Non deludere l’umanità che attende il proprio giorno

Il titolo afferma che in ognuno di noi ci dev'essere un'umanità che dev'essere risvegliata, che deve fiorire e che non dobbiamo deludere.

Innanzitutto vorrei reagire al titolo generale del convegno e poi al tema che mi è stato assegnato alla luce del versetto di Daniele che è stato poi aggiunto.

Il titolo generale è Dentro la crisi vivere la primavera dei cuori . La prima cosa che mi ha colpito sono questi tre termini che all'apparenza sembrano contraddirsi, perché da una parte si parla di crisi, suppongo che sia intesa come sofferenza, disagio, malessere percepito a livello generale. Ma qui si accosta a dentro la crisi, la primavera, questo è un ossimoro. Le nostre crisi, ognuno suppongo avrà una crisi, un malessere, una sofferenza, un'incomprensione col partner, con i figli, la mancanza di lavoro, un disagio qualsiasi… bene il titolo inserisce dentro questo disagio, non ai lati, la primavera, ovvero il fiorire, la rinascita. La crisi ci viene normale legarla all'inverno e non alla primavera, quindi è un titolo che sovverte la logica, ma non si ferma qui, aggiunge che questo sovvertimento, dalla crisi alla primavera, avviene in un luogo particolare: nei cuori o dei cuori. Il titolo ci suggerisce di vivere la crisi facendola fiorire o trovandoci dentro un qualcosa che ci possa far dire che è come la primavera ed è nei cuori. Il titolo ci dice che non è nelle istituzioni o nella religione ma nei cuori.

Voglio chiarire che cuori io li intendo biblicamente. Che cos'è il cuore nella Bibbia? Comunemente si intende il cuore come l'organo del sentimento, dell'innamoramento. Nella Bibbia il cuore è la parte più segreta e insindacabile di ogni uomo e di ogni donna, dove non può entrare nessuno, ne' la moglie, ne' il marito, ne' l'amante, ne' il papa, nessuno. È la soggettività, l'io, l'individualità nella singolarità assoluta. In questa singolarità assoluta risuona o si scopre la presenza di un qualcuno o di un qualcosa, di un'alterità a cui non si può sfuggire. In molte culture è chiamata la voce, la voce della coscienza, ovvero, come ha detto Nicoletti, quella voce che ti obbliga a non far soffrire gli altri. Un essere umano diventa tale quando sente nella profondità di sé stesso, in quel luogo dove lui è solo e solo lui, che non può far soffrire l'altro e che almeno deve ridurne la sofferenza e, esprimendo in positivo, deve promuovere la felicità dell'altro.

Il cuore è questo luogo originario profondo, segreto dove si è abitati da un'alterità alla quale non si può sfuggire, Levinas la chiama il Volto, l'Altro, di fronte a cui ti senti responsabile.

Trovare dentro i nostri cuori il fiorire della crisi, non farci schiacciare dalle nostre crisi e trovare nella crisi la possibilità di un positivo, è una sfida personale.

Un esempio di come sia possibile vivere dentro la crisi il positivo, ve lo estrapolo da un articolo de La Repubblica, dove recentemente hanno intervistato la moglie di D'Alema, la quale con molta semplicità ha raccontato che ha avuto un tumore e che cosa ha rappresentato per lei. Siamo davanti a una crisi, una crisi esistenziale. Lei dice: "…ti colpisce nel tuo corpo di donna, è un tradimento. Ma ho superato il trauma"…"il tumore mi ha dato l'opportunità di mettere un po' di ordine nella mia vita, di capire quali sono le cose più importanti." A me sembra un esempio straordinario, non fa riferimento alla fede o all'utopia, tuttavia da questa crisi è nato questo frammento di primavera.

Dire che dentro le crisi è possibile trovare un frammento di luce, è una cosa intima, personale, non è una ricetta da raccontare agli altri. Se uno ti dice che sta vivendo una crisi non puoi consolarlo dicendogli che prima o poi troverà la primavera, devi stargli accanto. Trovare la primavera dentro la crisi non è uno slogan, una proclamazione da fare, ma è una provocazione a noi stessi.

Trasformare le nostre crisi in possibili luoghi di crescita, non solo è una sfida personale, ma è la chiave ermeneutica, interpretativa delle Scritture ebraico-cristiane. Esse ci dicono, soprattutto nel Primo Testamento che dentro l'oppressione, qualsiasi oppressione, per quanto dura, disumana, c'è sempre la possibilità della liberazione. E questo è espresso ancor meglio nel Nuovo Testamento che trova il suo nucleo nell'annuncio del Gesù morto e risorto, dentro le situazioni di morte fiorisce la Resurrezione. Le nostre morti sono il grembo della Resurrezione.

