Non vi è per l’uomo altra ragione di vivere se non quella di essere felice

L’intervento tenuto il 27 agosto al convegno di Macondo sulla felicità

La felicità è diffusa o meno? E’ a disposizione di tutti o è concentrata per pochi? O, ancora: da una parte “non ti manca nulla” vuol dire che la felicità è comune perché “non ci manca nulla; tutti, il maggior numero possibile”; dall’altra parte, però, la logica dello sballo del sabato sera, dei luoghi di divertimento, o dell’orologio d’oro, ecc. la fa diventare qualcosa di privato, di esclusivo.

Un po’ di ironia, per cominciare

Io non so che cosa sia la felicità. Quando sono stato invitato a parlare della felicità mi sono chiesto, per un po’ di tempo, come mai proprio il sottoscritto, che è un essere notoriamente infelice e disperato. Ci ho pensato un po’ e l’unica risposta che ho trovato è questa: forse, almeno voi, vedete un infelice e capite che non vale la pena di vivere così! A maggior ragione, dal momento che, forse, più che la capacità di essere felice ho quella di rendere infelice gli altri (potete intervistare mia moglie che è là in fondo che lo documenterebbe!). Poi, ieri sera, mi è capitato di ritrovarmi ad un tavolo dove, appunto, gli ultimi tre interisti si trovavano tutti insieme e, per di più, a convincersi tra di loro che l’ultima “coppetta” dell’Inter, quella del torneo estivo compensasse un trentennio di fallimenti, ed allora, peggio di così non poteva andare…. Ancora di più: ho dormito poco perché facciamo delle vacanze un po’ particolari in montagna, a dormire su tavolacci, brande, ecc., cioè una situazione da rifugio, ed improvvisamente, dopo un mese, mi sono ritrovato ad un letto decente.

Quando si fanno questi discorsi, io divento sempre più refrattario e molto sospettoso nei confronti di chi pretende – soprattutto su di un tema come quello della felicità – di dirmi o di dettarmi, o di impormi, cosa sia la felicità. Divento veramente molto guardingo.

Una doppia esperienza

Costruisco il discorso in modo diretto: dietro di sé avrebbe molte giustificazioni, anche di tipo culturale. Mentre pensavo a queste cose, nella difficoltà logistica (l’invito è arrivato quando eravamo in partenza per queste vacanze un po’ particolari che stiamo facendo) quasi di poter aprire un libro e di pensarci, mi venivano in mente riferimenti vari. Ne cito soltanto uno di apertura: il discorso che fa Freud quando, sentenzia che è “impossibile vivere con gli altri ed essere felici”; secondo Freud c’è un’incompatibilità di fondo. Non seguo strade di questo genere a favore di una mia pista di riflessione: ho provato a partire dal “guardarmi intorno”, cioè da come viviamo, come sento che la gente vive e ritenendo che il vissuto della felicità si affidi oggi a due esperienze che sento contrastanti che, con una relativa disinvoltura, si contrappongono e si conciliano tra loro. Tutto questo senza, tuttavia, che la contrapposizione sia radicale, senza che la conciliazione sia definitiva. Nel loro contrapporsi e nel loro conciliarsi, di continuo, entrambi impossibili fino in fondo – sia la contrapposizione, sia la conciliazione – queste due esperienze della felicità annunciano una falsità molteplice, ridondante, il cui primo segnale è l’indifferenza con la quale non ci accorgiamo che siamo in una situazione di questo genere: né pacificati e neppure in contrasto. In altre parole, non ce ne accorgiamo più, in qualche modo.

