Muri

Ho deciso, a casa non ci torno, vado così come sono, è lo stesso. Perderei un tempo enorme, metropolitana piena, trecento metri buoni a piedi, aspettare l’ascensore, diciannovesimo piano, cercare una camicia pulita, sceglierne una tra per lo meno tre. Troppo tempo. Ho fretta. Il sacro rito del caffè al bar all’angolo di piazza della repubblica è stato profanato. Adesso ho la camicia macchiata. Chiazze sul lato destro e sul davanti. Non c’è modo di nasconderle. Andrò a lavorare conciato in questo modo e inventerò scuse plausibili, ma non dirò la verità. Lunedì mattina non ho nessuna voglia di ascoltare commenti e commentacci. Ma oggi non riuscirò a tornare a casa, né a pranzo né alla fine del pomeriggio: andrò direttamente alla riunione, macchiato e sbrodolato.

Dal bancone mi spostavo verso il muro, in modo da poter appoggiare la tazzina e il vassoio del pão de quiejo sul tavolino per poi poter usufruirne con calma senza nessuno che mi sbuffasse impaziente da dietro o che mi passasse la mano e il gomito di fianco alla faccia per afferrare la sua tazzina e il suo pão de queijo. Non è stato uno strattone, certamente, solo un lieve leggerissimo tocco di mano, sufficiente per far tremare il braccio. Invece a uno che tiene con una mano la tazzina bollente (con l’altra il vassoio per equilibrarsi come può tra un milione di persone che hanno deciso di fermarsi nello stesso bar), per arrivare al tavolino e sederesi cinque minuti in santa pace, non solo è sembrato uno strattone vero e proprio, ma un misterioso connubio di strattone e spintone. E il caffè sulla camicia. Il bambinetto, dieci anni non di più, intrufolatosi all’interno del bar, ha scelto me. Strattone, spintone: tio me dá uma coca cola? Zio, mi dai una coca cola? (Sette e mezza del mattino e mi chiede una coca cola?) Rispondo prontamente che la coca mai e poi mai, ma se ha fame gli pago quello che vuole: un panino, un bicchiere di latte, un altro panino, quello che vuole ma la coca no. Un bambino di quelli lo guardano tutti. Colore, abbigliamento e odore. Lo guardano tutti davvero. Bar pieno. Anche perché in seguito allo strattone-spintone penso mi sia scappata dalla bocca qualche parola di troppo. Non lo avevo visto, mi è arrivato da dietro. Il pigia pigia di un milione di persone al bar mi ha impedito di vederlo, piccoletto, colore abbigliamento e odore, non l’ho visto, non me ne ero accorto, lo giuro. Continua a chiedere, continuo a rispondere. Se ne va con un broncio grande così; lo seguo dalla vetrina, poi il muro spegne definitivamente la mia curiosità. È uscito di corsa, non ha neanche provato a chiedere ad altri, forse si è spaventato dal tono della voce che non avrò saputo regolare: dopo l’imprecazione per la sbrodolata è stato difficile rispondere con dolcezza alle sue richieste. Se ne è andato e basta.

È un muro, una parete, alcune scritte pubblicitarie, un paio di manifesti stracciati, le fessure come nascondiglio. Tanti, nelle strade del centro, i muri come questo: a separare il nulla dal niente.

Una coca cola? La cassiera mi fissa esterefatta, come a chiedermi spiegazioni. I suoi occhi affermano: guarda che una coca cola costa meno del panino e del bicchiere di latte. Vorrei risponderle telepaticamente, ho fretta, le macchie, il rimasuglio di caffè trangugiato… parlo: Non voleva la coca cola, ma la lattina. L’avrebbe trasformata in una specie di narghilè per fumare il crack. (A venti metri dal bar si trova uno dei tanti punti di spaccio di ogni tipo di droga, specialmente cocaina e crack). Non vedi quanti ragazzi sdraiati per terra in preda a visioni e convulsioni? Guarda, al di là del muro, guarda quanti. Lo so che non serve a niente, che trovano modi e forme sempre nuove, ma se posso evitare di dare loro la maledetta lattina, sono più contento. Saluto, sbrodolato, vado. Rivedo il bambino razzolare nelle fessure del muro: una lattina in mano. Qualcun’altro gliela avrà pagata pensando di far bene.

