Penultime dichiarazioni di un prete da rottamare

"Wall Street festeggia l’aumento della disoccupazione", con questo titolo "O Estado de São Paulo", uno dei più importanti giornali brasiliani, nel febbraio del 1997, esprimeva la mentalità che domina il mercato

Una voce dice "Grida!"
E io rispondo
"Che dovrò gridare?"
(Isaia)

Blaise Pascal scriveva:"la sensibilità dell’uomo per le piccole cose e l’insensibilità per le grandi è segno di uno strano pervertimento".

Il mercato
   Ogni giorno sotto i nostri occhi scorre la successione delle piazze affari che, dall’est all’ovest, segue il corso naturale dell’illuminazione solare: Tokio, Singapore, Mosca, le capitali europee, per arrivare infine al grande tempio di Wall Street, la borsa di New York. Così tutti i giorni, salvo week end e feste comandate. I diagrammi, le cifre fredde con segno positivo o negativo, i gesti convulsi delle mani degli agenti di cambio rappresentano il rituale dell’andirivieni di capitali colossali che transitano in tempo reale da un capo all’altro del mondo, alla ricerca delle migliori opportunità.
   L’unica regola è la libertà di ottenere il massimo risultato correndo rischi minimi ed il risultato, quello che conta davvero, consiste nell’incrementare il più possibile e a qualunque prezzo i profitti che derivano dagli investimenti produttivi e finanziari. "Wall Street festeggia l’aumento della disoccupazione", con questo titolo "O Estado de São Paulo", uno dei più importanti giornali brasiliani, nel febbraio del 1997, esprimeva la mentalità che domina il mercato.
   I costi umani, le disperazioni e le miserie di popoli interi, non solo non vengono tenuti in conto, ma possono diventare motivo di successo. Da questo punto di vista l’esclusione sociale di grandi parti dell’umanità, in tutte le forme, la condanna alla disoccupazione ed una precarietà sempre più rilevante, risultano come fatti naturali, realtà inevitabili che conseguono al processo di globalizzazione e di una nuova rivoluzione tecnologica. Sono sacrifici necessari per incrementare efficienza e produttività. Se in passato la disoccupazione era vista come un male economico e sociale da combattere, ora può diventare un bene economico nella misura in cui agevola il mercato ad essere effettivamente libero, senza alcun vincolo, libero di realizzare naturalmente la crescita economica progressiva. Da questa e solo da questa può venire la salvezza.
   Mi hanno fatto notare che è sempre più comune vedere politici, economisti ed altri studiosi di scienze sociali usare espressioni come dogma liberale, ortodossia, fede nel mercato, sacrifici necessari, ed altre espressioni derivate dalla teologia per presentare i loro argomenti e le loro analisi. Da molti anni vige nella teoria economica l’atto di fede fondamentale che il prezzo di una merce -sia esso grano o persone-,è determinato dai relativi livelli di offerta e domanda. L’atto di fede si presta verso qualcuno o qualcosa che ha dei lati non conoscibili. Anche il mercato non è completamente comprensibile nella sua complessità e per questo non si può dirigere.
   Ci troviamo di fronte a quello che i teologi della liberazione chiamano idolatria del mercato; la fiducia nel mercato ha preso il posto della fiducia in Dio. É un dogma di fede che, in quest’epoca di globalizzazione dell’economia, pretende un assenso generale. Anche l’etica viene sottoposta ad una sostanziale dipendenza e la solidarietà può essere concepita come un elemento di contorno, residuale rispetto all’asse del mercato libero. La fine del millennio sembra, a questo punto, una resa dei conti per l’intero Cristianesimo.