Quali sono queste esperienze? Le raccolgo intorno a degli slogan comuni, che prendo dal linguaggio di tutti i giorni: “non ti manca nulla” (prima esperienza, con tutto quello che evoca); e, dall’altra parte, “lo sballo del sabato sera”; queste sono due icone, due cartelli indicatori. Lo sballo del sabato sera è l’equivalente del week end, delle vacanze, delle case di tolleranza, dei turismi sessuali, di Disneyland, di Gardaland, ecc. Sono degli slogan comuni perché, da una parte sono sulla bocca di tutti e, da un’altra parte, sono anche sulla bocca di ciascuno: sono modi di dire, cifre della nostra esistenza con cui noi viviamo; sono però anche parole di tutti, parole dei media, del nostro riconoscerci che intessono il dire quotidiano. “In fondo non ti manca nulla”: questo è quanto dice la mamma al figlio – ma la mamma può anche essere la società, è la stessa cosa – di fronte al volto triste del figlio; me lo dice un amico, che tenta di consolarmi per un senso di soddisfazione. Potrei fare anche un nome: io, che sono notoriamente infelice, trovo ogni tanto, quando mi lamento, un amico biblista e anche lui mi dice: “ma, in fondo, non ti manca nulla!” Oppure, dall’altra parte, il bisogno di stordirci, in un sabato sera, in un’avventura, in qualche luogo del divertimento. Il sabato sera lo diciamo tra di noi, tra amici, investendo in quel momento tutta la nostra felicità, tutta la nostra autenticità, creando una dissociazione. Da una parte, infatti, “non ci manca nulla” e, dall’altra parte, invece, noi abbiamo bisogno di questi momenti in cui siamo, solo lì, veramente noi stessi. Lo “sballo del sabato sera”, lo dico io, lo dico con i miei amici e lo dicono in molti nei progetti alternativi al lavoro. Entrambe le esperienze, fortemente contrastanti, condensano una serie di motivi contrapposti che, tuttavia, non si contrappongono mai fino in fondo, di motivi simili che, però, non si identificano fino in fondo. I motivi contrapposti per la felicità sono appunto questi: “non ti manca nulla, di che ti lamenti” e “ma, insomma, se non compri l’ultimo paio di occhiali che hanno delle lenti particolari, ecc.”. Le due esperienze dicono che, da un lato, la felicità è diffusa (non ci manca nulla, siamo felici), ma da un’altro lato, la felicità è concentrata (se io non ho l’ultimo capo delle collezione invernale, non posso essere felice…).

Motivi contrapposti, motivi simili

La felicità è diffusa o meno? E’ a disposizione di tutti o è concentrata per pochi? O, ancora: da una parte “non ti manca nulla” vuol dire che la felicità è comune perché “non ci manca nulla; tutti, il maggior numero possibile”; dall’altra parte, però, la logica dello sballo del sabato sera, dei luoghi di divertimento, o dell’orologio d’oro, ecc. la fa diventare qualcosa di privato, di esclusivo. Gli amici: tutti sono felici con gli altri, ma questi “altri” sono “i tutti” o sono “gli amici”, il “gruppo particolare”? “Non ti manca nulla”: sembra che la felicità mi inviti a nessun luogo e a nessun tempo, perché rinvia al modo in cui viviamo in questa società. Lo sballo del sabato sera implica invece un luogo ed un tempo molto precisi: stessa, duplice logica del lavoro e delle ferie dove, da una parte siamo felici e dall’altra siamo infelici.

Tutta questa serie di motivi che si contrappongono tra di loro sottendono in realtà anche dei motivi in qualche modo simili. Prendo un caso: il luogo ed il tempo. Sembrano diversi perché io sono felice, la mia autenticità, la mia realizzazione dov’è? E’ nella normalità o nell’eccezionale che è una specie di parentesi dalla normalità (il sabato sera, per intenderci)? I luoghi e i tempi sembrano in definitiva contrapporsi ma si identificano pure tra loro. Intorno al discorso “luoghi e tempi” ci sarebbe molto da dire anche da un punto di vista culturale perché si è abituati, da molto tempo, a parlare della felicità collocata in un tempo, in un luogo, ecc. ma non proseguo in questo senso.

Gli elementi al tempo stesso diversi e simili dell’esperienza comune, e doppia, della felicità appartengono ad un sistema solidale perché, in definitiva, il luogo della felicità è lo stesso. Che differenza passa tra un supermercato e Disneyland? Disneyland è soltanto un’articolazione del supermercato. Tra la mia normalità ed il sabato sera, che differenza passa? Anche il tempo è lo stesso, perché i due tempi sono fortemente solidali tra loro; è vero che quel tempo particolare che io vivo con i miei amici, nella mia libertà, nella mia felicità, sembra “altro” rispetto al tempo del lavoro ma, in realtà, è perfettamente funzionale, fa parte di una catena che s’intreccia ed, anzi, l’uno e l’altro si rafforzano, come un’articolazione interna. Oppure, con un secondo esempio, la felicità è diffusa o è concentrata? Sembra che, da questo punto di vista, ci sia un contrasto ma è un contrasto soltanto apparente perché, se la felicità è ridotta ad un prodotto a disposizione, se in qualche modo la posso comprare, nella logica del prodotto si giustificano entrambe le cose: si giustifica tanto il fatto che la felicità sia diffusa, per tutti, quanto che la felicità sia per pochi. E’ proprio questo uno dei contrasti che non emerge. Perché la logica della felicità come prodotto giustifica entrambe le cose? E’ chiaro: la società dei consumi promette, diffusamente, la soddisfazione ma, al tempo stesso, la logica del consumo ha livelli e classi di soddisfacimento. Per questo mette in atto un meccanismo che diffonde e limita, nello stesso tempo, l’accesso alla felicità: la felicità è a disposizione, un prodotto e, proprio per questo, il suo accesso è filtrato, non è per tutti.

