Obiettivi per la costruzione degli anelli della solidarietà

Il manifesto del neonato «Gruppo di Lugano» Il contesto
Agli inizi del secolo XX°, sull’onda della "rivoluzione industriale", le tecnologie sembrarono le armi vincenti con le quali il capitalismo sarebbe stato in grado di far fronte ai mali della sofferenza, della fame e della fatica umana oppure, pensarono altri, avrebbe reso se stesso obsoleto aprendo la strada a nuovi orizzonti per la società e rendendo possibile il superamento della sua ultima frontiera, l’alienazione. Agli inizi del XXI° secolo, sull’onda della Globalizzazione, le tecnologie costituiscono la causa maggiore della disoccupazione, della fame, della guerra e di tutte le manipolazioni sia genetiche sia culturali. Esse rappresentano lo strumento principale che rende realistico il successo dell’utopia dall’Apartheid del "villaggio globale".

        Le tecnologie, sostituendosi alle tecniche, che rappresentano il prolungamento del braccio umano e delle comunità ed un docile strumento al servizio dei loro obiettivi e delle loro scelte, si sono trasformate in una forza capace di sottomettere le braccia umane e le comunità ai fini per cui sono state programmate da particolari forze all’inizio del nuovo millennio. Riconquistare il controllo delle tecnologie significa anzitutto compiere a ritroso il loro processo di autonomizzazione. Significa essicare i nidi dalle quali vengono ideate e prodotte costituiti da settori della comunità scientifica nei paesi ricchi, significa chiudere le fabbriche che gli danno corpo, veri e propri centri di produzione di armi di sterminio di massa, significa sostituirle gradualmente con le tecniche necessarie alle comunità per i propri fini.

       Le tecnologie non vivono nel vuoto. L’ambiente in cui lievitano e da cui poi traboccano invadendo i villaggi del mondo è quello dei centri della Triade (Giappone, Stati Uniti e Unione Europea), è quello del modello economico e di società ideato ed imposto da questi centri con il loro dominio e perpetrato attraverso le loro "branche locali". L’indebolimento e eliminizione di questo potente strumento di guerra sono legati all’indebolimento ed all’eliminazione del modello economico che ne è sotteso. Per una società che dell’innovazione tecnologica ha fatto il simbolo della propria identità e ragion d’essere il suo fallimento ne rappresenterebbe un mortale boomerang.

        A questo risultato si arriverà sicuramente nel corso dei prossimi decenni. Come avverrà il passaggio dal modello di società monocentrico e eurocentrico della Triade ad una forma di convivenza umana basata sul policentrismo e la solidarietà? L’incertezza non riguarda il se ma il come ci si arriverà e con quali costi. Il collasso del sistema dell’Apartheid globale e delle sue tecnologie potrà paradossalmente venir causato dal raggiungimento del potere totale nelle tecnologie militari raggiunto alla fine del secolo XX°. A scatenarlo potrà essere l’uso delle armi sperimentate durante la guerra contro l’Irak e la Jugoslavia in un conflitto con la Cina all’inizio del nuovo millennio. Ciò provocherebbe un cambiamento di qualità nel modo di condurre le guerre.

        Paradossalmente si scoprirà che le tecnologie militari più sofisticate potranno venire sconfitte solo con una reazione ancestrale. La guerra tornerà come un boomerang nei paesi che vi hanno dato inizio con l’uso dei mezzi più tradizionali: violenze individuali, assassinii, l’avvelenamento dei depositi di acqua e dell’aria nelle grandi città della Triade. Le reazioni a questa assoluta mancanza di protezione in Occidente, impossibile da raggiungere in un tale contesto, saranno i suicidi e gli omicidi di massa e ciò porterà questi sistemi alla fine della loro legittimità. L’Occidente attraverserebbe una drammatica crisi esistenziale e la gente, i paesi ed i governi cadranno in ginocchio. Sarà la frammentazione dell’Occidente e la sua fine.

