Metteranno i nostri frammenti nella loro argilla

Il processo educativo

«Perché mi imponi ciò che sai,
se io desidero apprendere l’ignoto
ed essere fonte della mia stessa scoperta?
Dammi ciò che è sconosciuto
e come affrontare il futuro,
senza abbandonare il presente.
Lascia che il conosciuto sia la mia liberazione,
non la mia schiavitù.
… Io prenderei la tua ignoranza
per costruire la mia innocenza».
[Humberto Maturana, Preghiera dello studente]

Preambolo

Viveva in Cina una famiglia: padre, madre, il figlio di cinque anni e il nonno, già anziano, con poca vista e mani tremule. A tavola già gli era capitato più volte di lasciar cadere il piatto.
La madre, arrabbiata di questo giacché ci teneva ai suoi piatti, disse al marito: «Tuo padre non è più in grado di usare i piatti di porcellana!». Il marito, non volendo contrariare la moglie, decise a malincuore di comprare per il nonno, suo padre, una scodella di legno e posate di bambù.
Al primo pranzo nel quale il nonno in lacrime mangiò nella scodella, il nipotino rimase meravigliato. Il papà gli spiegò tutto ed il bambino rimase in silenzio. In seguito il papà sorprese il figlioletto che tentava di fare un buco in mezzo ad un pezzo di legno con martello e scalpello: voleva preparare la ciotola per quando il papà sarebbe diventato vecchio!

Essere se stessi

Il primo compito dell’educazione è quello di insegnare ai bambini ad essere se stessi (cosa estremamente difficile). Alvaro de Campos scrive: «Io sono lo spazio intermedio fra quello che desidero essere e quello che i desideri degli altri hanno fatto di me».
Oggi l’educazione richiede apertura all’inedito generazionale; resistenza a certi “assedi”; approfondimento sull’intercultura tra incontro e scontro, tra dialogo e colonizzazione. Troppo spesso invece, le scuole cancellano i desideri dei bambini. Il programma della scuola, quella teoria di saperi che i professori tentano di insegnare, rappresenta i desideri di un altro, non del bambino. Forse di un burocrate che poco capisce i desideri dei bambini. Bisogna che le scuole insegnino ai bambini a prendere coscienza dei propri sogni.
I giocattoli danno gioia ai bambini. I giocattoli fanno pensare i bambini. I bambini chiedono: perché le bolle di sapone sono così ben rotonde? E le trottole, perché si equilibrano sopra la punta di un chiodo? E quante funzioni intellettuali altamente astratte entrano in gioco quando si monta un puzzle!
Ogni giocattolo buono è dunque una sfida. Niente a che vedere con i giocattoli elettronici comprati, in cui non si usa l’intelligenza, ma solo il dito per schiacciare un bottone.
Certamente ciascuno di noi ha comprato giocattoli ai propri figli; ma ciò che nostro figlio più desidera è averci compagno di giochi. Non dimenticherò mai l’immagine di un papà, una domenica mattina in un parco della mia città: spingeva la figlia sull’altalena con la mano sinistra, mentre leggeva il giornale che teneva con la mano destra.
Per quel papà che giocava con la figlia l’importante erano le notizie del giornale. L’infanzia passa rapidamente.
Presto l’unica cosa che resterà sarà il giornale nella mano destra e il vuoto nella mano sinistra.

Cammino e percorso

L’educazione è un cammino ed un percorso. Il cammino ci viene imposto dall’esterno, il percorso che su di esso facciamo è interiore. I cammini esistono per diventare percorsi una volta riconosciuti interiormente da chi li sceglie.
Lo sguardo esteriore vede solo il cammino, lo cataloga come una realtà oggettiva. Solo lo sguardo interiore riconosce il percorso, avvalendosi dei suoi sensi. Il cammino dissociato dalle esperienze di chi lo percorre è solo una proposta di itinerario, non un progetto, ancor meno il nostro particolare progetto di vita. Il cammino è là, ma in verità esiste solo quando lo percorriamo : e lo percorriamo solo quando lo vediamo e lo intuiamo dentro di noi.
Il cammino è la traccia che in esso imprimiamo.
Da qui pensare l’educazione solo in funzione dei cammini – come tanti ancora insistono a fare – significa pensare l’educazione che ancora non esiste, significa pensare l’educazione semplicemente nell’ottica degli educatori topografi, significa aprire l’obiettivo dello sguardo esteriore e chiudere l’obiettivo dello sguardo interiore. Ed è credere nella paurosa mistificazione (ma non è quello che fa il ministro Moratti?) per cui sono i cammini che fanno i camminatori e non il contrario.

