Non c’è tempo per vivere assieme

Genitori assenti e adolescenti muti

«Grandi sono la poesia, la bontà e le danze…
ma il meglio del mondo sono i bambini».
[Fernando Pessoa]

«Nella folla ci sono uomini che
non si mettono in evidenza,
ma sono portatori di messaggi fantastici.
Neppure loro lo sanno».
[Antoine de Saint – Exupery]

Due parabole di saggezza

Passando per le alture di Schang, Tzuchi vide un alianto di grandezza straordinaria: mille quadrighe potevano ripararsi sotto.
«Che albero è mai questo?» – disse ammirato Tzuchi. «Deve avere un legno speciale». Ma guardando bene vide che i rami erano troppo contorti per ricavarci travi o assi, le radici erano troppo nodose per farci bare o sarcofaghi. Mordicchiò una foglia e rimase con la bocca ferita, lo stesso odore lasciava ubriachi per tre giorni.
«Legno speciale? Al contrario: è un albero inutile!» – esclamò Tzuchi: «Per questo è arrivato a tanta grandezza! Il saggio farà bene ad imparare la lezione. Tutti gli uomini riconoscono l’utilità dell’utilità, ma non riconoscono l’utilità dell’inutilità».
«Se l’arciere tira per gioco, è nella pienezza delle sue energie. Se tira per una fibbia di ottone, nel timore di sbagliare è già meno abile. Se c’è un premio d’oro in posta, povero arciere, o non vede il bersaglio quasi fosse cieco, o ne vede due: perde il senno. È abile come prima, ma l’emozione per una cosa esterna gli toglie le energie e la concentrazione». (Chuang Tzu, filosofo cinese).
Oggi non è permesso neppure ai bambini giocare, ma solo competere.

Cronaca tragica

In Italia, ogni giorno due giovani si tolgono la vita, mentre altri dieci tentano di farlo. Ci provano di più le ragazze, riescono a farlo con più determinazione i ragazzi.
A evento compiuto, quanti operano con i giovani (genitori, professori, sacerdoti, educatori) manifestano di solito meraviglia. Non si meravigliano della loro disattenzione, ma dell’imprevedibilità di un simile gesto in un ragazzo che sembrava così “allegro” e “vivace”. I giornali del 14 ottobre riportavano le identiche e scontate espressioni, riferendosi al fatto tragico del giovane di quindici anni che si era lanciato dal ponte dell’autostrada di Vicenza, sfracellandosi sull’asfalto. Probabilmente non sanno ancora distinguere nel riso di un giovane, lo spunto della gioia o la smorfia della prossima tragedia.
Questa estraneità dei giovani, questo loro andarsene muti per la sfiducia nell’ascolto da parte degli adulti, impone una riflessione severa sulla nostra capacità di percepire e di accorgersi di quelle esistenze precarie. L’identità incerta e appena accennata non si gioca come nell’adulto tra ciò che si è e la paura di perdere ciò che si è, ma nel divario, molto più drammatico, tra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire ad essere ciò che si sogna.

Una negligenza non riconosciuta

È in questo spazio buio che si muove l’identità incerta dell’adolescente, senza saper individuare, come accadeva alle generazioni precedenti, quella continuità tra preparazione attraverso lo studio e ingresso nel mondo delle professioni, prima saldatura di un’identità che nella sua incertezza si ancorava ad una certezza futura.
«Per una formazione di un adeguato concetto di sé – scrive Umberto Galimberti in Paesaggi dell’anima – occorre quella considerazione positiva che siamo soliti chiamare autostima, e quell’accoglimento del negativo che è autoaccettazione indispensabile per far fronte agli eventi avversi della vita».
«Questa mancanza di formazione – insiste U. Galimberti – se non porta i giovani al suicidio, li porta, se non sempre, là dove si spacciano musica e droga. In quella deriva dell’esistere che è poi quell’assistere allo scorrere della vita in terza persona senza esserne granché coinvolti, in ritmi sempre più esterni ed estranei per cui in un certo modo ci si sente stranieri della propria vita, in quell’insipido trascorrere di giorni dove equivalente diventa esserci o non esserci… in quell’atmosfera opaca e spessa che si frappone tra sé e le proprie cose, che se ne vanno lontane da una vita che avverte se stessa sempre più anonima e altra».
A tale proposito, una ricerca molto seria e accurata condotta dall’OMS, vede il Veneto agli ultimi posti nel mondo, ultimo in Italia, nel rapporto fra adolescenti e genitori. È una pessima notizia, non una novità almeno per gli osservatori meno distratti: ma, pur essendosi diffusa ormai la percezione di questo conflitto crescente, nessuno o quasi ne parla e la sua esistenza è riconosciuta solo a livello statistico.