        A questo scenario volontarista verso il quale sembra avviarsi a grande velocità la locomotiva della storia è possibile opporre un diverso scenario, uno scenario programmato. Uno scenario nel quale il declino dell’Occidente ed il suo disarmo non passino attraverso la guerra e la distruzione ma attraverso un intenso e drammatico risveglio e rinnovamento dei popoli, delle comunità, delle persone. L’ampiezza del cambiamento richiesto è tale che questo non può avvenire gradualmente, individualmente, ma mediante una forte e rapida mobilitazione di massa che solo un grande sussulto delle coscienze può produrre. Il problema è come arrivarci, come dare contenuto pratico e nel contempo fortemente ideale alla costruzione di comportamenti di massa, alla ricostruzione dei legami sociali che, organizzati sinergicamente sugli anelli della solidarietà, rappresentino una reazione radicale all’esistente modello di società ed al suo potere. Una grande capacità creativa è quindi necessaria sotto forma sia di nuovi obiettivi sia di nuovi strumenti.

I Sette obiettivi per il cambiamento
1º) La rivalutazione del rapporto esistente tra culture e colture nell’organizzazione della società.
Uno dei maggiori effetti negativi della modernizzazione occidentale è stata la rottura del rapporto tra sistemi produttivi e culture. La cultura occidentale, pur avendo da sempre criticato i valori universali della religione, ha elevato i propri valori a standard e norme universali nella produzione. Il trasferimento e la sostituzione di sistemi produttivi ignorando i contesti culturali nei quali erano stati originati ha prodotto con l’"omologazione" drammatici problemi che alcuni autori (P.P. Pasolini), non hanno esitato a definire "genocidio culturale".

        Un certo numero di osservatori e di elaborazioni hanno sottolineato alla fine del secolo XX° l’importanza della diversità dei sistemi produttivi e della "diversità" come valore, i legami positivi tra sistemi di produzione e la tradizione nel determinare la qualità e l’efficenza dei sistemi. Osservazioni critiche sulla standardizzazione e la visione generale della competizione sono state avanzate. Tuttavia resta prevalente la costruzione di un’infrastruttura giuridica e della ricerca basata sui principi universali, sui diritti individuali, e guidata da un sistema di "ricerca e sviluppo" che ignora valori e comportamentie culturali. L’Organizzazione Mondiale per il Commercio e l’Organizzazione Internazionale per gli Standard sono esempi di questa ideologia imposta ai sistemi produttivi nazionali e locali.

        Una riattivazione del policentrismo nei sistemi produttivi offre la possibilità di mantenere le culture e di riattivare tutto ciò che non è ancora andato perduto. I bisogni segnalati dalla disoccupazione di lungo periodo negli stessi paesi industrializzati e dalla crisi delle comunità locali e delle culture costituiscono la base sulla quale costruire l’alternativa.

2º) Il cambiamento di attenzione dalle tecnologie alle tecniche.
Il problema del passaggio dalle tecnologie alle tecniche deve essere posto al centro dell’analisi e degli obiettivi. Le tecniche sono il prolungamento delle capacità umane nel processo di elaborazione e di trasformazione dei materiali e delle capacità di comunicazione. Le tecniche sono il rafforzamento di attività esistenti. Per queste ragioni le tecniche sono diverse da comunità a comunità a seconda delle condizioni di vita, degli ecosistemi, dei valori e dei comportamenti. Le tecnologie sono il contrario di tutto ciò. Sono il modo predeterminato di operare deciso da qualcuno, in qualche luogo, controllabile a distanza ed imposto a tutte le comunità. Nel primo caso le tecniche sono la variabile del sistema, con il loro naturale adattamento ai bisogni e alle domande della comunità. Nel secondo caso sono le comunità la variabile del sistema a cui viene imposto di adattarsi alle tecnologie.

        Spinge a favore di questo cambiamento la consapevolezza che la sopravvivenza delle comunità e delle economie dipende dalla ripresa del controllo sulle tecniche e sulle tecnologie. Una delle condizioni base è una radicale riorganizzazione dei sistemi formativi e dell’istruzione ed una riscrittura e rilettura della storia del mondo.