Convivere

Il secondo compito dell’educazione è insegnare a convivere. La vita è convivere con una fantastica varietà di esseri: vecchi, adulti, bambini, delle etnie più svariate, delle culture più svariate, delle lingue più svariate; animali, piante, stelle…Convivere è vivere bene in mezzo a questa diversità.
Gesù ha parlato a lungo della vita, di quella vera, che ha una valenza di eternità. Ha espresso il suo messaggio di vita con categorie religiose a prima vista paradossali, urtanti: «Chi ama la sua vita la perderà, e chi perde la sua vita per causa mia e del vangelo, la troverà» (Mt. 10,39).
Preso alla lettera è semplicemente assurdo, un controsenso. Perché non dovrei amare la mia vita? Non è forse un dono di Dio? Mi è forse chiesto di buttarla via, di disprezzarla? Il cristianesimo teorizza forse come vitale il principio del “perdente”?
Le cose non stanno certamente così. Egli con queste e altre affermazioni paradossali esprime ed annuncia che a rendere appagante, significativa la vita è la disponibilità al dono di sé, oppure, detto laicamente, la capacità di condividere.
Se vuoi essere felice impara a condividere quello che sei, che pensi, che hai, che fai. Chi condivide vive. Condivide, non si annichilisce. Condivide ossia partecipa agli altri, entra in una logica di comunione dove si sciolgono le barriere di “mio” e “tuo” contrapposti. E subentra un “nostro”, il “noi” dell’amicizia, il “noi” dell’amore, dove ciascuno è se stesso perché in relazione con gli altri.

Esercizio di cittadinanza non è…

Il sentimento profondo di appartenenza ad una comunità radicato nell’individuo e la coscienza che da esso derivano diritti e doveri che ci legano agli altri non si apprendono nei sillabari o manuali di educazione civica, ma nell’esperienza quotidiana di relazione e collaborazione con quelli che ci sono vicini. Il senso civico non si insegna e non si apprende: semplicemente (come direbbe Fernando Pessoa) “entra nelle viscere”, ovvero, si organizza e si pratica nel quotidiano, in modo continuo, consistente e coerente. Ed è dalla pratica del senso civico che derivano l’apprendimento e la coscienza dell’esercizio di cittadinanza. Tutto questo dovrebbe avvenire in un ambiente amichevole e solidale di apprendimento, perché l’educazione all’esercizio della cittadinanza è il respirare stesso e il sentire della comunità.
Non è un innesto di concetti ipoteticamente civilizzatori su una testa il cui corpo è in permanente, aggressivo conflitto e in competizione con altri; ed è l’ambiente che vivono i nostri bambini, i ragazzi, i giovani, nel quale è sospeso il processo educativo alla convivenza e alla relazione come spazio creativo.
«Questi giovani devono incassare l’ironia di chi scherza sulla loro fortuna di avere il doppio dei regali, di presepi, di genitori. Ma tutto questo doppio gioco non vale la metà di uno. C’è un raddoppio, sconosciuto in aritmetica, che produce sottrazioni di valori e di affetti…» (Erri De Luca).
Diventa, perciò, sempre più difficile capire il disagio giovanile attraverso l’analisi tradizionale dei sintomi: essi sono sempre più borderline, al confine con l’apparente normalità.
È nascosto in loro il timore di non essere niente, perché i valori che sono trasmessi sono quelli della produttività, di essere sempre al massimo, della competizione. Il concetto di rispetto della vita in quanto tale, non ha valore, la vita ha valore se è strumento di produzione.