Questo per quel che riguarda il titolo del convegno. Aggiungo solo che recuperare questa sfida, ovvero di recuperare la primavera dentro la crisi, vale soprattutto oggi sul piano epocale, antropologico, che è nel rapporto tra la felicità soggettiva e il collettivo, e l'oggettivo, tra il benessere personale e quello sociale o, in negativo, il malessere personale e il malessere sociale. L'Illuminismo, ma anche il '68 aveva divulgato l'idea che il singolo sarebbe stato felice quando lo sarebbe stata la società. Per dirla con Marx, il rapporto tra struttura e coscienza. Oggi questa idea è venuta meno, oggi si comprende che la propria felicità non è legata necessariamente a come va la società, non c'è più questa identificazione, quest'attenzione. La società occidentale, democratica, con tutti i suoi problemi è tra le migliori società che ci siano, c'è benessere, ma produce malessere. Il malessere allora non è nella società, o meglio, il malessere è dentro le nostre soggettività e il malessere della società è l'oggettivazione del malessere della soggettività. La crisi che viviamo è l'occasione, il kairos, per riscoprire che il luogo originario della felicità o del benessere (cioè essere nel bene), non è al di fuori di noi, ma è dentro di noi. Una società avrà tanto più benessere quanto più sarà il riflesso del benessere di ognuno di noi.

Passiamo al titolo che mi avete assegnato: "non deludere l'umanità che attende il proprio giorno" al quel avete aggiunto il versetto di Daniele. Vi proporrò la mia riflessione in quattro momenti.

Se mi permettete anziché umanità userò il termine latino umanitas, cioè quel qualcosa che costituisce l'uomo. Il titolo afferma che in ognuno di noi ci dev'essere un'umanità che dev'essere risvegliata, che deve fiorire e che non dobbiamo deludere.

L'umanitas dentro l'inumanitas

L'umanità dentro la disumanità. E mi riferisco al versetto di Daniele, "ora non abbiamo più né principe, né profeta, né sacerdote, né olocausto, né incenso, né un luogo dove possiamo offrire le nostre primizie", parole pronunciate da un giovane chiamato Azaria o Abdenego. Il testo di Daniele viene collocato dagli studiosi al secondo secolo prima di Cristo, un secolo di una crisi sconvolgente, di fronte a cui la crisi nostra è una passeggiata. È un'epoca dove la comunità ebraica è perseguitata da Antioco Epifane, dove il tempio di Gerusalemme viene sconsacrato (per darvi l'idea immaginate che venga sconsacrata San Pietro da dei terroristi islamici), e dove nel tempio di Gerusalemme viene introdotto il culto a Giove. Da questa situazione nasce la rivoluzione maccabaica. Dentro questo contesto il giovane Azaria afferma di vivere in un epoca dove non ha principe, ovvero c'è una crisi politica; non c'è più un'istituzione che sappia interpretare le esigenze del popolo e rispondere alle esigenze stesse. Non c'è profeta, ovvero l'istanza critica, oggi la chiameremmo una cultura capace di smascherare le ambiguità del potere. Né sacerdote, ovvero una crisi ecclesiale, dove le istituzioni religiose anziché sintonizzarsi con lo spirito che abita le coscienze si impone sulle coscienze. olocausto, né incenso, ovvero una crisi rituale, dove manca il festivo, la crisi della liturgia è la crisi della festa. La festa ha un potere sanativo, un potere di guarigione, per questo i poveri hanno una grande capacità di festa. Né luogo dove possiamo offrire le nostre primizie, ovvero una crisi territoriale, l'assenza di un luogo dove fare riferimento. Ma dentro questa crisi (questo è il paradosso di Daniele) Azaria non si dispera, queste parole le pronuncia dentro una fornace, metafora del mondo che brucia. Ma dentro il mondo che sta bruciando Azaria e gli altri giovani non bruciano. Il libro di Daniele è stato scritto dentro questo contesto, e avverte che il mondo brucia ma è possibile non farsi bruciare. E annuncia che dentro questo mondo che brucia nascerà il Figlio dell'Uomo che inaugurerà un nuovo Regno dove non ci sarà ingiustizia, violenza ecc…, ovvero ci dice che non c'è nessuna crisi così profonda dalla quale non si possa uscire, non c'è nessuna situazione che ci può distruggere, che può distruggere la nostra umanitas. La cosa peggiore sarebbe di consegnare alla disumanità il potere di avere l'ultima parola. Se il mondo brucia dire: "non posso fare nulla", questo si sarebbe la fine dell'umanità, Daniele contesta questo fatalismo.

