No profit

Rilevanza economica e sociale

Non esiste una definizione che possa univocamente rappresentare che cos’è il no profit.
Esiste una rilevante confusione terminologica per cui ogni tentativo di classificazione tende a rivelarsi parziali. E la somma delle singole definizioni parziali costituisce un insieme con elementi che si sovrappongono in quanto lo stesso elemento può essere presente in più definizioni.
Spesso vengono usate come sinonimi varie definizioni: terzo settore, volontariato, associazionismo, organizzazioni senza scopo di lucro, enti non commerciali.
All’elevata varietà di definizioni, corrisponde un’altrettanto vasta eterogeneità di organismi che fanno riferimento al settore no profit. Dall’associazione culturale, alla croce rossa, alla fondazione bancaria, alla cooperativa sociale, al gruppo di volontari che organizza la sagra paesana: tutti sono soggetti potenzialmente riconducibili al no profit.
Nella consapevolezza di fare una scelta che ne esclude altre (altrettanto se non di più legittime) ritengo di adottare una definizione che individui il no profit sulla base dell’attività svolta.

Criteri di definizione

L’accezione che più trovo consona è quella di definire appartenenti al no profit tutte quelle organizzazioni che operano con fini di utilità sociale, dove l’utilità sociale viene intesa quale beneficio non esclusivo di chi mette in atto determinate azioni e comunque non finalizzato solo ad un risultato di natura economica.
Il solo tipo di attività svolta non può quindi essere la discriminante per definire cos’è e cosa non è no profit: necessita prendere in considerazione la finalizzazione dell’attività svolta.
Un’attività infermieristica potrebbe essere gestita in funzione della massimizzazione del profitto, ma anche per favorire l’inserimento lavorativo di determinate fasce deboli oppure potrebbe essere organizzata coinvolgendo volontari disponibili a svolgere un’attività lavorativa pur in mancanza del percepimento di un corrispettivo economico.
Per quanto ovvio, sottolineo che nell’esempio fatto nel primo caso si tratta di una mera attività economica. Gli altri due casi rientrano nell’ambito del no profit.
Faccio un ulteriore passo in avanti, andando ancor più a restringere l’accezione di no profit.
Voglio ora concentrare l’attenzione su di un ambito ancor più ristretto, prendendo in considerazione alcune attività ancor più specifiche, ossia le attività attinenti all’economia sociale o, come qualcuno la definisce, l’economia civile.
Appartengono a questo ambito soggetti organizzati a tutti gli effetti secondo una struttura di impresa, che senz’altro cercano di operare con criteri che garantiscano la loro sostenibilità economica, ma per le quali il raggiungimento del profitto non rappresenta il fine, che è bensì rappresentato da un ritorno sociale della propria azione.

La crescita delle imprese sociali

Il numero di imprese sociali (o presunte tali) negli ultimi anni ha conosciuto una rilevantissima crescita.
Vale la pena di ben analizzare i motivi di detta crescita, perché in questa variabile stanno tanto la grandezza che i limiti del modello impresa sociale.
Occorre partire da un interrogativo: perché nasce l’impresa sociale?
L’impresa sociale nasce per "recitare" in proprio sul palcoscenico dell’economia reale. Non nasce né per fare la comparsa, né in subordine a qualche altro soggetto. Nasce con la volontà di affermare un modello di organizzazione economica altro, diverso rispetto al "tutto al mercato" o "tutto allo stato". Un modello non necessariamente alternativo. Ma diverso si. Per cui la logica è quella della coesistenza con altre modalità organizzative. Ci può stare l’azienda capitalista. Ma ci sta anche l’impresa sociale. Perché questo?
Perché ci sono ambiti in cui lo stato è poco agile e ambiti in cui l’impresa tradizionale non ha interesse ad entrare, o se vi entra lo fa non per distribuire "socialità" al proprio agire, quanto per favorire l’aumento del proprio valore economico, per distribuire dividendi ai propri soci.
Il "prototipo" dell’impresa sociale è una cooperativa che opera nel settore socio-assistenziale.
Ma gli ambiti abbracciati si sono andati progressivamente allargando al settore culturale, l’attenzione all’ambiente, la cooperazione internazionale, la formazione.
Il tempo storico nel quale l’impresa sociale si allarga, corrisponde a quello in cui si manifesta con caratteri sempre più accentuati un mutamento strutturale relativo al modo in cui gli stati (buona parte dell’Europa è interessata al fenomeno) intervengono nel sociale.
Le risorse economiche che gli stati rivolgono al settore sociale si assottigliano sempre di più. Si riducono gli spazi di intervento diretto dello stato.
Questo favorisce la crescita di cooperative, di associazioni che in proprio o a mezzo di convenzioni con l’ente pubblico vanno ad occupare gli spazi da questo lasciati vuoti.
Questa crescita da un lato va vista senz’altro con favore. Dall’altro non può sottacere degli elementi di preoccupazione.

Luci e ombre sul no profit

C’è il rischio che l’impresa sociale cresca solo per svolgere supplenza, senza essere autentica ed originale protagonista di propri percorsi di crescita, di sviluppo. Con la grande possibilità anzi di essere ancella di un modello economico-statuale che tende a spendere (ancor prima di investire) sempre meno in socialità.
In altre parole, un comportamento che favorisce e sostiene l’affermarsi di politiche esattamente contrarie alle idee da cui era nato il no profit/terzo settore.
Questo è un nodo non risolto, ancora attuale; è una contraddizione assolutamente vigente.
Nel contempo si sta sempre più sviluppando una ricerca ed una prassi aziendale che rispondono all’ambito della "responsabilità sociale di impresa".
È prassi che va prendendo piede in maniera significativa la redazione anche da parte di aziende profit del "bilancio sociale", documento che certifica (o meno) un certo modo di comportarsi dell’azienda.
Si sta sviluppando la forte attenzione di un sempre crescente numero di operatori economici sulle ricadute sociali del proprio agire e che anzi cerca di orientarlo favorevolmente a partire dalle politiche interne verso i dipendenti, le modalità organizzative, i rapporti con clienti/fornitori, l’impatto sull’ambiente dei propri processi produttivi.
Aziende che privilegiano i rapporti e gli interessi di tutti i propri interlocutori stabili, prassi nota come attenzione agli stakeholders piuttosto che agli shareholders.
Questo per dire che l’impresa sociale consolidata, pur con i limiti evidenziati, resta il riferimento per la ricerca e l’affermazione di un’economia diversa.
Ma l’ambito della responsabilità sociale, dell’attenzione ai valori e ai comportamenti etici costituiscono una nuova frontiera entro la quale chi vuole non solo proclamare, ma anche attuare una buona prassi economica è necessariamente chiamato a misurarsi.

Mario Crosta, direttore Banca Popolare Etica, Padova