Non consegnerò la mia vita a nessun fronte

Il terrore e la guerra

«Lavora come se non avessi
bisogno di soldi.
Ama come se nessuno
ti avesse mai fatto soffrire.
Balla come se nessuno
ti stesse guardando.
Canta come se nessuno
ti stesse sentendo.
Vivi come se il Paradiso
fosse sulla Terra».
[Anonimo]

«Pensare che un popolo,
una cultura, una religione abbia
diritto o il dovere di dominare
su tutto il resto del mondo,
resta il segno di un’epoca ormai
trascorsa della storia.
Il punto d’incontro non può essere
né la mia casa, né quella del mio
vicino: esso si trova all’incrocio
delle strade, fuori delle mura,
dove potremmo eventualmente
decidere di piantare una tenda
per il nostro presente».
[R. Panikkar]

Una parabola metropolitana
Tre giovani tornavano da Genova verso la loro città. Sulle magliette portavano scritto: Globalizziamo la giustizia. Uno di loro entrò in una panetteria ed aspettava il suo turno. In disparte aspettava una zingara con una bambina per mano. La padrona lasciò il banco, si avvicinò alla zingara e le diede un panino con una lattina di aranciata, dicendo severamente: «Adesso basta, esci». La zingara ringraziò ed uscì con la bambina. Tra i presenti si alzò subito un coro di commenti: «Puzzano, rubano, li dobbiamo mantenere noi, ci vorrebbe un’esemplare pulizia».
Il giovane che tornava da Genova si arrabbiò, alzò la voce, ripudiò vivacemente i presenti trattandoli da razzisti, disse che non avrebbe più messo piede in quel negozio e uscì sbattendo la porta, tra le proteste di tutti i presenti.
Il secondo dei tre entrò invece in un negozio di frutta ed aspettava. Anche lì c’era una zingara con una bambina per mano; il padrone le diede due mele e una merendina, mettendole severamente alla porta. Tra i presenti si alzò allora un coro di commenti: «Puzzano, rubano, li dobbiamo mantenere noi, ci vorrebbe un’esemplare pulizia». Il giovane che tornava da Genova uscì infuriato, raccolse un sasso, lo lanciò sulla vetrina e scappò.
I clienti ed il fruttivendolo, urlando, chiamarono la polizia e scatenarono la caccia all’uomo.
Il terzo giovane entrò in una pizzeria dove, tra i clienti in attesa, vide una zingara con una bambina per mano. La cassiera le porse un toast ed una cioccolata, ordinando ad ambedue di uscire subito. La zingara ringraziò e uscì con la bambina. Tra i presenti si alzò un coro di commenti: «Puzzano, rubano, li dobbiamo mantenere noi, ci vorrebbe un’esemplare pulizia». Il giovane che tornava da Genova aspettò in silenzio il suo turno, comperò un trancio di pizza ed una birra, pagò il conto di seimila lire con un biglietto da diecimila e lasciò il resto sulla cassa dicendo a chiara voce alla cassiera: «Mi permetta di partecipare al regalo che lei ha fatto alla signora con la bambina.
Quello che lei ha fatto è una cosa che ci riguarda tutti», e uscì. I presenti, sorpresi, non osarono guardarsi negli occhi, e nessuno trovò le parole per rompere il silenzio.

Se noi salveremo solo i nostri corpi…
Ogni sera cerco di addormentarmi in pace con Dio e con gli uomini. Cerco di non avere rancori e di quietare le ansie per non alzarmi, il mattino seguente, già stanco. Nel sonno sento però la sete, sento i morsi della fame, sento i muscoli irrigidirsi per la paura, sento che gridano nel silenzio della mia stanza: ho fame, ho sete, ho paura. Trovo riposo nella veglia. Mi tiene compagnia il gufo sull’albero dietro casa ed una melanconica ninna nanna che lontano una vecchia sussurra da sola.
In quale mondo abitiamo? Possiamo raccontare le nostre biografie? Riusciamo ad orientare le nostre emozioni? Siamo in grado di muovere i nostri pensieri e le nostre conoscenze nel paesaggio, interiore e del tempo, che le immagini di terrore e di guerra ci stanno delineando da New York e da Kabul? Se i bambini ci guardano e ci interrogano, quali buone domande possiamo lasciare sospese per loro? Penso alle righe scritte da Etty Hillesum dal campo di smistamento di Westerbork: «Se noi salveremo i nostri corpi e basta… dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta, infatti, di conservar questa vita ad ogni costo, ma di come la si conserva… Se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo inequivocabilmente affrontare, se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione, allora non siamo una generazione vitale».

