Noi, madri di figli scomparsi

Riportiamo l’intervento della presidente dell’ Asociación Madres de Plaza de Mayo tenuto alla festa nazionale di Macondo del 1999 [tutte le donne presenti all’incontro portavano in testa un fazzoletto bianco, simbolo dell’Asociación Madres de Plaza de Mayo, N.d.T.]

Quando vedo che altre madri, per solidarietà, come in questo luogo, si mettono un fazzoletto bianco in testa, sento che è il grido delle madri di tutto il mondo, non solo va dicendo basta alla impurità ma va dicendo stop alla guerra, il fazzoletto bianco significa anche stop alla guerra.

22 anni fa le madri hanno cominciato a marciare nella plaza de mayo, davanti alla casa di governo, reclamando per la vita dei nostri figli. Abbiamo cominciato un piccolo gruppo di 14 madri, il 30 aprile 1977 e da quel primo giovedì fino ad oggi, mai abbiamo mancato un giovedì, piovesse o tuonasse, Natale, Capodanno… Ogni giovedì alle 15.30 eravamo lì, noi insieme ad altra gente, a molta gente, a reclamare per la vita dei nostri figli.
Abbiamo cominciato ad andare in piazza perché nessuno ci voleva ascoltare, la giustizia diceva che i nostri figli erano andati via con altre donne, la chiesa ci chiudeva le porte, i politici guardavano da un’altra parte, e così, stanche di bussare alle porte, abbiamo deciso di andare in piazza. Abbiamo cominciato con molta timidezza, con molta ignoranza perché uscivamo dalle nostre case, dall’allevare i nostri figli, non capivamo niente di politica. Non potevamo capire che il figlio che ieri era qui oggi non c’è più, non è da nessuna parte.
Molti ci chiedono cos’è un desaparecido, uno scomparso per motivi politici, cos’è la sparizione, che cosa sento dentro, ma non si può spiegare: il figlio che ieri era qui oggi non c’è più né in casa né all’università, né nel letto, né a tavola e in nessun altro posto, nessuno sa niente, tutto il mondo dice: "non lo so".

Noi madri siamo state molto perseguitate, ogni giovedì ci portavano in prigione, hanno sequestrato tre delle migliori madri, quelle che più sapevano, una che lavorava nella comunità di base della chiesa che aiutava i paesi del terzo mondo, un’altra che era scappata dalla dittatura del Paraguay e la fondatrice del movimento Azucena, che aveva detto la prima volta: "andiamo in piazza!". Era una donna che aveva fatto parte del sindacato. Così le tre migliori madri sono state sequestrate con le suore francesi che ci accompagnavano in piazza: Perché se è vero che una parte della chiesa, quella più potente era al fianco dei potenti e stava stabilendo come si sarebbe dovuto torturare, c’era anche un’altra parte della chiesa che ci appoggiava, ci accompagnava.

Noi madri per tre anni non abbiamo avuto un posto dove poterci riunire. La riunione era ogni giovedì alle 15.30 in piazza. Alcune volte, ci riunivamo in qualche chiesa o in qualche parrocchia, ma quasi sempre i preti chiamavano la polizia perché ci portassero in galera. O sennò spegnevano tutte le luci perché noi scrivevamo, scrivevamo i nostri volantini, le nostre lettere, era lì che facevamo quelle cose.

Raccontare 22 anni di lotta è molto difficile. Nel 1979 le donne olandesi sono state le prime a formare un gruppo di solidarietà con le madri e ci hanno inviato i soldi per comprare il nostro primo piccolo ufficio. Era vero che questo luogo era più facile prenderlo di mira, era un luogo concreto fisico, ma alcune madri non potevano venire il giovedì in piazza e allora rischiavamo di disperderci, non potevamo fare azione di gruppo, invece così avendo un ufficio sapevano che in qualunque momento potevano venire lì a raccontare, a chiacchierare, a denunciare.

Noi madri abbiamo inventato molte maniere per sostenerci e affrontare la polizia e l’esercito che ci picchiava ogni giovedì in piazza. La prima cosa che abbiamo imparato era che quando ci chiedevano i documenti, o chiedevano i documenti a una madre, dovevamo consegnarli tutte assieme perché così in quel momento la repressione non fosse soltanto nei confronti di una persona ma di tutti, questo gesto a volte non era facile capirlo, ma ha dato buoni risultati.