Lo stesso discorso si potrebbe fare anche per un altro aspetto: questa felicità è comune o è privata? “Non ti manca nulla” lo diciamo a tutti (al supermercato possono entrare tutti); nel mio gruppo di amici posso entrare soltanto io e pochi altri. Ma allora, c’è un contrasto? E dove sta? Il contrasto sembra tolto perché, di fronte alla felicità come prodotto, come consumo, “tutto o il maggior numero possibile” coincide con una felicità come un impossessarsi di qualche cosa, in prima persona. E questa è esattamente la stessa cosa del mio gruppetto preferenziale di amici. Del tutto identico: quanti equivoci sul tema della comunità! Da questo punto di vista il contrasto sembra tolto perché il modo di stare insieme coincide esattamente con il mio modo individuale. Tuttavia, queste due esperienze della felicità: “non ti manca nulla, di che ti lamenti” e, dall’altra, “le nostre esperienze più autentiche, quelle che facciamo con pochi, con i nostri simili, ecc.” sembrano contrapporsi mentre, in realtà, hanno motivi di somiglianza che tuttavia non si identificano fino in fondo perché la frattura rimane circa il luogo ed il tempo della felicità. Certo: il luogo ed il tempo sono diversi, ma appartengono allo stesso ordine e tuttavia non si identificano completamente: rimane comunque una tensione fra il “luogo solito” (il lavoro, il quotidiano, la normalità) ed “i luoghi della felicità”. Questi ultimi si possono intendere (Disneyland, Gardaland, ecc.) semplicemente come un’altra forma del supermercato, e allora ritorniamo alla somiglianza, ma c’è anche una rottura che rimane, un profilo di inconciliabilità. Insomma, tra il tempo infelice (il lavoro, la fatica, ecc.) e il tempo libero, il tempo della felicità, della pace, pur essendo solidali in un’organizzazione della convivenza, in un modo di vivere isieme, la spaccatura rimane.

Una falsità doppia

La felicità quindi sembra contraddirsi ma, per un altro aspetto, la tensione sembra anche tolta perché il meccanismo consumistico di una felicità a disposizione articola il fatto che questa felicità, in fondo, è la città, è il nostro modo di vivere insieme. Il tema del rapporto felicità-convivenza lo articolo con un mio linguaggio più sul lato della città. Vogliamo nasconderci che, nella città, qualcuno secondo questa logica è molto più felice di altri? La tensione rimane tra l’estendersi e il concentrarsi della felicità; rimangono in conflitto tra di loro queste due cose e si negano l’una con l’altra perché la diffusione e la concentrazione della felicità – tutti, tanti o pochi – sembrano come i capi di un elastico che, tira e mola, alla fine si spezza. Non bisogna negarselo: l’una e l’altra cosa si tolgono tra di loro; tanto più la felicità è concentrata, tanto meno è diffusa; tanto più è diffusa, tanto più si sente la concentrazione, in un modo anche socialmente molto evidente e doloroso.

Ho anche in mente una questione sulla quale mi soffermerò più avanti e che mi preoccupa un po’, che è la “logica dell’esportazione della felicità e della libertà”. Noi facciamo guerre per la felicità o per la libertà e le facciamo anche perché sia la felicità, sia la libertà – la felicità soprattutto, ed il diritto ad essere felici – stanno ad esempio perfino nella Costituzione degli Stati Uniti d’America. Questo discorso lo potremo riprendere dal punto di vista della comunanza e della privatezza della libertà. Perché mi interessa questo tipo di discorso? M’interessa perché mi sembra di essere di fronte a delle affermazioni contrastanti che riguardano la felicità dove, appunto, le discrepanze sono tenute insieme producendo una specie di affermazione falsa o di “falsità vera”, come Venezia, dove tutto è vero e tutto è falso nello stesso tempo. Tutto è vero e tutto è falso: a me questa sembra la stessa situazione della felicità perché, appunto, che la felicità ci sia è insieme vero e falso, sia nel suo aspetto generale, sia in quello particolare. Insomma, è vero che la felicità è per tutti ed è diffusa, l’abbiamo a disposizione, ma è altrettanto vero che è concentrata e riservata a pochi, così che alla fine è quindi falso sia che sia per tutti, sia che sia per qualcuno. E’ vero che la felicità sia ovunque ma è altrettanto vero che è in un tempo ed in uno spazio particolare: “non ti basta nulla, supermercato; il sabato sera”. Quindi è falsa sia l’una, sia l’altra cosa. E’ vero che la felicità è a disposizione ma è anche vero che è riservata a qualcuno in particolare e quindi è falsa, sia l’una, sia l’altra cosa.

