Non sopportare l’ingiustizia

Il vescovo parigino racconta il suo impegno con gli ultimi.
Buongiorno, vi porto il mio saluto, io vi ringrazio di avermi accolto fra di voi oggi. Sono felice di festeggiare la Festa della Pentecoste con voi, vedo che voi siete sicuramente persone che hanno esperienza di progetti di solidarietà con i poveri. Vorrei condividere con voi la mia esperienza e fare quattro riflessioni in particolare.
La prima è che si tratta di riconoscere la dignità dei poveri.
A Parigi c’era un disoccupato che vendeva una pubblicazione, un giornale fatto, redatto dai disoccupati stessi. Passa una troupe televisiva e chiede a questo disoccupato se il fatto di vendere questi giornali gli ridà una dignità. Il disoccupato risponde che la dignità non si perde mai, che la dignità fa parte di noi stessi, "Io vorrei rispettare la dignità degli altri e che gli altri rispettino la mia, però ricordiamoci che la dignità non si perde mai". Io, che ero accanto a questo disoccupato, ero ammiratissimo dalle parole che lui aveva avuto per queste persone della televisione.
Si può essere umiliati, offesi, torturati, ma non si perde mia la propria dignità, è questo che definisce il fatto di essere esseri umani, e che siamo sempre un uomo e una donna. Il problema è che, a volte, noi non abbiamo coscienza della nostra dignità; nel Vangelo Gesù trascorre tutto il tempo cercando di far capire questo, il fatto che abbiamo dignità. L’unico atteggiamento che può liberare le persone è quello di riconoscere la dignità, di accettare, di riconoscere, di sapere che c’è questa dignità.
Naturalmente questo presuppone che si debba credere in sé stessi, a volte ci vuole tanto tempo, tutta la vita per diventare uomini, per diventare donne, quindi la mia prima riflessione è: riconoscere la dignità dei poveri. Prima ancora di appartenere ad una cultura, ad un popolo, ad una religione, ad una Nazione noi siamo essere umani, prima ancora di appartenere al nord o al sud del mondo noi siamo abitanti di questo pianeta. Prima ancora di essere bianchi o neri noi siamo innanzitutto cittadini del mondo.
La seconda riflessione riguarda il fatto che non bisogna sopportare ingiustizie. La Bibbia e i profeti dicono che bisogna fare spazio all’altro, che l’altro ha diritto di esistere. Questo è vero sia per le minoranze che per popoli interi, è vero per il popolo palestinese, per il popolo ceceno, per il popolo curdo, per tutti. Un giorno, a Parigi, 300 Africani, cosiddetti sans papier, senza documenti, hanno occupato una Chiesa, questo è stato un avvenimento a Parigi. 300 africani in una Chiesa, io vado, incontro questi Africani, c’era molta gente davanti alla Chiesa, senza dubbio dei cristiani, che dicevano "Questa gente non ha diritto di essere qui dentro, sono musulmani, dovrebbero andare dentro una moschea".
Io dico a loro "La Chiesa è la Casa di Dio, la Chiesa è la casa dei popoli, è la casa di tutti, non è semplicemente la casa dei Cristiani". Ma questa gente non era d’accordo; mi hanno detto "La presenza di queste persone africane in Chiesa desacralizza la Chiesa, bisogna togliere i Sacramenti e le cose sacre dalla Chiesa". Allora mi sono detto: "Ma la Chiesa è spesso vuota, questa volta è piena, a Dio farà piacere! Dio è venuto per il suo popolo, in questa ora ci sono dei bimbi, c’è gente, vive, è vivente".
C’è un Cantico che non cantiamo spesso, che intoniamo, che dice: "Lasceremo noi un posto per lo straniero?", beh questa volta gli stranieri c’erano, ma la gente si chiedeva: "Non passeremo tutto il tempo con questa gente, faremo domenica con questa gente?", io ho risposto "Beh, questi stranieri ci insegneranno a festeggiare, ad onorare in un altro modo". Il giorno dopo il Prefetto di Polizia è arrivato, con molti poliziotti, per espellere queste persone dalla chiesa. I Cristiani e il prete avevano chiesto al Prefetto di espellere questa gente, questa è l’ingiustizia, non lasciare posto all’altro.