Un silenzio opaco

Scrive Stanley Cohen: «Il silenzio è spesso un modo per mantenere segreta a noi stessi la verità che non abbiamo il coraggio di affrontare». Non è forse arrivata l’ora di smascherare la nostra ipocrisia e il nostro egoismo?
Il silenzio, spesso, è una grande macchina di falsificazione, talvolta più efficace delle parole che mentono. Ad esempio che atteggiamento assumiamo di fronte alle immagini televisive che ci fanno vedere profughi in fuga dai loro Paesi per fame o per ragioni politiche, bambini che muoiono di fame o di Aids, cadaveri nelle strade e nei campi, vittime di guerre e di atti terroristici, volti contorti nello strazio e nella disperazione.
Spesso decidiamo di evitare queste informazioni, qualche volta non sappiamo neppure quanto escludiamo e quanto accettiamo. Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi. E se il silenzio politico è cinico, calcolato ed evidente, il nostro silenzio interiore, quello che si muove tra consapevolezza e inconsapevolezza, è disastroso, perché toglie ogni speranza ad una possibile reazione e inversione del corso degli eventi. Sono fatti riconosciuti, ma non sono percepiti come un elemento di disturbo psicologico o carichi di un imperativo morale ad agire.
Il diniego implicito che qui scatta è lo stesso per cui, di fronte a un incidente stradale, i testimoni si dileguano, perché «il fatto non ha niente a che fare con loro», perché «ci penserà qualcun altro».
«Ogni tipo di diniego – scrive Umberto Galimberti – comporta una falsificazione della nostra condizione psicologica. Nel diniego letterale non si vuol sapere quello che si sa, e in quello interpretativo si vuole evitare, attraverso una riformulazione di comodo dei fatti, di essere interpellati legalmente o moralmente, in quello implicito si visualizzano i fatti come estranei alla propria competenza, in modo da sentirsi esonerati da un pronto intervento».
Per arrivare a queste conclusioni è necessaria una falsificazione del nostro apparato cognitivo (non riconoscere i fatti che si conoscono), emozionale (non provocare sentimenti di fronte a fatti che li sollecitano), morale (non riconoscere nel fatti alcune valenze d’ingiustizia e di responsabilità) e di azione (non agire in risposta a quanto conosciamo). Se delle parole non possiamo fidarci sempre, del silenzio non fidiamoci mai.

Riprendere dai frammenti

I nostri giovani, figli di genitori senza morale, stanno diventando bulli? Stiamo andando a piccoli passi verso la barbarie?
Se la confessione è amara, specialmente per un educatore, ecco che mi viene in soccorso una poesia latinoamericana:

«Sulle rive di un altro mare si ritira un vasaio negli anni della vecchiaia.
Gli si velano gli occhi, gli tremano le mani, è arrivata la sua ora.
Allora si compie la cerimonia dell’iniziazione:
il vasaio vecchio offre al vasaio giovane il suo pezzo migliore.
Così vuole la tradizione degli indigeni dell’America Nord-Occidentale:
l’artista che se ne va consegna il suo capolavoro all’artista che viene iniziato.
Il vasaio giovane non conserva quel vaso perfetto per contemplarlo
e ammirarlo, ma lo butta per terra, lo rompe in mille pezzi,
raccoglie i pezzetti e li incorpora alla sua argilla».
[Eduardo Galeano]

Chissà se il vecchio vasaio ha apprezzato il gesto del giovane. Oggi ai vecchi educatori è più facile capirlo. Noi, che abbiamo sempre rincorso l’opera perfetta, con la tristezza di vederla piuttosto deperire, dobbiamo salutare con speranza la venuta di nuovi educatori. Li attende la sfida di raccogliere in libertà i frammenti sparsi al suolo e di plasmare il loro vaso, inedito, incorporando i frammenti alla loro argilla. Deve essere possibile.

Pove del Grappa, maggio 2004