Per la felicità succede qualcosa di simile alla “rimozione della contraddizione” che trapela controvolgia, ossia la “rimozione della contraddizione” che noi viviamo e a cui non siamo neppure più in grado di dare parola. Tuttavia, la contraddizione emerge, come una specie di tic nervoso, in certe espressioni comuni, del tipo: “guerra chirurgica”, “bomba pulita”. Espressioni che usiamo tranquillamente e in cui c’è un’evidente contraddizione, che però non suscita nessun scalpore. “La morte per la vita”, “prima accoglienza”: dal punto di vista della felicità tutto questo si traduce in altre espressioni, di questo genere – e qui sono forse meno “felice” nella scelta: “la felicità per il maggior numero possibile”, oppure “il male minore” o “siamo più felici di prima”; o ancora, come si sente nei discorsi di politica economica ma in realtà di etica, “i sacrifici per la felicità”.

Una bella contraddizione: sacrificarci per essere più felici, e via di seguito, fino alla logica delle statistiche altalenanti e mai affidabili. Non è il mio mestiere, ma rimango sempre inorridito intorno al problema “se viviamo in un contesto di inflazione o non inflazione”, che poi vuol dire, in altre parole, “le famiglie ce la fanno o non ce la fanno a sopravvivere”?. Questo è il problema della felicità: c’è o non c’è? Intorno a questo balletto delle cifre, naturalmente, non c’è mai alcun consenso. Perché interessa la rimozione della contraddizione? Perché non è una faccenda solo logica; piuttosto, la discrepanza dei pensieri è incarnata, nel senso che noi viviamo nella contraddizione, ed è strutturata in comportamenti che sono o indifferenti (non ce ne accorgiamo) o schizofrenici (viviamo mentalmente riservandoci la felicità talora al supermercato e, talora, in quel supermercato particolare che io costruisco con i miei amici, e che in realtà appartiene alla stessa catena di supermercati), oppure è calata in messaggi pubblicitari. Il messaggio pubblicitario va, molto spesso, verso forme di questo genere: “come fai ad essere felice, se non hai ancora provato?….:”. Si inocula così un profondo senso di insoddisfazione.

La rimozione del contrasto

Questo modo di vivere “doppio”, “contrastante”, senza che il contrasto si percepisca più, presenta delle caratteristiche comuni. Innanzitutto si trova l’indifferenza al contrasto di quello che si dice. Ecco, appunto, “il male minore”, “bomba pulita”, “sacrifici per la felicità”; l’indifferenza: si accetta e si vive tranquillamente il dato duplice. Dopo l’indifferenza incontriamo l’accettazione del contrasto.

Mi interessa di più un’altra cosa in questo momento, una terza caratteristica, e cioè l’impossibilità di una critica. Se noi viviamo in quella “doppiezza”, accettandola, la critica diventa impossibile perché la contraddizione non esiste più. Infatti noi ci permettiamo, insieme, di dire e di smentire nello stesso tempo, come se questo fosse una cosa tranquilla. Le affermazioni si rovesciano quindi in negazioni e viceversa: “tutto vero e tutto falso nello stesso tempo” circa la felicità. In altre parole, si attua qualcosa di simile a quello che un intellettuale del ‘900, Marcuse, definiva “la normalizzazione del non senso”; in particolare siamo invitati ad accettare, con indifferenza, la doppia logica e questo “non ti manca nulla, il sabato sera” ed in qualche modo cerchiamo di arrangiarci.

Che cosa ne viene per la felicità? Dal punto di vista dell’impossibilità di una critica ne viene questo: la felicità diventa o realtà – cioè qualcosa che esiste già – oppure solo sogno; o l’uno o l’altro. Nel primo caso la felicità è una realtà, un dato di fatto, indiscutibile, realizzata: “Non ti manca nulla; ho aperto un supermercato perfino in Uganda, oppure in una località di montagna a 1600 metri”; da questo punto di vista è uno stato di fatto, indiscutibile. “Non ti manca nulla”: fine; fine del desiderio, della tensione, della domanda. E’ la felicità in terra, la società felice. Io ho evitato di riprendere in questo mio discorso, che è nuovo, cose già scritte sul rapporto tra felicità e morale, felicità e politica, oppure – sempre cose già scritte – sul rapporto morale-dolore, politica e dolore. La felicità diventa quindi diventa realtà, e perciò indiscutibile, perché è lì, disposizione.

