Note in margine al Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2009

Che dire del messaggio di Benedetto XVI: “Combattere la povertà, costruire la pace”? Che certi pro-memoria sono puntuali: AIDS, povertà dei bambini, disarmo, crisi alimentare… Che il messaggio richiama più il professore che il papa, e pare la sumula di un libro sul tema controverso della povertà.

Ma vediamo per ordine.

A chi è destinato il messaggio?

Il papa stesso lo dice nella Conclusione: “Ad ogni discepolo di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo all’inizio di un nuovo anno il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri”.

Sarebbe stato opportuno, parlando ai cristiani, ricordare che la povertà è termine “ambivalente”. Gesù non ha detto “poveretti i poveri”, ma “felici i poveri”. Di fatto Gesù ha scelto i poveri come suoi collaboratori per instaurare il Regno. E se la povertà, nella sua forma estrema di miseria, è uno scandalo che grida

vendetta al cospetto di Dio, come sobrietà, lavoro, fiducia in Dio (piuttosto che nella ricchezza) e pratica della condivisione essa è dignitosa, è “beata” (altrimenti il consumismo sarebbe una beatitudine).

Gli Indios, quando i teologi della liberazione li definirono “i più poveri tra i poveri del sistema capitalista”, hanno

ribattuto che nella loro cultura essi erano liberi e ricchi.

Nella lettura del documento ci imbattiamo nel termine “ambivalenza”.

Il papa che tace sull’ambivalenza della povertà, afferma, citando Giovanni Paolo II, che la globalizzazione è ambivalente: “Come ebbe ad affermare il mio venerato Predecessore, la globalizzazione «si presenta con una

spiccata caratteristica di ambivalenza» e quindi va governata con oculata saggezza”. Ma la globalizzazione non è né ambivalente, né si lascia governare. Il termine globalizzazione è entrato in uso (negli anni 80) per indicare il neo-liberalismo. I furbi del quartiere, considerando che c’era una pianetarizzazione in atto – cioè il mondo era divenuto un villaggio globale, soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione e di trasporto – vollero approfittarne, innestandovi il pensiero unico, il mercato globale e il libero flusso dei capitali. Hanno predicato che tale sistema è il meglio in assoluto… per i secoli a venire. Francis Fukuyama pontificò: siamo alla fine della storia. Io ritengo che globalizzazione (termine anglosassone) o mondializzazione (corrispondente francese) non siano recuperabili, neppure usando oculata saggezza. Sarà bene boicottare il termine stesso (p.es. niente globalizzazione della solidarietà). Da quando si è cominciato a parlare di globalizzazione, si è abbandonato il termine “giustizia”. Prima responsabile della miseria non sarebbe l’ingiustizia; colpevoli sarebbero i poveri, incapaci di salire sul convoglio della globalizzazione.

Secondo il papa, anche la finanza è “ambivalente”: è buona come “ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo periodo”; è pericolosa quando “si appiattisce sul breve termine”. Ma nella globalizzazione la finanza, che accompagna il flusso dei capitali, è finalizzata alla speculazione di breve termine (96%) e non all’investimento di capitali per la produzione (4%)!! Perciò la finanza, con l’incremento del valore e le forme di rischio, è inaccettabile come un tutto. Inoltre, dire che “una finanza appiattita sul breve e brevissimo termine diviene pericolosa per tutti, anche per chi riesce a beneficiarne durante le fasi di euforia finanziaria”, suona come monito indulgente piuttosto che come accusa verso i protagonisti della recente crisi mondiale. Keynes aveva scrupolo a rispetto del capitalismo, augurandosi che fosse superato in futuro; senza dubbio, sarebbe stato durissimo nei confronti del sistema finanziario – speculativo.

Per il papa l’antidoto alla povertà è lo sviluppo attraverso la solidarietà.

Da tempo io sono sospettoso a rispetto della solidarietà, perché c’è un’industria della solidarietà e perché, in chi la pratica, serpeggia un complesso di superiorità.

Il papa non ne è libero: “Non dimentico poi che, nelle società cosiddette «povere», la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle risorse”. E “lo sviluppo

è essenzialmente un fenomeno culturale”. Occorre perciò un caritatevole “amore preferenziale per i poveri”, dice il papa.

Ma la frase, consacrata da Medellin, è “opzione per i poveri”. L’amore li fa oggetto dell’azione beneficente, l’opzione li fa soggetto di liberazione! Il papa ricorda una chicca dell’Enciclica Centesimus annus: “Giovanni

Paolo II ammoniva circa la necessità di «abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto». Molti giurerebbero che è così! I clandestini non sono un pericolo per l’Italia e per i lavoratori italiani? Non si devono

rimpatriare a forza? Noi abbandoneremo tale mentalità solo se ci convinciamo di dover restituire ai poveri il maltolto, o pagare loro un debito. Chiosando quell’espressione “occhio per occhio”, noi che abbiamo immiserito la loro patria, dobbiamo fare che la nostra sia la loro patria. Di più: per essere “evangelici”, dobbiamo amarli e

difenderli come e con la nostra stessa vita. Allora ci sarà pace!