Che cos'è l'umanitas?

Quand'è che un uomo è veramente uomo e una donna veramente donna? In che cosa consiste l'umanesimo? Le risposte che le culture danno a questa domanda sono tante, l'Iliade, per esempio, inneggia al mito della forza, della potenza, che ha attraversato tutta l'umanità ed è presente anche oggi, pensiamo alla guerra. Sappiamo però che la forza non risolve l'umano. Se passiamo a un piano filosofico constatiamo che la grande potenza del pensiero greco è individuare l'umanitas nel logos. L'uomo è tanto più uomo quanto più riesce a pensare. Per i greci chi ha il logos? I maschi, non le donne, non i bambini, non gli schiavi e non i barbari. Quindi solo i filosofi di Atene avevano il logos, tutti gli altri erano a servizio loro. La scoperta dell'uomo come essere razionale è una cosa grandissima, anche se ci possiamo chiedere quand'è che siamo razionali? Forse una volta al mese, pensiamo alla storia, pensiamo al nostro Paese: siamo esseri razionali? siamo in preda alla paura, ai pregiudizi, alle minacce…

Per l'Umanesimo, invece, è la capacità dell'uomo di scegliere di fare quello che vuole; da qui nasce la libertà moderna.

La Bibbia queste dimensioni dell'uomo non è che le trascuri o le cancelli, ma le riordina intorno a due intuizioni molto profonde: l'uomo è uomo, la donna è donna, quanto più sono capaci di mettersi in atteggiamento ricettivo. Ricettivo vuol dire che c'è un qualcosa prima di te, anteriore a te, che non dipende da te, è come una musica e che esige di essere ascoltata. Da questa condizione ricettiva nasce lo stupore e la meraviglia.

L'altra intuizione è la restituzione dello stupore, della meraviglia. Se ti accorgi che sei amato, che stai in un mondo dove le cose ti vengo incontro nella forma di donazione, tu devi fare lo stesso, la tua ricettività si trasforma in responsabilità. E la funzione primaria della responsabilità è promuovere la felicità dell'altro, ridurre la sofferenza dell'altro. L'antropologia biblica è l'antropologia della restituzione, della condivisione. Il soggetto ricettivo che si trasforma in soggetto responsabile è il soggetto etico.

Il soggetto dell'umanitas.

Chi deve restituire questo umanesimo, questa soggettività ricettiva e responsabile? Chi ha il segreto per far sì che ogni persona possa essere un soggetto capace di stupirsi e di stupire gli altri donando, amando, accettando, accogliendo, perdonando? Non può essere l'istituzione. L'istituzione religiosa innanzitutto, in quanto, di fronte al cuore, di fronte alla nostra libertà, non c'è istituzione che possa entrare in questa sfera segreta e profonda. Non può essere l'istituzione politica, non sarà un partito, una ritrovata armonia e rispetto tra i partiti a darci la felicità. Non sarà un'istituzione educativa, non saranno i movimenti. Il soggetto vero e proprio della umanitas così come la Bibbia la descrive è ognuno di noi nella sua singolarità assoluta. E questa possibilità che risiede in ognuno di noi non può essere mai cancellata o distrutta.

L'istante della umanitas.

Quando arriverà il giorno dell'umanità? Il titolo dice "non deludere l'umanità che attende il proprio giorno". Qual è quel proprio giorno? Nella Bibbia è l'istante, l'oggi, ogni momento. In ogni momento puoi scoprire che non sei abbandonato nella vita, sei dentro uno spazio di gratuità, e quell'istante lo puoi restituire. Non è il kronos, il tempo, ma è in ogni istante che ti è data la possibilità di sentirti, per dirla biblicamente, amato da Dio. E in questo istante tu puoi restituire quello che hai sperimentato. L'istante è la categoria che supera la nostalgia che ci fa guardare al passato, e supera il futuro che ci fa perdere il presente. Il nostro umanizzarci, il nostro crescere, è una possibilità che si inscrive qui e ora.

29/8/09

Testo non rivisto dal relatore.