Nel secondo caso la felicità diventa invece sogno, teoria, utopia (in senso negativo), altrettanto indiscutibile. Ecco allora che la felicità diventa un ideale, per eccesso di idealismo. Che cosa ci sarebbe di male nel mantenere viva l’idea della felicità, anche collettiva, come un sogno, come una speranza, un progetto? Quello che c’è di male è che la felicità diventa semplicemente l’equivalente dello sballo del sabato sera, ossia la perdita della rottura – perdita di concretezza; è ridotta ad un puro sogno, un segno. La felicità, in altri termini, perde di incidenza, di concretezza, non smuove più nulla perché c’è e non c’è, contemporaneamente. Altro modo della sua contraddizione, della sua doppiezza.

Dov’è finita l’infelicità?

Il fatto che si vive in un contesto dove non si percepisce – o si cerca di non far concepire – la contraddizione che riguarda la felicità conduce a questo risultato: l’infelicità non esiste (il discorso è ironico, però tragico). Senza possibilità di critica l’infelicità non esiste; se non è possibile criticare, se la felicità non tiene una domanda dentro di sé, quella domanda, indipendentemente dalle risposte, l’infelicità non esiste perché non si è più in grado di vederla, non si vuole vederla, non si permette di vederla. Sono tutti livelli diversi e, quindi, l’infelicità non esiste o, meglio – sono più cattivo – non deve esistere. Le conseguenze sono queste: la perdita di carica di protesta della felicità e, dall’altra parte (e questo è ancora più grave) l’interruzione del rapporto tra la felicità e l’infelicità. Senza la possibilità di critica, che non è accettare la doppiezza (“non ti manca nulla, lo sballo del sabato sera”), l’infelicità non esiste perché interrompe la sua protesta: la protesta della felicità è protesta nei confronti della sofferenza.

Vi sono, sempre con un tono un po’ ironico e un po’ tragico, dei precisi segnali per dire che l’infelicità non esiste e non deve esistere. Fuori dubbi che, se vogliamo cercare dei segnali in tal senso, vanno cercati sul lato della convivenza, della città. Tutto il discorso della felicità ha a che fare con il rapporto con gli altri. Ciò di cui si sta parlando – “la felicità è luogo, la felicità è il tempo, non ti manca nulla, lo sballo del sabato sera” – tutto questo rinvia alla città, alla convivenza ma, soprattutto, rimanda alla città nella sua pretesa ricorrente di fornire felicità.

Da sempre abbiamo immagini della città felice e della città infelice; da sempre c’è, da parte della città, la pretesa di produrre felicità e, in fondo, è proprio per questo che oggi la felicità è ridotta a consumo: a un prodotto. Tutto questo – lo ripeto ancora – perché la città ha la pretesa di produrre felicità. In questo senso si potrebbe fare un discorso sulle “stagioni della felicità” ma non lo faccio e ne accenno soltanto perché, appunto, le stagioni della felicità sono state diverse e molteplici. Ieri tutto è partito attraverso alcune domande di cui ci sono ancora i cartelli appesi alle pareti; forse può essere interessante dire che sono pochi coloro che hanno studiato il problema della felicità in modo serio: non ci sono molti libri sull’argomento. C’è un autore polacco, Tatarkiewiz, che ha provato, negli anni ’40-’50 a fare un inventario dei significati di felicità: ne esce che da quest’inventario esce una bella immagine della felicità, come “una nebulosa”. Per tentare di dire che cos’è la felicità un autore noto, come il sociologo Z. Bauman, preferisce usare la similitudine tra felicità ed un colore: sappiamo che cos’è – il verde – perché guardo fuori, ma è molto difficile descriverlo. Si potrebbe fare un discorso sulle stagioni della felicità, che rischia tra l’altro di essere culturalmente di parte, occidentale. Prima la felicità come ricerca del saggio, del solitario – forse di un monaco, non lo so; la ricerca solitaria della felicità, e notate che, in quella ricerca, c’è il rifiuto della convivenza (ieri si parlava degli stoici, ecc.) come condizione delle felicità. Poi la felicità nel medioevo cristiano che, con una generalizzazione, è diventata un premio per tutti, ma un premio che qualcuno gestisce (il rapporto tra la felicità e il ricatto andrebbe ripensato). Nella modernità infine la felicità è diventata un diritto al punto che è scritta nei trattati del Settecento, sugli atti che costituiscono gli Stati Uniti d’America.

