci arrendiamo
e mettiamo l’inesorabile parola “fine”
sulla vicenda umana tutta.
Ma mi sorprende l’impulso della natura
che s’ostina a trasmettere vita.
Sono poi i poveri – chi non ha garantito
il pane, chi è cacciato dalla patria… –
i poveri rispondono all’appello:
Generare e vivere bisogna!
Verranno ancora i figli,
come api da secchi tronchi
e nidiate implumi a primavera,
come girini nei nostri stagni,
folate di farfalle dal sottobosco,
fiocchi di neve nei nostri grigi inverni.
Benvenuto, cucciolo d’uomo!
Durante nove mesi, nel suo seno
Maria aveva tessuto il corpo del figlio:
tesseva, temeva e cantava i cantici
di Miriam, Anna, Debora e Giuditta.
Il bambino nacque a Betlemme
in una grotta, povero, migrante.
Un angelo grande l’annunciò ai pastori
che dal fumo dei bivacchi spuntarono
irsuti e vennero a portare umili doni.
La profezia diceva: “Cammineranno
i re allo splendore del suo sorgere…
verranno portando oro e incenso. (Is 60,3.6)
Ed ecco la cometa e i magi coronati
giungere dall’oriente misterioso. …
Accadde tanto tempo fa – tu lo sai -,
ma lo sai perché te l’han detto, ed ora
è pretesto per una festa commerciale.
Devi invece sentirlo come una scossa
vigorosa nella monotonia dei tuoi giorni;
come lo spavento gioioso di una sterile
che rimane gravida; come il ritorno
di un figlio che il padre temeva
d’aver perduto per sempre.
Sì, perché lui che aveva pelle morena,
nervi, sangue, sale di lacrime,
paura, sogno, come me, come te,
come tutti, nel giro breve della vita,
Lui è il Figlio di Dio. Ha attraversato
i secoli la sua proposta e rimane intatta
(non puoi negare di averne bisogno!).
Essa parla di un mondo di autenticità
contro ogni ingiustizia e menzogna.
Parla della non-violenza dei poveri,
uniti in solidarietà contro l’egoismo
eretto a norma universale.
Parla del Dio della vita contro l’idolo
mortifero del potere e della ricchezza.
Dice che ogni bambino è figlio di Dio
E nostro. E che dobbiamo,
noi stessi, nascere di nuovo.
Ritornare ad essere bambini.
(Come missionario ho ritenuto mio dovere e personale bisogno scrivere almeno una poesia per ogni Natale. Di una cinquantina, queste nove son quelle che amo di più)