La privazione della speranza porta alla follia
La disputa del Novecento, chiusasi con il crollo del comunismo, la competizione fra chi fosse in grado di sviluppare meglio le forze produttive, competizione che si misurava sull’opera umana nel modificare la natura e la storia, in uno smisurato delirio di onnipotenza, ha portato a considerare conclusa tale competizione, come si trattasse di fine della storia. Tutto ciò ha lasciato dietro di sé un vuoto che, di fronte al permanere di grandi ed irriducibili contraddizioni, è innanzi tutto un vuoto di speranza; e l’assenza di speranza porta alla follia.
La follia del terrore ha come retroterra il vuoto lasciato da quella storia finita. Non riesco a pensare ai terroristi come ad una squadra di automi, privi di ogni emozione e sensibilità, lanciati contro il simbolo del potere di Manhattan. Voglio vederci delle persone che hanno bisogno di ubriacarsi, non molto diversi dal cecchino imbottito di cocaina che spara sul ragazzo di Sarajevo, uomini (perché di maschi quasi sempre si tratta) che sono cresciuti in un contesto di guerra e di fanatismo, ma soprattutto di vuoto, di quella banalità (del male) di cui ci parlava Hannah Arendt a proposito del processo Eichmann, di perdita di speranza, appunto di fine della storia.
In questo perdersi dell’uomo moderno, trovano il loro alimento tanto il fondamentalismo (religioso e non solo) che la cultura della guerra. La guerra invocata in nome di una civiltà o di una religione non fa differenza, toglie ogni spazio al dialogo e mette in moto una spirale senza fine, fino all’annientamento dell’altro.

Un difetto di memoria
Alla difficile consapevolezza di essere in una nuova era, sembra corrispondere un difetto di memoria, quasi che la storia ricominci ogni volta da zero. Per questo le guerre moderne distruggono le biblioteche piuttosto che le fabbriche d’armi.
Oggi ci è stato imposto un regime di guerra globale. Temo che questa direzione di marcia verrà accelerata, rafforzando la struttura centralista e diseguale insita nel processo di globalizzazione. È prevedibile, cioè, che la lunga guerra al terrorismo comporti per un certo tempo il dispiegamento di un sistema politico che anteponga la priorità della sicurezza al perseguimento della giustizia sociale mondiale.
Mai nella sua storia l’umanità è stata simultaneamente così interdipendente ed omogenea, in virtù dell’economia di mercato, del commercio e delle tecnologie informatiche, ed altrettanto divisa nella ripartizione delle risorse.
Vi è chi ha espresso timori per una tirannide che potrebbe incombere sull’Occidente dall’esterno e che sarebbe magari favorita dal pacifismo.
Costoro non hanno tenuto abbastanza in considerazione la previsione, formulata da Alexis de Tocqueville nel 1835, sui probabili esiti dispotici della democrazia americana, ridotta «a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi della quale il governo è il "pastore", ad una "servitù" regolata e tranquilla, nella quale il cittadino esce un momento dalla dipendenza per eleggere il padrone e subito dopo vi rientrerà».

Quando l’informazione non si addice all’Occidente
La devastante azione terroristica contro le "Torri Gemelle" ed il "Pentagono" sembra proprio che abbia dato un’accelerazione violenta alle spinte involutive organiche del sistema democratico americano. Bush ha chiesto e ottenuto i pieni poteri, misure restrittive della libertà dei cittadini e la sospensione dei diritti dell’informazione.
L’Occidente, padre dell’informazione, scopre che l’informazione non si addice alle sue guerre. E se la guerra diventa l’attività principale, anzi la sua condizione permanente, dato che ha dichiarato una "guerra infinita", allora l’informazione non si addice all’Occidente.
Quando si parla di libertà di informazione s’intende, per lo più, il diritto dei padroni della parola di dire quello che passa loro per la testa o che conviene loro. Una persona semplicemente decente non parla per essere libera, ma ha diritto ad essere libera per dire cose vere e giuste. Misura e criterio della libertà sono la verità e la giustizia.
Le parole contro la verità e la giustizia non sono parole libere e non danno libertà. «La verità vi farà liberi» (Gv., 8,32). I molti passi biblici sul dovere dei giudici (non discriminare le persone, risarcire il povero, non accettare regalie, servire la verità e non i potenti) illuminano l’etica dell’intellettuale, nel suo compito di giudizio.