Senza fare tutto questo discorso, importa la conclusione del tragitto: viviamo oggi un passaggio (per uno; per tutti ma al di là, dopo, come premio; per tutti ma qui) dove il nostro rapporto con la felicità si è ridotto ad un rapporto effimero: la felicità è “consumare, lasciare, interrompere”, ecc. Imodelli di felicità hanno smesso di essere a lungo termine, ma anche ho dubbi sul fatto che funzioni, al di là delle descrizioni, lo schema del “lungo o del breve”. Tutto questo che provoca per noi, oggi? Tutta questa disponibilità della felicità ci provoca un’amnesia sul senso della felicità, tanto è a disposizione. Provoca un’amnesia, eppure credo non sia sufficiente perché, in realtà, l’amnesia della felicità è amnesia della domanda stessa sulla felicità. Siamo orfani dell’esistenza della preoccupazione stessa della felicità: “è a disposizione”, oppure c’è “al sabato sera”. La cosa più grave, in realtà e andando oltre, l’amnesia della preoccupazione per la felicità ci provoca la dimenticanza dell’infelicità. Insomma: siamo felici perché ci dimentichiamo dell’infelicità ma, proprio per questo, forse, felici non lo siamo.

Torniamo ai segnali

Ci sono due segnali che l’infelicità non esiste (è un po’ ironico, un po’ paradossale); due segnali brevi. Dove li troviamo? Certo sarebbe facile riesumare la povertà, le sofferenze, i meno felici, ma non c’è bisogno di andare molto lontano. Forse non c’è bisogno nemmeno di scomodare in un certo senso il terzo mondo, non perché là non ci sia l’infelicità, ma perché è già qui dentro di noi. I due segnali, a mio parere, sono questi. Primo: che l’infelicità, la violenza, nelle nostre città è sempre inattesa: ci sorprende sempre. Secondo: si trovano sempre dei capri espiatori su cui scaricare il nostro disagio. Guardiamo i titoli dei giornali e leggiamo che cosa hanno scritto dopo l’ennesimo suicidio di anziani o di fronte all’ultimo suicidio giovanile. C’è sempre un gesto di sorpresa perché, appunto, la felicità è a disposizione di tutti e l’infelicità non esiste! L’infelicità, la violenza, la disperazione, sembra sempre che siano inattese e sorgono come un fungo furtivo. L’altro segnale è l’uso della paura che viene fatto nella città. Parlo di “uso della paura” perché l’altro segnale è questo: noi siamo felici e l’infelicità ce la danno gli altri. Ecco quindi che si scatena tutto un meccanismo di ciò che mette in crisi la nostra “presunta sicurezza”. Quindi vorrei attirare l’attenzione su quest’altro fenomeno: l’inatteso della violenza. La città, la convivenza, è profondamente ambigua e noi viviamo, anche nella città, una contraddizione di questo genere, che riguarda l’umano: “città felice e città infelice”, di continuo.

L’immagine della città ci mette di fronte, nuovamente, ad una contraddizione di questo genere. A me sembra che tutti vogliano convincermi che nella città, in definitiva, “tutto va bene”. Oppure, a seconda degli interessi di parte che, al contrario, tutto va male. La città ci manda segnali evidenti di un’insicurezza e di un disagio profondo sono molto forti. Mi si potrà dire: “Ma tu, dove lo prendi questo discorso, perché, in fondo, questo potrebbe anche essere un discorso pericoloso, ricomprensibile nel gioco, maggioranza-opposizione, anche culturale, ecc.”. In realtà, il problema non è che noi abbiamo bisogno di dire che nella città l’insicurezza c’è, e profonda, che ci si dimentica delle sacche di sofferenza che rimangono e crescono. Non è così; il segnale è un altro, ed è lo sforzo propagandistico per dirci che siamo felici: è proprio questo. In altre parole, è il tentativo di convincerci, continuamente, che “tutto va bene”. Questo è il segnale più forte che, nella città, davvero tutto non va bene: sermoni, prediche sulla nostra felicità, o eliminazione o riduzione del senso dell’infelicità (meccanismi amici-nemici, dentro e fuori, ecc.).

