Mostar e dintorni

Un viaggio di aiuto in Bosnia-Erzegovina tra le sofferenze lasciate dalla guerra

Il mio viaggio verso Mostar comincia una sera di Novembre: ci sono la nebbia, un furgone blu e un magazzino della Toppetti 2, fabbrica di materiale edile di Todi, fra le colline umbre. Prima viene l’operazione di carico del furgone: nel magazzino ci sono scatoloni di alimentari, farmaci, indumenti, e qualche gioco per bambini, cose in parte acquistate con la somma versata regolarmente dai lavoratori della ditta, in parte provenienti da amici e conoscenti che si impegnano a raccogliere quanto possono. E’ Amedeo, solitamente in compagnia di qualche suo collega, che poi si incarica di portare il tutto a Mostar, in Bosnia Erzegovina.

Secondo viene il porto di Ancona e il traghetto per Split, Croazia. Si viaggia tutta la notte e l’arrivo a Split con le prime luci del mattino è decisamente suggestivo; la radio sulla nave che suona la colonna sonora di “Ufficiale e gentiluomo” è però un po’ eccessiva.

Terza viene la strada che costeggia il mare, che ci porta verso la Bosnia-Erzegovina. E’ una strada panoramica che sazia qualunque occhio: il tipo marittimo può sognare alla vista della distesa azzurra che luccica all’apparire di un sole scostante, e il tipo montanaro resta senz’altro affascinato da questi imponenti massicci sui quali alberi tenaci si fanno largo tra le rocce.

Tengo a bada la mia ansia di arrivo a destinazione, perché i passaggi in frontiera da queste parti richiedono ancora molta pazienza. In nostro soccorso arrivano Suor Arcangela e Rašo. Suor Arcangela è il punto di riferimento per Amedeo e la sua associazione: è una donna carismatica, forte, quando parla in croato sembra impartire ordini, ma è solare e ha una risata contagiosa. Vive in una casa con altre suore al cui interno sono ospitate anziane non autosufficienti, “le mie vecchiette”, così le chiama lei. Con la Caritas si impegna nelle visite domiciliari a persone e famiglie indigenti, parla benissimo l’italiano, ha vissuto per trent’anni in Italia, prima di rientrare nel suo paese all’inizio della guerra. Rašo è croato, ma ha sposato una donna di Mostar e vive lì. E’ lui ironico ad annunciarci che stiamo per uscire dal paese più bello del mondo, la sua Croazia, per entrare nel paese più complicato del mondo. Definizione la sua, a cui mi è capitato di ripensare più volte nel corso di questo viaggio.

Sbrigate le pratiche in frontiera, possiamo finalmente dare inizio alla nostra permanenza in Bosnia-Erzegovina. La distribuzione degli aiuti ci consente di entrare in contatto con realtà diverse: sono realtà appena sfiorate, ma l’impatto è fortissimo e le sensazioni molteplici. Innanzitutto stupore di fronte a storie come quella di Mara, anziana signora che vive sulle montagne sola, con l’unica compagnia delle sue pecore, a cui è talmente legata da dormire talvolta con loro per paura dei lupi; o quella di Ivan e sua sorella, ultraottantenni che vivono in una casupola senza finestre, mangiando solo latte e polenta. Tenerezza davanti ai sorrisi dei bambini disabili del centro di Sacra Famiglia, o nei confronti di Andro, vecchietto dalle mani enormi e dal sorriso ad un solo dente, che vive con la moglie Lucia che mi parla come se potessi capire quello che dice, tanto che alla fine mi sembra davvero di capirla e annuisco. Simpatia immediata suscitata dai ragazzi disabili del centro Nazareth, che ci mostrano con orgoglio i loro manufatti che vendono per portare qualche soldo a casa. Sgomento alla vista del campo profughi, dove i bambini sbucano dappertutto, incuriositi; dove entriamo nell’abitazione, grande quanto una stanza delle nostre case, di un uomo rimasto vedovo con due figlie, che vive lì dal ’93 e vorrebbe tornare nel suo paese nel centro della Bosnia, ma teme di farlo per paura degli estremisti islamici. Sono solo alcuni esempi di vite e di storie che si possono scoprire a Mostar e fuori Mostar, nelle strutture predisposte all’assistenza e nelle case della gente, il tutto nella cornice di un paesaggio che contribuisce a rendere memorabili questi incontri.

Mi è impossibile restare indifferente di fronte alla bellezza di questi luoghi, non solo di Mostar con il suo centro storico e il famoso ponte, ma anche delle montagne che circondano questa città. Un paesaggio che alterna tratti dolci a tratti duri, capace di passare dalle verdi acque della Neretva, alle aspre montagne dove la roccia fa da padrona. Un paesaggio fatto di contrasti, e bello proprio per questo, di quella bellezza che quasi ferisce, perché porta i segni di una deturpazione recente, una bellezza carica di dolore ma più forte del dolore.

Questo paese ha così tanto da dire, così diverse sono le sue facce che fatico a capire dove sta la verità, tra le tante a cui cerco di prestare ascolto. Il fatto è che le verità qui sono tante quante le storie di inimmaginabile sofferenza vissuta dalle persone, dai musulmani e dai cattolici, e come è naturale, ad ognuno la sua sembra la più triste, la più terribile, la più ingiusta. Non resta che ascoltare e cercare di comprendere, per quanto è possibile le ragioni di ognuno. Ho ascoltato un vecchio che lavora in un negozio di quadri nella parte musulmana, vicino allo Stari Most, parlare della convivenza come normalità, e della situazione attuale nella quale ci sono due università distinte come anormalità. Ho sentito un sacerdote parlare con risentimento delle numerose moschee costruite nel dopoguerra, un sacerdote che celebra le sue messe in una chiesa-capannone che straripa di gente, che si dimostra severo nel giudizio verso i musulmani, ma che poi li accoglie nella parrocchia. Mi sembra di percepire che l’atteggiamento nei confronti dell’altro, del musulmano o del cattolico è ambivalente, c’è la volontà di convivenza pacifica, che però si scontra con un’incapacità di venirsi incontro, un’intransigenza di principio, che nasce dalla sensazione che una pace e una divisone giusta non ci sia stata, un’incomprensione che è legata soprattutto alla politica. “Il fossato che separa le diverse religioni è talvolta così grande che solo l’odio riesce a superarlo.” Questo scriveva Ivo Andrić nel racconto “Una lettera del 1920” pubblicata nel ’46. Sarà davvero così? A concludere il nostro viaggio sono le parole di un croato che poco dopo la frontiera, lungo la strada che ci riporta a Split, dopo aver puntualizzato la sua appartenenza al mondo occidentale, indica con il dito la Bosnia dicendoci che “lì dentro” ci sono i turchi, e noi non possiamo sapere cosa voglia dire vivere con loro, che “lì dentro” può capitare di tutto, che niente è stato risolto, che tutto può riaccadere. Non so cosa rispondere, non so cosa pensare, resto turbata dalle parole di quest’uomo che suonano come una maledizione lanciata da quel dito puntato verso il paese che mi sono appena lasciata alla spalle. Ripenso alle parole di Andrić, che nello stesso racconto dice che le cose che amiamo, si trovano solitamente lontanissime da noi, mentre “gli oggetti del nostro odio si trovano accanto a noi, nella stessa città, spesso oltre la staccionata del nostro stesso cortile”. Penso che questo paese complicato assomiglia tanto ad una riproduzione in scala ridotta del nostro mondo complicato, penso che ci sarà sempre qualcosa di questo paese che mi sfuggirà, perché non l’ho vissuto, penso che non bisogna per forza capire una cosa per amarla.

 

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