Muoversi tra le ombre cinesi

Un’intelligenza binaria non basta

Che domani sono qui

Arrivano i cinesi, arrivano a milioni, più gialli dei limoni che bevi dentro al té… Così Bruno Lauzi, miliardi di anni fa. Era un quarantacinque giri con la fascetta bianca e rossa, che infilavamo dentro al mangiadischi arancione, tra Jeeg Robot d’acciaio e I sogni son desideri, godendo della reattività di quella molla che metteva in moto il meccanismo sonoro. Un grande tappeto rosso e nero, quattro fratelli con addosso le babbucce di lana, la casa vecchia di via Ospedale, il parquet tutto sconnesso e fuori il giardino che aspettava, spiovuto.

Arrivano i cinesi e mangiano felici le quaglie e le pernici che hai preparato tu. Con chi parlava, Lauzi? A rubizze casalinghe lombardo-venete, con la fonte imperlata dallo spignattare? A grasse matrone di Trastevere, con i guanti da forno e la traversa unta? Ad affabili signore bolognesi, coi fianchi un po’ molli, il seno sul piano padano, ed il culo sui colli?

Immaginava forse una tavolata pacifica: tanti volti orientali mescolati ai nostri, uno scambio di vivande, riso contro lasagna, in nome dell’unicità dei succhi gastrici?

Abitare luoghi comuni

Un sogno, forse. Ma una voce ci desta, improvvisa. È quella di un paffuto bambino padovano, che spicca tra le altre colorate di un gruppo acierre, in una parrocchia euganea, gente abituata ad infangare adipi teutonici. L’animatrice si preoccupa per una pietanza scaduta: la data stampata sul retro della confezione non ammette repliche. È da buttare. E il candido virgulto esclama: no, diamolo ai cinesi!

Non andiamo lontano. Terza liceo, scuola cattolica. Cerco di farfugliare qualcosa sul concetto di crisi, di evadere da quella demografica ed agraria del milletrecento, per suscitare uno scambio sull’attuale congiuntura. Dove li trovate voi, i segni della crisi? Si fa qualche cenno ai prezzi, alle fabbriche spostate all’est, al costo della benzina. E poi si trova il capro espiatorio, il consueto montone impigliato con le corna nel cespuglio del perbenismo. È colpa dei cinesi, perché non seguono le regole: e allora tanto vale insistere in percorsi corretti, qui non c’è concorrenza. È colpa dei cinesi, e dei magistrati, e dell’Europa. Come se, alla faccia di Tocqueville, le leggi fossero opera del giudiziario, e, alla faccia di tutti i candidi Delors idealisti, l’Unione Europea fosse una manica di babbei fermi alla metà del XX secolo.

Entriamo in una fase post-Erasmus? I sederini firmati di molti dei miei studenti rischiano di non vedere la sedia delle biblioteche di Heidelberg, Barcellona, Dublino o Glasgow. Meglio terminare gli studi in tempo, meglio rimanere in Italia, meglio sopire strane curiosità e non cercare teorie complesse, che se non stiamo attenti lo straniero ci ruba la quaglia e la pernice di mammà.

Prove tecniche di ghetto?

Dunque il problema sono i cinesi. Li vediamo dietro i banconi dei bar delle piazze, indaffarati e silenziosi, oppure a fare caffè nei quartieri appena fuori le mura. Poi lo spritz glielo compriamo e nel bar Raggio di sole, o qualcosa del genere, poco lontano dal mio portone, c’è gente fino a tara sera, un Fernet e due battute con gli occhi a mandorla.

La vita sociale sta tra il pachiderma ed il bradipo: si muove lenta, compie movimenti circolari amplissimi, sembra non avere obiettivi a immediato termine, se non la sopravvivenza. E insieme ha una scorza durissima da cambiare, una pellaccia che pare indistruttibile, che nulla potrebbe scalfire. Eppur si cambia.

Chi e cosa decide che i cinesi sono un problema? Perché la Cina fa paura? È una questione che riguarda il signor Gucci e la signora Prada con le loro borse già finte duplicate a centinaia? Che differenza passa tra quelli stipati nelle Mercedes nere che scendono a recuperare l’incasso della giornata e quelli che stanno dietro al bancone a riempire tramezzini? Ma le domande urgenti sembrano altre: avete mai visto un funerale di un cinese? Un cinese all’ospedale? In sala maternità? Ma i cinesi, quando muoiono, dove vanno? Morbose curiosità enigmistiche, buone da sibilare mentre il cappuccino si raffredda, buttate là tra il tempo che non si rimette ancora e il parcheggio che non trovi mai. E Pasolini: «è la tolleranza che crea i ghetti, perché è attraverso la tolleranza che i “diversi” possono uscire alla luce, a patto però di essere e restare minoranza, accettata ma individuata e circoscritta. La tolleranza è l’aspetto più atroce della falsa democrazia. Ti dirò che è addirittura molto più umiliante essere “tollerati” che essere “proibiti” e che la permissività è la peggiore delle forme di repressione».

Il paese delle scorciatoie

Ogni mattina sono costretto a impegnare un incrocio. È la svolta a sinistra per immettersi nella strozzatura di un ponte di metallo, uno di quelli che punteggiano il Bacchiglione. La corsia di svolta è pensata per un’unica fila di auto. Ma ogni mattina la fila è doppia: puntualmente una serie di vetture si accosta a destra di quelle già in attesa e al verde si getta nella mischia.

Facile. Siamo tutti esperti scarpinatori del Club Alpino: cerchiamo scorciatoie, apriamo nuove veloci vie. Ogni mattina non mi rimane che il clacson, ora che i gestacci sono stati giudicati possibile reato.

La facilità è la scorciatoia: troviamo stratagemmi per fare meno strada, per passare in fretta un esame, per recuperare gli anni di scuola, per pagare meno tasse, per guadagnare di più, per individuare le cause dei nostri malanni, per tappare il buco del debito pubblico. La facilità è il paradigma: dallo schermo televisivo tutto sbuca meno difficile. Governare un paese è un hobby da imprenditori o da ingegneri, che sistemano in alcuni grafici anni di crisi economica e in alcune battute più di un secolo di dibattito dottrinale e giurisprudenziale. Non ci passa mai per la testa che è difficile capire come funziona una finanziaria, come va fatta una riforma della Costituzione, quali sono le dinamiche del mercato internazionale? Perché nessuno ci dice che le risposte sono complesse? Che i colpevoli non sono alla luce del sole?

I cinesi? Adesso sono forse più simpatici perché stanno dentro al Grande Fratello.