Un’altra cosa che abbiamo fatto e che ha avuto molta forza e stato che quando imprigionavano una di noi (dentro la cella assieme a un morto, un morto qualunque, così la madre viveva terrorizzata tutta la notte), abbiamo deciso che ci costituivamo tutte. Dicevano che eravamo matte perché nessuno vuole andare in prigione, specie durante la dittatura. Siamo state anche 15 giorni in prigione, eravamo in tante, 30/40 e mentre eravamo dentro pregavamo, perché la polizia ha paura della preghiera e dell’inno nazionale; mentre pregavamo loro rimanevano paralizzati, non era una preghiera comune, dicevamo: "preghiamo il Padre nostro perché non siate tanto assassini, Padre nostro che sei nei cieli….; perché non siano torturatori …", li denunciavamo pregando.

Di settimana in settimana, di giovedì in giovedì ogni madre si convertiva in un investigatore privato: voleva scoprire dove avevano portato il proprio figlio, seguirne le tracce, in quale commissariato stava, così abbiamo scoperto che c’erano i campi di concentramento. Che presso nei commissariati si facevano le torture più terribili, si scopriva la partecipazione dei politici, dei sindacati, in diretto contatto con gli assassini. Tutti questi fatti hanno cominciato ad aprirci gli occhi.

Nei primi tempi ogni madre lottava per i propri figli, a qualcuna ne mancava uno ad altre due, tre, quattro. Un po’ per volta ci siamo rese conto che la lotta individuale non aveva senso, che quel nome che avevamo messo al fazzoletto (il fazzoletto portava il nome dei nostri figli) dovevamo toglierlo, un po’ alla volta in comunità abbiamo socializzato la maternità e così siamo diventate madri dei 30 mila desaparecidos. Allora al fazzoletto abbiamo dato un nuovo senso: l’apparizione in vita delle madri di plaza de mayo. Da quello stesso momento abbiamo lasciato la lotta individuale per cominciare ad imparare a fare politica, a renderci conto che questo era un progetto di distruzione dell’oppositore politico, non di un pazzo che è venuto a casa mia e si è portato via mio figlio.

Quando noi madri ci siamo rese conto che gli Stati Uniti avevano istruito quasi tutte le forze armate dell’America Latina nella scuola di Panamà a torturare, violentare e assassinare, e preparato all’interno delle scuole militari un progetto di distruzione di tutti i giovani che non avessero accettato la pianificazione economica che volevano imporre ai nostri paesi. Così ci siamo rese conto che gli Stati Uniti han dato tutto il denaro che le dittature latinoamericane avevano bisogno, han dato tutte le armi che avevano bisogno per assassinare e reprimere il popolo, han mandato le auto Ford Falcon nere per sequestrare i nostri figli, inviato continuamente ispettori a controllare come funzionava la repressione. Molti paesi europei inviavano armi, le Ambasciate non ci ascoltavano. L’Italia ha il privilegio di avere il primo Presidente al mondo che ha accompagnato e appoggiato il movimento politico delle madri: Sandro Pertini. A quest’uomo abbiamo tanto da ringraziare!

In questi 22 anni abbiamo imparato molte cose, soprattutto ascoltiamo con chiarezza la voce dei nostri figli quando ci dicevano: "mamma guarda, questo è quello che succederà, questo fatto è molto grave, le dittature sono feroci, qua avverrà qualcosa di molto grave". Quando sono cominciati i fatti del Cile e quando sono cominciate le scomparse nel paese, a noi che eravamo tanto ignoranti, ci sembrava che queste cose non fossero vere, che non fosse possibile quello che i nostri ragazzi ci raccontavano.

I miei figli mi hanno insegnato a leggere il giornale, mi hanno insegnato ad essere solidale, a non dare quello che a uno gli avanza ma a condividere quel poco che ha, mi hanno insegnato a vedere tante cose, mi hanno tolto quel velo di cecità che avevo davanti agli occhi, che oggi mi serve per far vedere al mondo che i popoli non devono credere nei parlamenti ne credere nella giustizia, ma credere nella propria forza, nelle proprie mobilitazioni, nella propria voglia di trasformare quello che non accettiamo.