Non sono neutrale
Verità e giustizia sono un cammino, non un metro rigido. Nessuno è padrone della verità; tutti, però, sappiamo che cosa significa l’impegno serio per allontanarsi dalla menzogna, dalla falsità, dall’inganno, dall’illusione.
Nessuno possiede la chiave della giustizia, tutti però vediamo e possiamo vedere cosa offende la persona umana, ogni vita, la realtà in cui viviamo. Tenersi liberi da tali offese, districarsi dalle complicità, smascherare le violenze occulte o surrettiziamente giustificate: questo è per tutti il cammino di giustizia.
Il rifiuto della "soluzione guerra" non significa per me essere neutrale.
Come non significa per me essere neutrale respingere l’imperativo «o con noi o contro di noi». I talebani abusano della povertà e delle ingiustizie subite dal Sud del mondo per la loro propaganda, lo stesso fanno i paesi occidentali che in questi giorni, e solo in questi giorni, hanno scoperto la condizione delle donne afgane per giustificare il loro intervento.
In entrambi i casi, penso che si tratti di un’ipocrisia tanto grave da farmi pensare ad una bestemmia contro Dio. Quel Dio che s’identifica con le sue creature tanto da portarne l’immagine (a sua immagine li creò) e che non rimase neutrale di fronte alle sofferenze del suo popolo, ma intervenne nella storia, sia contro il faraone, sia contro quei re d’Israele che tradirono il popolo.
Io non sono neutrale. Io sto con la povera gente.

Il calcolo dei soldi, l’omaggio vile alla forza
Mi sento assediato da altre domande: dure, impertinenti, severe. Perché siamo così infelici, arrabbiati, voraci e disperati? Perché i più deboli scaricano violenza sui vicini o su chi gli capita? Perché in milioni adorano la dea fortuna e le offrono sacrifici giornalieri? Perché la piccola violenza è condannata a morte e la grande violenza è rispettata e onorata? Perché chi parla di Dio lo mette d’accordo con gli idoli omicidi? La follia è dominante, è il modello.
Non nascondiamocelo. L’apparenza falsa, la fuga cieca dal dolore, a costo di travolgere chiunque, il rapporto con l’altro come concorrenza eliminatoria, il disprezzo dei poveri e degli sfortunati, il calcolo dei soldi e dei guadagni a qualunque prezzo, l’omaggio vile alla forza, queste sono le cose che contano, che dominano.
C’è anche altro, ma ciò che domina è quello.
Le cose più preziose e più belle non valgono niente, non si trovano in circolazione. Amicizia, bontà, delicatezza, pazienza, rispetto, cultura, ascolto, meditazione, generosità, speranza sono beni nascosti e rifugiati nelle cantine della società. Sì, ne sorreggono per un po’ ancora le fondamenta invisibili, ma non sono beni stimati, coltivati, offerti ai nuovi nati.

Occorrono portatori di un’altra parola
Non diamo la colpa ai politici e non aspettiamoci salvezza da loro. La politica è adulatrice della società e le obbedisce per carpirle il consenso. Obbedisce ad una società malata di follia. La blandisce e spesso ne aggrava la corruzione per dominarla meglio.
Occorrono profeti, portatori di un’altra parola, di una luce, voci che rispondono alla verità e non al consenso, alla coscienza e non al pubblico. Ma i profeti sono rari. Non sono assenti, ma rari. Non fanno chiasso, non hanno amplificatori, occorre un orecchio molto fino per udirli sotto la tempesta di rumori. Occorre saper abitare nel silenzio vivo, perché la loro voce arriva soltanto lì.
Che cosa può fare un singolo che prende coscienza di tutto ciò? Siamo padroni solamente di noi stessi. Custodire quei beni nascosti, come abbiamo cura del respiro e della luce degli occhi… e ricercarli ogni volta che li perdiamo.
Poi cercare, come un soccorso nel deserto, chi soffre e sta cercando quello che cerchiamo noi, e camminare assieme.
Pove del Grappa, novembre 2001