Mi interessava sottolineare, da questo punto di vista, soprattutto l’inatteso della violenza, perché molto spesso i media ci propongono la sofferenza, l’infelicità (penso ai casi eclatanti, come lo stupro di gruppo, ecc.) come qualcosa di inatteso, di inaspettato. Non c’è l’infelicità e “chi l’avrebbe mai detto”? Com’è possibile che, di fianco a noi, tra noi, sia stato possibile un determinato fatto? Come è possibile l’impossibile? (in questo caso in negativo). Penso all’impossibile della violenza, dell’abbandono, dell’indifferenza, della disperazione. E’ un’impossibilità possibile, quasi normale, annunciata tutti i giorni ma sempre in qualche modo inaspettata; insomma, l’inatteso della violenza sembra voler gettare lontano il sospetto, riducendolo ad un caso di cronaca per cui si parla di “quel caso”; “quel caso, com’è possibile”, mentre in realtà l’inatteso è tra sempre tra noi, tra brave persone, bravi ragazzi, tra buone istituzioni; inatteso eppure tra noi, così vicino a noi. Mi riferisco all’inatteso della violenza, dell’ingiustizia, dell’indifferenza, non abita lontano, anzi, è tra noi e ci è quasi familiare ed il fatto che la violenza, il dolore e l’infelicità non sia attesa mette in crisi l’ipocrisia di questa città che spaccia se stessa come una città felice. La crisi è crisi della città in questo senso, perché la città promette protezione, benessere, riparo, vita, accoglienza, umanità. La città è il luogo dell’umano; la crisi della città è, in qualche modo, una crisi della sua identità che tuttavia smentisce le paure urbane, i timori. Insomma, c’è una fatica, un’infelicità crescente. Tutto questo è un primo segnale.

Il secondo segnale è quest’altro: qualcuno diceva che la società – e si riferiva tanto alla società americana quanto alle società sovietiche – “è nemica dell’inquietudine”, cioè la società è nemica del fare domande. L’ortodossia sociale è nemica dell’inquietudine. Perché ogni società tende a presentare se stessa come “società del Paradiso in terra”, società dell’efficienza, della tecnica, ecc. Anche nella versione non perfettistica, alla Popper, rimane questo principio: se non è tutta la felicità, è quantomeno la felicità maggiore possibile, la felicità possibile. Anzi, la cosa abbastanza singolare è che, in entrambe quelle esperienze, americana e sovietica, prima del crollo del Muro di Berlino, l’inquieto, cioè colui che non stava nelle regole e nell’ordine dati, colui che introduceva un principio di disordine, veniva considerato come un individuo pericoloso da psicoterapia oppure come un individuo addirittura criminale. L’inquietudine della domanda, anche della domnanda sulla felicità, è da internare a seconda dei gusti in una superclinica per disintossicarsi o in qualche campo di concentramento e di rieducazione. Semplicemente perché chi tiene viva la domanda non vede quello che vedono tutti: che siamo felici; che l’infelicità non esiste.

Questo secondo segnale breve mi serve per dire che “la società è nemica dell’inquietudine”, ma questo vuol dire che la felicità c’è, è a disposizione, è realizzata; s’impedisce che sorga una domanda ma quest’impedimento non è soltanto un occultamento: è ancor di più una produzione di paure. Infatti, mentre la domanda riguarda me stesso, il mio cuore, anche il cuore della nostra convivenza, la paura la proietto facilmente fuori. Qui si potrebbe innestare un discorso molto lungo sulla paura e sull’angoscia che, per limiti di tempo e di fuoco del discorso, non affronto. La società si presenta come “la meraviglia di tutte le possibilità, la fiera delle possibilità, il luna park della felicità” e, perché regga quest’immagine, la domanda sulla felicità non ci deve essere. Non ci devono essere nemmeno l’inquietudine, il disordine, e perché tutto questo avvenga occorre che, in qualche modo, io possa accusare qualcun altro di rendermi infelice, possa scaricare fuori: la paura come tecnica di scaricamento.

Il volto ferito

La prima cosa che ho detto è l’esperienza doppia, contrastante, della felicità; la seconda cosa è capire quel che sta dietro alla rimozione della contraddizione. Infine, a livello conclusivo, vorrei dire alcune brevi cose.

La felicità “contiene una domanda di diversità”: anche questa parola è forse sbagliata, e sarebbe meglio dire che “contiene una domanda di alterità”. Qualche polemica, allora: la felicità non è un “modo di essere” e, forse, neppure un “modo di essere con”, ma è un “modo di accorgersi d’altro”. C’è, insieme, una ricerca –non amo troppo neppure questa parola – e una rottura, una critica, una denuncia; insomma, guardare alla felicità può significare guardare avanti ma, forse, può significare anche e prima ancora un guardare indietro, verso l’infelicità. Di nuovo, anche la parola “infelicità” è troppo astratta e quindi sarebbe meglio dire, guardare verso “l’infelice; noi verso gli altri, accorgersi di…”. Ho sempre in mente il grido di dolore del popolo angariato che sale, di cui si parla all’inizio del Libro dell’Esodo. Di fronte a questo grido di dolore un Dio si china su tale grido. Una ricerca della felicità che lascia le cose come stanno, noi stessi come stiamo, gli altri come stanno, non è credibile.

