Non vedrò le gare…

Una riflessione sulle Olimpiadi, senza ipocrisie.  Insegnava nel dipartimento di educazione fisica dell'UNICAMP (Università di Campinas) un professore portoghese che  sosteneva una tesi curiosissima sull'atletica. Diceva che l'atletica fa male alla salute. Per provare il suo punto di vista domandava: "per caso conosci qualche atleta longevo? Chi vive a lungo sono quelle vecchiette sedentarie che prendono il tè coi biscottini alla fine del pomeriggio".
Florence Griffith Joyner, corpo fantastico, puri muscoli, la donna più veloce del mondo, mantenne per dieci anni i record mondiali dei cento e duecento metri. Dedicò tutta la sua vita all'atletica. Era il simbolo massimo della bellezza olimpica. Un infarto la stroncò.
Gli animali non competono. Non hanno interesse di sapere chi sia il migliore. Se saltano e corrono, lo fanno per il puro piacere di saltare e di correre. La mia cagnetta Luna, appena la liberi in campo aperto si trasforma in una freccia. E io rimango a contemplarla ammirato dalla performance del suo corpo che non ha mai fatto atletica. Perché corre?
Non certo per prendere un coniglio. Se corresse per prendere un coniglio, la sua corsa avrebbe un obiettivo pratico, razionale. Non corre neanche per provare che è più rapida di un altro cane. Se il motivo fosse questo, sarebbe mossa dal più puro spirito olimpico.
In una Olimpiade, nessun atleta esegue la sua attività per il piacere di farlo. Ogni atleta esegue la sua "cosa" per provare a se stesso che è il migliore di tutti. Il premio che l'atleta riceve per la sua performance non è una "ricompensa" per il suo corpo, come nel caso della mia cagnetta che corre per il piacere di correre. Il suo premio è qualcosa di astratto, fuori dal corpo, misurato in numeri. L'atleta è felice solamente quando il nastro o l'orologio dicono che il suo risultato è il migliore. Osservate il corpo delle nuotatrici. Sono macchine specializzate in una sola funzione, allenate per anni per sconfiggere l'acqua. Non è a questo che servono le gare di nuoto? In una competizione di nuoto, la nuotatrice lotta contro l'acqua. L'acqua, sua nemica, resiste. Vince l'atleta che resta meno tempo dentro l'acqua. Il piacere della nuotatrice non sta nell'acqua: sta nel cronometro.
Il senso originale della parola "stress" appartiene alla fisica, al campo della meccanica applicata. Per determinare la resistenza di un materiale, è necessario sottometterlo a "stress", cioè, alla forza, fino al punto di rottura. Il punto in cui si rompe è il suo limite.
La competizione è essenziale all'atletica perché è solamente per mezzo di essa che si possono fare paragoni. Paragono diversi materiali per determinare la loro resistenza. Paragono diversi atleti per verificare chi ha il miglior risultato quando sottomesso al massimo grado di "stress". Il corpo di Flornece Griffith Joyner non ce la fece più. Si spezzò come si spezza un filo se il suo limite viene superato. Se l'atletica è questa, la tesi del professore di educazione fisica a cui mi riferivo è giustificata. La competizione è una violenza a cui il corpo è sottomesso. L'immagine più terribile che ho di questa violenza è della maratoneta svizzera, alla fine di una gara, alcune Olimpiadi fa (Los Angeles, 1984). All'entrare nello stadio il suo corpo crollò. Gli acidi e la stanchezza lo trasformarono in una massa amorfa spaventosa. Il corpo non voleva continuare, desiderava fermarsi, cadere. Ma questo gli era proibito: un ordine interno gli diceva: ubbidisci, continua fino alla fine. Nessuno poteva aiutarla. Se qualcuno lo facesse sarebbe stata squalificata. Il telecronista, commosso, lodava lo spirito olimpico di quella donna. Non comprendeva l'orrore di quelle che considerava sublime. La competizione, rappresentata nel suo punto massimo dalle Olimpiadi, è l'opposto del gioco. Il gioco è un'attività felice. Per sua volontà, il corpo non competerebbe. Giocherebbe. Al corpo non piacciono le competizioni e le Olimpiadi perché si basano sullo stress. E lo stress fa soffrire. E gli atleti soffrono. Basta osservare la maschera di dolore sui loro volti.
Il corpo va contro la volontà, spinto da un individuo che abita dentro la sua anima e che è dominato da una ossessione narcisistica. Ogni podio è una celebrazione del narcisismo. Quello che lo spirito olimpico desidera è portare il corpo fino ai limiti dello stress. E il limite dello stress è la morte.
Non guarderò le competizioni. Ma ho visto il meraviglioso spettacolo di apertura. E vedrò le partite di pallavolo delle ragazze. E la ginnastica. Perché è bonito…

pubblicato dal quotidiano folha do São Paulo il 09/08/2008; tradotto da Paolo D'Aprile