Ho fatto un intervento in una Università a Parigi, uno degli studenti mi ha chiesto: "Che cosa ha da consigliare un Vescovo a degli studenti?", io gli ho risposto: "Ti consiglio di non sopportare l’ingiustizia", è sembrato un po’ sorpreso questo studente, forse dovevo dirgli che doveva pregare, ma io gli ho detto "Non sopportare l’ingiustizia".
In una grande manifestazione a Parigi c’era un grande cartello, un grande stendardo su cui c’era scritto: "Non vogliamo carità, vogliamo giustizia". Questo è sorprendente, perché per molti la carità è il fatto di sporgersi, di andare vicino, verso il povero, è accondiscendenza, è avere pietà di qualcuno, è dare briciole, però con la carità noi continuiamo ad alimentare la miseria, perché andiamo verso gli effetti della miseria, ma non alle cause della miseria. Diciamo che la giustizia è il rispetto dei diritti, con la giustizia noi andiamo alla causa della miseria.
La terza riflessione: non bisogna accontentarsi di aiutare i poveri, bisogna renderli responsabili, renderli coscienti, consapevoli. Devono prendere loro stessi la parola, devono divenire attori della società; bisogna che i poveri si alzino, si mettano in piedi, si sollevino, si prendano cura e si facciano carico del loro avvenire. Fintanto che i poveri subiscono la loro sorte è una manna per chi gestisce il potere, fintanto che i poveri accetteranno di subire i potenti della terra possono dormire sonni tranquilli.
Quando i poveri si alzano in piedi e prendono la parola allora sì che i potenti hanno paura. Camarà, questo Vescovo brasiliano, diceva: "Quando aiuto i poveri mi si dice che sono un Santo, ma quando io faccio in modo che i poveri diventano responsabili mi si taccia di essere un Vescovo rosso", ecco la differenza tra aiutare i poveri e renderli responsabili.
Noi comprendiamo il fatto che la Teologia della liberazione sia sembrata pericolosa alla gente di potere, perché questa teologia fa in modo che i poveri diventino responsabili, quindi questa Teologia va condannata, perché se i poveri diventano attori nella società dove si andrà a finire?
C’è stata, a Parigi, una grandissima manifestazione di disoccupati, davanti a questa manifestazione di disoccupati che si sono organizzati, che hanno preso la parola, che si sono sollevati, il Governo ha avuto paura. Effettivamente c’è stata una tavola rotonda ed è stato ottenuto qualcosa, quando si lotta insieme si vince spesso.
L’ultima mia riflessione: imparare dai poveri. Spesso nelle associazioni si condivide ciò che si fa, si vedono tutte le azioni che conduciamo, tutti gli interventi che facciamo per cambiare le cose, quello che mi interessa sapere è le persone che hanno agito, che agiscono con i poveri, che cosa sono diventate? Che ne è stato di loro? Cosa hanno imparato? Io stesso ho vissuto con delle famiglie di sans papier, di queste persone senza documenti, in un’enorme squat, una casa occupata; dopo un certo periodo mi hanno sicuramente insegnato due cose: la prima è di vivere bene il momento presente.
I sans papier non possono fare progetti, sono poveri, non possono sapere che cosa succederà domani, vogliono vivere bene l’oggi, il presente. Io ero spesso preoccupato, circa progetti, programmi, loro mi hanno insegnato a vivere bene l’oggi; come dice Gesù nel Vangelo "Domani sarà un altro giorno". La seconda cosa è che i poveri spesso fanno festa, semplicemente così, si ritrovano insieme con quel che hanno, cantano, suonano, fanno musica con qualche strumento, spesso mi invitavano a fare festa con loro. Io dicevo: "Ancora?", e loro mi rispondevano: "Quando la vita è dura bisogna rallegrarsi, se non ci rallegriamo non resistiamo, non ce la facciamo". È importante imparare dai poveri, perché si dice che i poveri ascoltano tutti ma nessuno ascolta loro, bisogna imparare da loro perché vivono cose essenziali, importanti, che noi non viviamo. Amen.

Monsignor Jaques Gaillot, vescovo