3º) La realizzazione dei sistemi di welfare mediante la rivalutazione del carattere integrato della comunità e, quindi, una attenta valutazione del rapporto tra comunità ed istituzioni.
La costituzione dello stato del benessere nei paesi europei si è basata sull’istituzionalizzazione di una serie di funzioni, sulla divisione tra lavoro e tempo libero, sulla svalutazione del ruolo della famiglia e del lavoro che si svolge all’interno di questa, sulla divisione tra etica, economia e politica, sulla ghettizzazione della religione, sul modello virtuale della separazione dei poteri dello stato sia dalla comunità sia tra loro. L’articolazione e l’organizzazione dello stato del benessere sullo schema di funzionamento del mercato capitalistico e della divisione del lavoro da questo dettata si è ben presto rivelata un freno allo sviluppo ed, infine, una trappola mortale. Questi sviluppi hanno allontanato lo stato del benessere dalla comunità e lo hanno reso sempre più funzionale alle esigenze di una parte di questa, cioè all’economia capitalistica. Con la Globalizzazione l’amministrazione delle istituzioni ha assunto in modo crescente valori e comportamenti sempre più simili a quell dell’impresa capitalistica, invece che della società di cui dovrebbe essere il riflesso. Tutto ciò ha gradualmente deligittimato, svuotato ed infine reso inutile lo stato del benessere.

4º) Ricostruzione delle comunità sui principi base del "diamante dello sviluppo policentrico".
Il "diamante dello sviluppo policentrico" individua le condizioni base per l’esistenza della comunità/società. I quattro fattori su cui poggia e per i quali mira alla valorizzazione ed alla loro interazione sinergica sono:
I) il territorio;
II) la popolazione;
III) le istituzioni;
IV) i sistemi produttivi.
L’indebolimento delle comunità, che nelle precedenti fasi della crescita capitalistica è avvenuto con il deterioramento di uno o di più di questi fattori, assume con la Globalizzazione un carattere distruttivo delle comunità deprivandole di uno o più di essi.

        Il "diamante" deve costruire la base per l’elaborazione di indicatori dello stato di salute delle comunità/società, della loro capacità di soddifare i bisogni e le domande espressi da ciascuna delle quattro delle dimensioni indicate, delle loro potenzialità di scambi di cultura e di beni materiali espressione dei propri valori e delle proprie forme di vita. Per questa ragione lo scambio non può che essere moderato e limitato ai bisogni di reciproca conoscenza.

        In questo contesto, partendo dalla mobilitazione sui problemi urgenti e concreti del lavoro, della sicurezza delle comunità, dell’inefficenza dei servizi ecc… occorre ripartire per promuovere una riconquista del mercato da parte delle comunità, una ripresa di iniziative imprenditoriali dal basso basate sul principio della cooperazione. È evidente che tutto il tessuto "pubblico" ed "istituzionale" creato per far fronte a condizioni di sviluppo capitalistico ed adattato in misura crescente ai bisogni di questo non sono rispondenti ai bisogni delle nuove comunità e dei nuovi obiettivi. Reinventare l’imprenditorialità, il sindacato e la stessa politica diviene imperativo.

5º) Trasformazione dello stato nazionale passando dalla attuale forma di omologazione delle comunità locali ai bisogni del mercato capitalistico a sistemi di supporto e valorizzazione delle varie forme di appartenenza. Questa trasformazione dovrebbe comportare l’abbandono di ogni forma di imperialismo verso l’esterno e il sostegno a forme di cooperazione meso-regionale orientati alla creazione di anelli di solidarietà fra comunità regioni e paesi.
Questo processo deve consentire il formarsi di autonomie regionali all’interno degli stati, per rendere possibile e favorire l’autogoverno delle comunità e, nel contempo, deve offrire alle regioni le condizioni infrastrutturali per la propria protezione e sopravvivenza e per l’uso sinergico delle risorse esistenti su aree più ampie degli stessi stati nazionali. La stessa Unione Europea, per evitare il proprio collasso o la sua trasformazione definitiva in una delle tre fortezze dell’apartheid globale, deve fornire il massimo sostegno alla rinascita delle sue meso-regioni (l’Unione Europea, il Baltico, il Mediterraneo, e l’Europa Centrale), all’interno di un sistema federale basato sugli anelli di solidarietà. Gli stati al loro interno devono ri-orientare la propria attenzione da quella della convergenza verso l’Unione a quella della ripresa di vitalità di governo e di forme di sviluppo policentrico delle regioni al proprio interno.