Da 15 anni ormai, noi madri abbiamo a Buenos Aires una casa molto grande, 15 filiali in tutto il paese, 2000 madri associate, 450 attive, un giornale che esce una volta al mese, 20 gruppi di solidarietà in tutto il mondo, in tutta Europa, Australia e Canada. Abbiamo inaugurato una libreria, un caffè letterario e un salone d’arte.
Vi voglio dire che questa è una lotta d’amore, di amore immenso verso i nostri figli, che siamo diventate madri rivoluzionarie perché vogliamo trasformare questo mondo tanto perverso partendo dalle cose più piccole, ma da qualche parte bisogna cominciare.

Noi madri abbiamo cominciato a raccontare al mondo quello che ci succedeva dal 1978, abbiamo cominciato a farci conoscere, a raccontare quello che succedeva in quel paese così lontano, dove un piccolo gruppo di donne affrontava la dittatura, abbiamo imparato a non rispettare i potenti che non ci rispettavano, ad affrontarli.
Il Papa, adesso, ha fatto una richiesta a favore di Pinochet. Noi madri gli abbiamo scritto una lettera molto dura, perché lui non ha rispettato, perché lui ha supportato e ha sostenuto il nunzio apostolico della dittatura nel nostro paese, Monsignor Pio Laghi, l’uomo che oggi ha la responsabilità dell’educazione in Vaticano, quest’uomo che partecipava alle riunioni dove i militari decidevano come torturare una donna incinta, lui diceva quali erano le maniere cristiane di torturare, lui, Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina. Le madri lo hanno denunciato.

Abbiamo cominciato a capire che c’erano due tipi di chiesa. C’erano i sacerdoti, vescovi, le monache che ci accompagnavano nella marcia, sacerdoti che assieme ai nostri figli alfabetizzavano gli adulti nei quartieri più marginali e poveri, i monsignori che hanno dato la propria vita per difendere la terra dei poveri. Poi c’era l’altra chiesa quella che decide, quella potente, quella che ha fatto si che ogni prete fosse un uomo della dittatura.
In quest’epoca la maggioranza dei sacerdoti erano capi e andavano nelle carceri e approfittavano per avere informazioni dai detenuti, i sacerdoti assieme ai monsignori dicevano che 7 ore di torture non era peccato; quella chiesa potente quando ammazzavano gli altri sacerdoti (perché ci sono stati molti preti, monsignori e monache assassinati dalla dittatura) rimaneva in silenzio.
Quando dagli aerei buttavano i nostri figli ancora vivi nel fiume o in mare, c’erano sacerdoti che al ritorno consolavano le persone dicendo che era una maniera cristiana di assassinare perché prima di gettarli facevano loro una puntura per addormentarli.

Noi madri che apparteniamo all’associazione MADRES DE PLAZA DE MAYO, ci siamo radicalizzate, siamo molto più severe e radicalizzate, perché abbiamo imparato che non dovevamo cedere neanche un centimetro, che non dovevamo negoziare e nemmeno tacere, ne dimenticare ne perdonare quello che stava succedendo.
E’ stata una lotta dura far sì che arrivassero governi presuntamene democratici. Sempre autorizzati dagli Stati Uniti, ma quando questi vedevano che il popolo era forte non poteva far a meno che si istaurassero questi governi costituzionali (comunque erano sempre manovrati da loro).

Noi madri ci siamo rese conto che i politici si erano accordati con i militari, che non sarebbero stati condannati gli assassini, abbiamo imparato giorno dopo giorno, con grande dolore, che gli assassini sarebbero rimasti in libertà. C’è stato un processo che tutto il mondo ha applaudito ma che in realtà era falso e ipocrita, e subito dopo sono arrivate le leggi di perdono, dette di "ubbidienza dovuta", cioè, tutti coloro che avevano ubbidito agli ordini non sarebbero stati condannati. Molte volte hanno tentato, fatto in modo che noi madri smettessimo di ritrovarci nella plaza de mayo, di farci tacere, di convincerci che i nostri figli erano morti, però mai riconosceremo la morte dei nostri figli, mai li daremo per morti, i nostri figli saranno scomparsi (desaparecidos) per sempre. La scomparsa forzata delle persone è un crimine di questa umanità che non deve cadere in prescrizione, per questo motivo i nostri figli saranno sempre vivi.