Sono tentato di epslicitare tutta una serie di negazioni, e ne esplicito una sola per cocnludere: “la felicità non è”. La felicità non è nell’eternità, non è nell’attimo, non è per sempre, non è in un momento, cioè non è in un altro luogo, in un altro tempo (chiamiamolo l’eterno, il definitivo), perché ha a che fare con la vita, con l’ora; altrimenti diventa una copertura, una giustificazione o, peggio, una “promozione di infelicità a fin di bene”. Dobbiamo avere una paura tremenda di tutto questo. D’altra parte non è neppure nel luogo e nel tempo, nell’attimo, perché c’è una domanda di diversità. In questo senso non condivido troppa conciliazione tra la felicità e l’infelicità. Il dolore, l’infelicità, la sofferenza, è qualcosa che rimane e che ha un suo peso. Altrimenti, se fosse in un attimo, se la felicità non annunciasse una diversità possibile, scompare perché si identifica o con il presente o con un modo di vivere il presente. Il dolore, l’infelicità. diventano semplicemente un modo sbagliato di vedere le cose.

Al tempo stesso, però, la felicità – e tocco così soltanto di sfuggita una seconda negazione – non è né nel singolo, né nella massa; non è nella solitudine. Non credo che sia il saggio epicureo o il saggio stoico, perché la solitudine è una fuga dall’infelicità e non la sua estirpazione; è un mettere tra parentesi ma, dall’altra parte, non è neppure nella massa. Io lo chiamo “nel branco” e sono ancora più ironico, perché per “branco” intendo molte cose. Non solo il branco della violenza e degli stupri, perché spesso anche le comunità possono essere “branchi voraci”; lo possono essere anche le nazioni, anche le società. Quindi non è né nella solitudine, né nel branco, perché il branco è spesso una solitudine rinforzata, che rischia sempre di creare illusioni di felicità all’interno e guerre della felicità all’esterno. Da qui il meccanismo, estremamente pericoloso, dell’esportazione della felicità. Guerre: la guerra è, innanzi tutto, culturale; è anche la pretesa di parlare tutti la stessa parola – bella felicità davvero – di imporre appunto a tutti un identico e noiosissimo significato.

La mia chiusura è questa. Non credo che la felicità stia nell’autenticità, nella vera natura, nella vita buona; credo, invece, che assomigli di più alla libertà, che non è quella del “nostro essere io”, ma è libertà di “poter essere liberi”, che è un po’ diverso: non premio, non diritto. La visione della felicità come diritto è molto importante; certo, non il “diritto americano o sovietico”, ma neppure un diritto o meglio, la felicità non è soltanto un diritto se questo equivale alla pretesa della garanzia di averla, o che mi sia fornita. Il diritto alla felicità riguarda, piuttosto, la libertà di cercarla e questo è assai diverso; anzi, passa una bella differenza tra il “diritto ad essere felici”, cioè ad ottenerla, ed il “diritto ad essere liberi” di cercare la felicità. Insomma, io sposterei un po’ l’accento della felicità-libertà alla liberazione che è un motivo molto antico, autenticamente mistico, perfino buddista. Non premio non diritto, neppure ricerca: la ricerca è ancora in prima persona e, finché rimango in prima persona, io che ricerco la mia felicità, mi sembra di assistere sempre a quegli sceneggiati che manda in onda la televisione ogni sera e dove tutto nella vita e nei rapporti si consuma intorno ad un’epidermica sensazione di “star bene” o “star male” emotivamente.

Ho detto all’inizio “sono infelice”, non so che cosa sia la felicità. A me sembra che la felicità abbia la figura di una promessa che, si badi bene, non facciamo a noi stessi perché porta in sé il segno dell’altro. Questo altro non è un diversivo, non è un “dopo lavoro” e neppure il lavoro, come qualcuno ha tentato di dire, ma è una rottura, una novità rispetto all’infelicità che ci riguarda e che è illusorio raggiungere in tutte le forme di sicurezze private, anche se fossero private-collettive. Parlo dei gruppi dominanti espliciti od occulti. La felicità, infatti, ha il “segno dell’altro” e, quindi, mai dove “sono io con me stesso, noi con noi stessi”: è il segno di un incontro che incontra, di una promessa che, in un certo senso, “mi è fatta” e che, in definitiva, io vedo scritta sul volto ferito dell’altro.