6º) Per i paesi europei si pone il problema di uscire definitivamente dall’Eurocentrismo e dall’Occidentalizzazione.
Eurocentrismo ed Occidentalizzazione sono state le due cause maggiori dell’olocausto che durante cinque secoli l’Europa ha causato nel mondo, prima da sola e poi con gli alleati occidentali. È tempo che l’Europa chieda scusa al mondo. L’Europa del nuovo millennio deve riscoprire le proprie radici, abbandonare l’immagine virtuale di essere un continente, per collegarsi alla sua terra di appartenenza, il continente asiatico, con la quale deve trovare la possibilità di reinserimento. Il problema non è più quello di integrare gli asiatici nel nostro modo di vita ma di come l’Europa può sopravvivere, consapevole della modestia dei propri numeri e della bassa qualità dei risultati raggiunti, riciclando le proprie conoscenze al servizio dei bisogni delle proprie e delle altre comunità.

        "Pensare a un’alternativa radicale significa abbandonare l’idea che il modello di sviluppo occidentale possa essere clonato in ogni angolo del pianeta. Pensare a un’alternativa radicale significa che noi dobbiamo assumerci, qui e ora, la responsabilità di cambiare il nostro modo di vivere, a partire dalle nostre città e dalla nostra vita quotidiana. E qui, in Occidente, produrre un’altra cultura, giacchè siamo stati noi i responsabili della cultura che abbiamo prodotto, industralistica, produttivistica, fondata sulla sopraffazione e sul dominio degli uomini e della natura."(Pietro Barcellona).

7º) La base filosofica del policentrismo è l’interculturalità.
La nozione di intercultura- fa osservare lucidamente Arrigo Chieregatti- vuole avere una profondità ed una larghezza che sorpassa le nozioni di inter-etnia, di incontro tra maggioranza e minoranza a cui vengono spesso ridotte. È indispensabile evitare di utilizzare la parola interculturale per indicare lo studio di una cultura o la relazione tra due culture diverse partendo dai criteri o dai valori di una sola delle due, oppure partendo da un punto di vista considerato neutro, universale (aculturale, transculturale, superculturale). In entrambi i casi la situazione più frequente, per quanto ci riguarda, è quella in cui la base di confronto è sempre quella occidentale assunta di validità generale ed universale.

        In questo modo l’interculturale è ridotto ad una tecnica e ad una strategia per maggiormente monoculturalizzare secondo l’ideologia dominante. Questo è il caso della Banca Mondiale quando si propone di dedicare maggiore attenzione ai problemi culturali e sociali che nel passato. Non di certo perché questi possano permeare i programmi di ciascuna società e comunità, ma perché se liberamente elaborati ed affermati ne ostacolerebbero l’attuazione. Lo stesso vale per le ripetute dichiarazioni di attenzione dell’Unione Europea al valore della diversità. Secondo questa linea di interpretazione la diversità va studiata e conosciuta per poterla più facilmente "omologare" agli imperativi della modernizzazione oppure, nel migliore dei casi, per farne oggetto di conservazione nei musei delle tradizioni dei vari paesi.

        Scrive invece Arrigo Chieregatti "L’interculturale esprime unicamente l’incontro tra culture partendo dalle "basi", dai fondamenti, dalle "matrici", dalle "configurazioni uniche" di ciascuna delle culture presenti e con un orizzonte comune. Inoltre deve essere chiaro che riserviamo la parola intercultura in riferimento all’incontro tra la cultura singola e la cultura "occidentale"/moderna partendo però non solamente dalle categorie logiche, dai sistemi di segni e rappresentazioni di ciascuna di esse ma anche partendo dalle pratiche dalle credenze, simboli, riti, miti, matrici, cioè dalla totalità della realtà esistenziale che ciascuna di loro costruisce in modo particolare ed unico".

        "La presa di coscienza di questi aspetti non frappone ostacoli al dialogo interculturale ed alle possibilità di reciproca "fecondazione" e di nuove sintesi, ma sottolinea che ciò non può che avvenire attraverso uno choc, mediante una drammatica presa di coscienza le cui motivazioni non possono provenire da stimoli od emergenze solo esterne, ma mediante una profonda resa dei conti all’interno di ogni singola cultura. Lo scritto è tratto dalla relazione introduttiva del prof. Amoroso nel primo incontro del GRUPPO DI LUGANO tenutosi il 22 e 23 marzo 2000.