Riunione: dicono che prima, quando c’era qualcuno che si occupava di loro specialmente di sera, non avvenivano tanti assalti come adesso. Il traffico blocca i veicoli all’entrata del tunnel. Loro spuntano da dietro il muro. Un nugolo di ragazzi con pietre e bastoni. Arraffano quello che trovano. La gente non può scappare né reagire, il traffico blocca perfino le portiere e le intenzioni di qualcuno voglia scendere dalla macchina e inseguirli. Tutti i giorni. E chiamare la polizia è inutile, ci mette un sacco di tempo per arrivare e loro, i ragazzi, saltano il muro e via, chi li trova più! Però hanno detto che prima, quando c’era qualcuno che si occupava di loro, queste cose non succedevano così spesso. Un tipo prende la parola: Ma non vi ricordate che siete stati proprio voi ad ostacolare al massimo il lavoro di coloro che adesso rimpiangete? Non aspettativi che ritornino, non potranno certo ricominciare da zero un tipo di lavoro come quello: stare di notte con bambini e ragazzi, al di là e al di qua del muro, portarne alcuni alle case di accoglienza, altri all’ospedale, altri ancora fino a casa. No adesso è molto tardi, non ce la farebbero più. È passato troppo tempo. Oggi i problemi sono infinitamente più gravi di allora e sinceramente non ne ho idea di come fare né per risolverli e né tantomento di affrontarli. Però è inutile che ora diciate che era meglio prima, perché non è vero, non era meglio affatto: eravate sordi muti e ciechi alle richieste di aiuto, li avete ostilizzati quasi ad arrivare alle minacce fisiche, quasi a farli sparire definitivamente. Anzi, avete permesso che venissero minacciati nella loro integrità física e morale. Oggi non torneranno, non sono più in grado di farlo, troppe mazzate.

Il tipo, come il bimbo al bar, guardato da un milione di occhi, – forse si sono accorti delle chiazze e degli sbrodoloni di caffè sulla camicia spiegazzata da una giornata di lavoro – torna a sedere. Mezzo secondo di silenzio totale, stavolta neanche un commento, un commentaccio che sia uno, e la riunione ricomincia. Ci si lamenta che di notte gli uomini di strada scavalcano il muro e vanno a fare i loro bisogni sulla porta dei negozi. Quindicimila uomini di strada, quindicimila bisognini notturni sulla porta di quindicimila negozi del centro. Tiè. È un bel problema non c’è che dire: un autorevole personaggio dice addirittura che gli uomini di strada sono un problema di salute pubblica. Come l’infestazione della zanzara della febbre gialla che muore gente tutti i giorni. Salute pubblica. È necessario quindi un intervento di igiene ambientale, di preservazione sostenibile. A Rio stanno costruendo un muro. Anzi tanti muri. Con la scusa di preservare la foresta, l’ambiente, costruiscono un enorme muro che circonda la favela per chilometri. Così le baracche smetteranno di avanzare abusivamente su quel poco che rimane di verde. Viva l’ecologia. Viva il muro salva foresta.

A San Paolo la foresta non c’è ma di muri ce ne sono assai. Sono loro, i bambini e i quindicimila uomini di strada che non sanno rispettare le regole, sono i due milioni di favelados che non capiscono che al di qua del muro non ci devono passare. Come si fa a farglielo capire? Chi ci si riesce a metterglielo in testa?

È tardi, tre macchine della polizia, qualche curioso. Cosa è successo? L’investigatore in borghese risponde gentilmente che in seguito ad un normale controllo la persona è fuggita a gran velocità dentro un palazzo, o meglio, dentro il garage di casa sua. Sà com’è, continua l’investigatore, se uno scappa è perché ha qualcosa da nascondere…, in assenza di flagrante delitto, qui per entrare abbiamo bisogno del mandato di un giudice…, è casa sua, è scappato a casa sua e non possiamo entrare. Da uno che scappa non ci si può aspettare nulla di buono…, il mandato… ci vorranno due ore… se fossimo in favela… là entravamo sparando e buonanotte… qui, sà com’è caro signore, qui è diverso… le garanzie… il mandato… là in favela sta storia era già finita da un pezzo… prova a scappare ad un controllo vicino a una favela e vedi che ti succede… caro signore.

Grazie della spiegazione e arrivederci. Il portinaio apre e la guardia giurata che zela per il mio patrimonio e la mia sicurezza si pone tra me e il marciapiede. Non si sa mai. Il portone si chiude sbatacchiando. Adesso posso stare tranquillo. Il muro, come ad Auschiwitz, è sormontato da fili elettrici capaci di abbattere un bue. La differenza è che qui non si sogna di scavalcare il muro per scappare. Nessun menino de rua mi verrà a tirare la manica della camicia, nessun uomo di strada scavalcherà il muro.

Il mio muro.