Il silenzio ostile tra padri e adolescenti

In concreto che significa? I ragazzi fra gli undici e i quindici anni (è la fascia di età presa in considerazione) confessano in modo più o meno esplicito, il loro disagio nel dialogo col padre e la madre. Quasi tutti ammettono di sentirsi più capiti dai coetanei che dalla famiglia. Dalle loro parole traspare uno sconforto che precede la ribellione vera e propria e che spesso li spinge a una precocità significativa nella “trasgressione”, come l’abitudine diffusa, in percentuali allarmanti di fumare e di consumare bevande alcoliche.
Occorre certamente essere cauti nel ricavare da questo quadro previsioni troppo pessimistiche, ma è anche altrettanto corretto evitare il rischio opposto di rifiutare, per rassegnazione o disinteresse, di guardare in faccia una realtà inquietante.
Striscia fra le mura domestiche, come un verme repellente, quella particolare patologia da benessere che tende a destabilizzare ciò che rimane della comunicazione e degli scambi affettivi. Il rapporto sugli “stili di vita” e sul problematico cammino verso l’età adulta sembra ruotare attorno ad un cardine: la non presenza dei genitori, motivata dalla necessità di lavorare. Talvolta assenti ingiustificati, ma “assenti” anche quando sono in casa, dove nel frattempo si stabilisce un silenzio di per sé carico di ostilità.
Temo che il Veneto operoso, una delle aree più “imprenditorializzate” d’Italia, ora conservatore, ora velleitario, nasconda un tarlo sociale, un qualcosa che non urla, non contesta, non scende in piazza, ma che in questa sua “clandestinità” minaccia di scardinare i nuclei familiari.
Che l’adolescenza sia sempre stata all’opposizione fa parte della normalità, ma questa volta il blackout del rapporto genitori/figli è attivamente favorito e monitorato dalla televisione. I dati raccolti dalla stessa indagine dimostrano, oltre ogni dubbio, che la prole ha nella televisione il suo vero tutore, il suo “cattivo” maestro, il suo non occulto persuasore, la sua perfida compagnia.
Nell’ipotesi più benevola semina nella platea giovanissima i germi del cattivo gusto, della superficialità, della prevaricazione, del bullismo. Proietta gli adolescenti nella rutilante festa delle apparenze, dei linguaggi approssimativi mistificanti, delle menzogne che cadono dall’alto.

Inquietudine e angoscia

Quando la società era povera, l’adolescenza durava più o meno tre anni, durante i quali, quello che si imparava era il contenimento delle pulsioni appena sbocciate, perché quello che stava a cuore era l’emancipazione dai genitori e la ricerca dei mezzi di sussistenza per costruire la propria autonomia. Se ne usciva un po’ depressi, ma con una decente stima di sé.
Oggi, che la società è opulenta, l’adolescenza dura dai dieci ai quindici anni, durante i quali s’impara a dar sfogo a tutte le pulsioni e a tutti i desideri che approdano a gesti che non diventano “stili di vita” ed il volume della sensazioni è troppo al di là delle parole a disposizione.
I genitori guardano questa inquietudine che muta, assaporando fino in fondo la loro impotenza, perché mentre nella società povera famiglia e contesto sociale camminavano nella stessa direzione, nella società opulenta la divaricazione è massima. Non ce la fanno ad arginare i richiami di una società che per promuovere vendite e consumi, cattura il desiderio giovanile per portarlo là dove la merce vuole.
L’eccesso di libertà e di disponibilità di beni, di sesso, di tempo, quando si accompagnano a ridotte capacità di contenimento e di interiorizzazione, genera insoddisfazione, depressione, angoscia. Guardandoli bene, i nostri adolescenti sono depressi perché saturi di possibilità, insoddisfatti perché non conoscono il limite, talvolta angosciati perché non scorgono nella loro vita né un progetto, né una direzione.
Per creare in un bambino e in un adolescente la fiducia di base di cui ha bisogno è necessario tempo, tanto tempo da trascorrere con loro. Quando dico tempo dico “quantità” e non “qualità”, come siamo soliti raccontarci, per calmare la nostra coscienza, quando ai bambini e agli adolescenti dedichiamo poco tempo.
Mi sorge ora una domanda, questa volta davvero drammatica: può la nostra società, che sequestra ai genitori tutto il loro tempo, disporre ancora delle condizioni necessarie che consentano la crescita dei loro figli, perché siano se non felici almeno sereni, o quanto meno non depressi?