In ogni nostro atto, in ogni azione, in ogni luogo dove noi siamo gli stiamo restituendo la vita, perché parliamo con le loro parole, guardiamo con i loro occhi e il loro cuore palpita assieme al nostro.
I governi hanno tentato di pagare la vita dei nostri figli morti, risarcire economicamente ciò che non è stato fatto con la giustizia e ci offrono 250.000 dollari per ogni figlio scomparso.
Noi madri non accetteremo che si dia un prezzo alla vita, i nostri figli ci hanno insegnato che la vita ha solo valore di vita, la vita non ha un valore in denaro, pertanto rifiutiamo, ci ripugna che vogliano mettere un prezzo alla vita degli uomini che sono stati capaci di donarla tanto generosamente per trasformare questo mondo perverso.

Ci siamo internazionalizzate, abbiamo viaggiato per il mondo, siamo state con il subcomandante Marcos nella foresta Lacandona, appoggiando, accompagnando, condividendo con loro e con Marcos.
E siamo stati con questo movimento incredibile, bellissimo, fantastico, mi sembra che sia il più grande e il migliore di America latina, che è il movimento dei Sem Terra, vivendo 15 giorni con loro, condividendo le loro esperienze impressionanti.
Siamo state in Perù quando i giovani erano dentro l’Ambasciata cercando di impedire che fossero uccisi, come hanno poi fatto.
Ultimamente siamo andate dove c’era la guerra, siamo andate ad accompagnare le donne jugoslave, abbiamo fatto da scudo per difendere i ponti perché non venissero distrutti. Eravamo lì, perché noi madri non crediamo nei trattati scritti, crediamo che gli uomini e le donne dobbiamo accompagnare questa lotta con il corpo, essere lì ove sia necessario.
Noi madri sappiamo che gli Stati Uniti è il paese più assassino, più torturatore, più invasore e più criminale, che vuole avere tutto il mondo, non soltanto i Balcani, per questo motivo fa la guerra, per questo ci dispiace che ci siano tanti paesi che sono felici di essere dentro la Nato: è la peggior cosa che ci possa essere, appoggiare la Nato e giustificare la guerra per via di Milosevic. Se loro vogliono togliere di mezzo Milosevic, lo tolgono quando vogliono, non hanno bisogno della guerra, loro vogliono prendere possesso del posto, vogliono i Balcani, non vogliono togliere Milosevic. Di questo siamo molto convinte noi madri, denunciamo e abbiamo rabbia, e ci fa schifo che si giustifichi la guerra con la scusa di Milosevic. Loro devono sempre creare un demone per giustificare quello che fanno in tutti i paesi. Anche nel nostro paese per molti anni dicevano che i nostri figli erano dei sovversivi, così potevano giustificare la morte e la tortura. Oggi dicono che il terrorista è Milosevic, così giustificano la guerra. Non giustifichiamo la guerra! Non si può fare la pace con un fucile in mano!

Nel mio paese ci sono 30mila desaparecidos, 15mila fucilati per le strade, 8900 in carcere per motivi politici, un milione di esiliati. Nel mio paese mancano due generazioni di persone che in questo momento dovrebbero fare politica, di conseguenza ci mancano dirigenti politici, ma i giovani non vogliono fare politica perché vedono molta corruzione e mafia.
Stiamo creando una università delle madri per la formazione politica dei giovani, perché vedano la politica come la migliore azione dell’uomo, l’azione che ci libera, una politica con etica, una politica di amore, di sentimento, di solidarietà, non c’e da nessuna parte scritto che la politica debba essere calcolatrice, mafiosa e negoziatrice. La politica deve essere piena di amore verso gli altri e di solidarietà. Abbiamo molte speranze di realizzare la nostra università per la formazione dei giovani alla politica, in una nuova maniera di fare politica, cominciando dal basso, da quelli che soffrono di più, da quelli che hanno poco, da quelli che ci stanno dando un esempio, da quelli che sono stanchi di essere poveri. Non sono poveri perché non hanno vinto la lotteria, ci sono migliaia di poveri perché c’è un piccolo gruppo che è sempre troppo ricco in qualunque parte del mondo.
Le madri denunciano le multinazionali, denunciano la partecipazione della Chiesa, denunciano gli assassini, i torturatori e violentatori, denunciano i loro complici. Non staremo zitte, e non abbandoneremo la lotta, la única lucha que se pierde, es la que se abandona, ¡Ni un paso atrás! (l’unica lotta che si perde e quella che si abbandona, per questo motivo non faremo nemmeno un passo indietro).
Grazie.

Discorso tenuto alla festa nazionale di Macondo, a Bassano del Grappa, il 30 maggio 1999