Os Heróis, Gli Eroi

Gli eventi degli ultimi giorni sono sempre più frequenti e abituali. Nessuno ha più la capacità di indignarsi davanti ai massacri e alle violenze quotidiane a cui assistiamo con cinica indifferenza.

Il dolore degli altri” è sempre più lontano, sempre più flebile anche quando brucia a um chilometro da casa mia. L’inefficenza, la malafede politica e la corruzione dell’amministrazione pubblica hanno scavato a fondo nella convivenza civile minandone l’identità stessa e la sua dignità.

È stato detto che “i popoli della fame interpellano oggi in modo drammatico i popoli dell’opulenza” e che “sopra ogni proprietà privata grava un’ipoteca sociale”.

Niente di più giusto ed attuale.

Sempre in attesa,

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

Os Heróis, Gli Eroi

Tu stai al mondo soltanto perché c’ è posto (Salvatore Satta – Il giorno del giudizio).

Possiamo affermare che la situazione si è capovolta: nel mondo non c’è più spazio, nel mio Paese non c’è più spazio, nella mia città non c’è più spazio, nel cuore di ciascuno di noi non c’è più spazio alcuno. Una settimana fa nelle campagne del sud arrivano i soldati. Il giudice ordina di liberare la fazenda dagli invasori del Movimento dos Sem Terra. Gli invasori sono centinaia di famiglie che da secoli aspettano un insediamento per poter vivere con dignità, occupano terre improduttive nella speranza di agilizzare il processo di riforma agraria promesso da ogni governante ad ogni elezione. Il giudice ordina, i soldati eseguono. Le famiglie resistono, i soldati sparano. Nelle campagne del Paese la violenza e la morte fanno parte dell’ordine del giorno. Il potere esige il suo tributo di sangue. I soldati non seguono il manuale di intrvento che il governao gentilmente pone a disposizione dei comandanti: come agire in caso di reitegração de posse, quando dall’altro lato vi sono famiglie, donne e bambini. I comandanti della truppa non vogliono perdere un minuto di più. Il giudice ha ordinato. E loro sono qui per questo: fuoco. Una pioggia di piombo si abbatte sopra gli occupanti che fuggono in tutte le direzioni. Dicono che l’Eroe è chi non ha avuto il tempo di fuggire, e qualcuno oggi non ci è riuscito, rimane a terra in una pozza di sangue. Rimane sulla terra del suo Paese che ha deciso di sparare contro i suoi amici, la sua famiglia, contro di lui perchè la fazenda possa tornare nelle mani del suo legittimo padrone.

Nel mondo non c’è più spazio, nel mio Paese non c’è più spazio, nella mia città non c’è più spazio, nel cuore di ciascuno di noi non c’è più spazio alcuno.

Oggi alle sei del mattino sono arrivati i soldati. Alle sei del mattino. E come in un dramma di García Lorca, alle sei del mattino sono arrivati i soldati. Il giudice ha ordinato: liberare il terreno privato perchè torni nelle mani del suo legittimo padrone. E alle sei in punto, i soldati. A niente sono serviti i tentativi di accordo iniziati una settimana fa mentre nelle campagne del sud si sparava e si moriva. I soldati. Alle sei in punto del mattino nell’inverno più freddo e piovoso degli ultimi settant’anni. Non c’è più spazio. Non c’è più tempo. Non è più il momento. Il terreno è privato, le centinaia di famiglie che da anni vi risiedono sono illegali, irregolari, clandestine. Cittadini colpevoli di essere poveri, miserabili, alle sei del mattino sono cacciati dalle loro baracche di legno e cartone. Qualcuno cerca di resistere come può. I soldati e le loro bombe di fumo e fuoco e le esplosioni e i bamini e le Madri e le Madri delle Madri. E e poi le ruspe. Mentre le ruspe distruggono, demoliscono e pestano con piedi di acciaio, le Madri cercano di raccogliere le loro piccole cose da sotto le macerie. E adesso è il niente. Alle sei del mattino il ruggito della mia città copre il pianto dei più poveri tra i poveri, dei senza niente, coloro che riescono a trovare le forze di ringraziare Dio per non essere stati uccisi negli spari, nelle esplosioni, nell’incendio spaventoso. Il giudice ha ordinato. I soldati sono arrivati.

Fino a dove arriva, Signore, l’abisso dell’umiliazione?

Os Heróis

Tu estás no mundo somente porque há espaço. (Salvatore Satta – Il giorno del giudizio)

Podemos afirmar que a situação se inverteu: no mundo não há mais espaço, no meu País não há mais espaço, na minha cidade não há mais espaço, no coração de cada um de nós não há mais espaço algum. Una semana atrás nos campos do sul os soldados chegaram. O juiz deu a ordem de liberar a fazenda dos invasores do Movimento dos Sem Terra. Os invasores são centenas de famílias que há séculos esperam por um assentamento para poder viver com dignidade, ocupam terras improdutivas na esperança de agilizar o processo da reforma agrária prometida por cada governante a cada eleição. O juiz manda, os soldados executam. As famílias resistem, os soldados atiram. Nos campos do País a violência e a morte fazem parte da pauta diária. O poder exige o seu tributo de sangue. Os soldados não seguem o manual de intervenção que o governo gentilmente coloca a disposição dos comandantes: como agir em caso de reintegração de posse quando do outro lado há famílias mulheres e crianças. Os comandantes da tropa não querem perder mais tempo. O juiz ordenou. Eles estão ai para isso: fogo. Una chuva de chumbo se abate sobre os ocupantes que fogem em todas as direções. Dizem que o Herói é quem não teve o tempo de fugir, e alguém hoje não conseguiu, fica no chão numa poça de sangue. Fica no chão do seu País que decidiu atirar contra os seus amigos, a sua família, contra ele, para que a fazenda volte nas mãos do seu legítimo dono.

No mundo não há mais espaço, no meu País não há mais espaço, na minha cidade não há mais espaço, no coração de cada um de nós não mais espaço algum.

Hoje às seis horas da manhã os soldados chegaram. Às seis horas da manhã. E como num drama de García Lorca, às seis horas da manhã os soldados chegaram. O juiz deu a ordem: liberar o terreno particular para que volte ao seu dono. E às seis horas, os soldados. A nada serviram as tentativas de negociação iniciadas uma semana atrás enquanto nos campos do sul atirava-se e moria-se. Os soldados. Seis horas da manhã do inverno mais frio e chuvoso dos últimos setenta anos. Não há mais espaço. Não há mais tempo. Não é mais o tempo. O terreno é particular, as centenas de famílias, que há anos ali residem, são ilegais, irregulares, clandestinas. Cidadãos culpados de serem pobres, miseráveis, às seis horas da manhã são enxotados dos seus barracos de papelão e madeira. Alguém tenta resistir como pode. Os soldados e as suas bombas de fumaça e fogo e as explosões e as crianças e as Mães e as Mães das Mães. E depois os tratores. E enquanto os tratores destroem, derrubam e pisam com pernas de aço, as Mães tentam catar do chão os seus pertences, lá debaixo dos escombros. E agora é o nada. Às seis horas da manhã o ronco da minha cidade encobre o choro dos mais pobres dos pobres, dos sem nada, aqueles que ainda encontram a força de agradecer a Deus por não ter sido mortos nos disparos, nas explosões, no incêndio assustador. O juiz ordenou. Os soldados chegaram.

Até onde alcança, meu Deus, o abismo da humilhação?