Un desiderio: se la scuola deforma…

Quando sono entrato nella scuola superiore per fare l’insegnante, mi sono sentito importante. Col tempo sono stato investito da una grande disillusione, noia, stanchezza di fronte alla farsa. Ho condiviso allora la disillusione degli alunni, che si sono sentiti molto importanti quando hanno superato l’esame di maturità, ma ben presto hanno scoperto che la scuola non aveva molto a che vedere con i loro sogni. Ho pensato anche che sia questo il motivo per cui fanno tanta festa quando ottengono il diploma. È la fine di una sofferenza senza senso.
La vecchiaia mi ha aperto gli occhi. Quando si arriva in cima, quando non ci sono più gradini da salire, si comincia a vedere con una chiarezza che non si aveva prima. «Ho la lucidità di chi sta per morire» diceva Fernando Pessoa. Anch’io sono diventato lucido e vorrei insegnare ad un bambino, un solo bambino che ancora non sia stato deformato (parola usata da Herman Hesse) dalla scuola.
Il motivo? Per lui stesso. È bello stare con i bambini. Hanno lo sguardo incantato: le piante, le persone, i fiori, gli animali, tutto per loro è motivo di meraviglia. Con gli adolescenti è diverso. Essi non hanno occhi per le cose, hanno occhi per se stessi. Purtroppo hanno già imparato la triste lezione che si insegna quotidianamente nelle scuole: imparare è noioso. Gli insegnanti sono noiosi. Imparare solo con la minaccia di non passare l’esame.
I bambini hanno invece la capacità di meravigliarsi davanti a ciò che è consueto. Tutto è sorprendente: un uovo, un lombrico, un fiore, un nido di rondine, il frinire delle cicale, il gracidare delle rane, i salti delle cavallette, un aquilone in cielo, una trottola in terra.

Uno spazio di gioco per crescere

Da queste cose, invisibili agli occhi eruditi dei professori (la specializzazione li ha resi ciechi come talpe, vedono solo dentro lo spazio oscuro delle loro tane – e come vedono bene!) nasce lo stupore di fronte alla vita. Da questo stupore, la curiosità; dalla curiosità, la ricerca; dalla ricerca, la conoscenza; e dalla conoscenza, la gioia.
Noi riteniamo che le cose da imparare siano quelle che richiedono dei programmi : questo è il motivo per cui i professori devono preparare gli schemi di lezione. Ma le cose più importanti non sono insegnate tramite lezioni ben preparate: sono insegnate involontariamente.
Sarebbe bene che gli educatori leggessero, ruminandolo, Roland Barthes. Egli ha descritto il suo ideale di lezione come la creazione di uno spazio – proprio così. Uno spazio, un luogo, simile a quello che esiste quando un bambino gioca attorno alla madre.
Mi spiego. Il bambino prende un bottone, lo porta alla madre. La madre ride e lo fa ruotare. Il bambino prende uno spago. Lo porta alla madre. La madre ride e gli insegna a fare i nodi. Egli conclude che l’importante non è né il bottone, né lo spago, ma lo spazio ludico che si insegna senza che si parli di esso.
Un bambino che nei primi anni di vita è stato investito di fiducia, domani sarà pronto a sua volta a investire fiducia nei suoi simili, nelle istituzioni e soprattutto in se stesso.
Vorrei fare una scuola per bambini, ma prima devo risolvere un problema: per costruire il suo nido, la rondine come mette il suo primo ramoscello?

Pove del Grappa, novembre 2003