Il Cristianesimo
   Come il Comunismo ha mancato le prove decisive ed è scomparso, agli occhi di chi non vive il Cristianesimo, appare purtroppo abbastanza evidente chiaro ciò che non si vorrebbe vedere, e cioè che esso ha perso tante prove etiche di fronte alle quali la sua storia lo ha messo: lo schiavismo, la rivoluzione industriale con il saccheggio delle colonie, due guerre mondiali, le dittature e oggi il modello industriale occidentale.
   Per avere sempre vinto, troppe tossine di violenza, di cinismo e di ipocrisia devono circolare nel nostro corpo cristiano. Questa è un’auto-responsabilità che non si può scaricare sui padri o sulla chiesa come istituzione.
   È un passato che non passa, come il Nazismo per la Germania. Tutti abbiamo una grande religione che ha fallito tante prove etiche. Talvolta non si capisce nemmeno cosa sarebbe necessario fare per allontanare da noi quello che del Cristianesimo sarebbe da salvare, da consegnare alla Storia.
   Anche le moderne teologie occidentali (né quella asiatica, né quella latino americana sono occidentali) sembrano sempre gesti di autosalvezza. Si pensa sempre ad essere vinti, vittime e si vuol essere consolati da un Dio che morrebbe per noi; mentre agisce sempre l’etica dei vincitori. Siamo creatori di esiliati e cantiamo sempre canti di esiliati. È di una teologia da vincitori di cui abbiamo bisogno, senza rubare ai vinti le loro teologie. Dio ci ha abbandonato per i nostri peccati di etica nella storia. Questa potrebbe essere la nostra fede, oggi, un enigma; sapere che Dio è presente, ma ci abbandona e si rifiuta di essere continuamente convocato come consolatore, che consola i vincitori.
   Quando la vita è deprivata e rapinata nella sua sostanza, al punto da non potersi chiamare vita, il parlare di libertà sembra appartenere al genere di discorsi da salotto, vuoti di sostanza. LIBERAZIONE intesa come riscatto da una condizione di non vita è certamente più pertinente ed aderente alla realtà. È aderente anche al pensiero ebraico, fonte privilegiata della nostra cultura occidentale, oltre che alla fede cristiana.
   Il centro del pensiero ebraico è la vita: la vita sopra tutto. Ciò viene espresso nel Deuteronomio in modo folgorante: "Ho posto davanti a te la vita e la morte, ma tu sceglierai la vita". Questo è l’ipercomandamento sotto il quale stanno tutti gli altri. Il discorso ebraico della libertà entra in questo punto: la libertà esiste solo se c’è vita, se la vita è santa, intoccabile, integra (Moni Ovadia). Concretamente, prima stabiliamo da che parte ci schieriamo, poi discutiamo di libertà, prima scegliamo da che parte sta Dio, poi parliamo di Dio.

Vita e responsabilità
   Se è vero che il messaggio di fine millennio è non poter far niente, con l’induzione conseguente di uno stato di passività e di spossamento del riflesso dell’azione, è nel quotidiano che può e deve avvenire il rovesciamento di un’umanità che non accetta di assistere al tramonto della propria responsabilità di vivere, di amare la vita di altri esseri umani e di lavorare perché la terra possa ancora essere la casa ospitale per le generazioni future. È nel quotidiano che pensiero ed azione diventano effettivi, nel microcosmo delle nostre relazioni umane e nei lavori che compiamo, nelle produzioni culturali di cui possiamo essere soggetti, in una santità della vita di cui dobbiamo essere portatori.
   Spesso mi si chiede, sapendo che avvicino i giovani, come vedo la loro confusa ricerca. Li scopro allergici ai dogmi e alle istituzioni, ma sinceramente mossi da un’autentica sete di senso e da un reale, anche se confuso, bisogno spirituale. Una ricerca in loro è precisa: quella di una persona di riferimento e di uno spazio umano comunitario. Non vogliono più uccidere il padre, ma averne uno, anche se non troppo ingombrante, che non trasformi la sua paternità in dogmi. Quella loro disposizione alla generosità e oblatività(1), penso che non vada incanalata unilateralmente nel senso del fare per gli altri o del donare una parte di tempo per gli altri (mi riferisco al loro impegno nel volontariato), ma esprima anche la loro sete di uscire da sé (ex-sistere). per incontrare l’altro nelle libertà e ricevere la propria identità nella relazione. Perciò ritengo compito fondamentale della chiesa e degli educatori il trasmettere la fede aiutando la crescita umana.
   Come scriveva Bonhoffer, di fronte ad una situazione in cui "nulla fa presa, nulla si consolida, tutto è a breve scadenza, a breve respiro" il giovane deve assumere la coscienza che "tutte le grandi realizzazioni, così come i vincoli di amore, di matrimonio, di amicizia e i beni della giustizia e della verità, abbisognano di tempo, di fermezza e di memoria, altrimenti finiscono per degenerare". Perciò occorre trovare tempo per riflettere su di sé, sulle relazioni, sulle cose che si fanno… illuminando questo discernimento con la luce del Vangelo, fino a riconoscere la voce di Dio che chiama attraverso gli eventi e gli incontri della vita di ciascuno.
   Concludo con un pensiero a me stesso. Ho cominciato il viaggio della mia vita completamente egocentrico. L’attenzione degli adulti nei miei confronti mi faceva credere di essere l’unico vero esistente. Solo a tre anni di età ho ammesso l’esistenza degli altri. Nella pre-adolescenza ho adottato il branco come rifugio. Nell’adolescenza ho scoperto il mondo con i suoi problemi, il corpo, l’altro sesso e un’anima gemella. Con la maturità è arrivata la certezza di aver trovato la mia felicità sacrificandola per fare felice chi amo. Nella piena maturità ho capito che non è più sufficiente amare coloro che amo.
   Vista così la parabola della mia vita volge a lieto fine. Ma l’ho semplificata/idealizzata. Purtroppo numerosi sono coloro che non crescono: si vedono narcisisticamente come una monade leibnziana senza porte e finestre. Molti adulti non giungono alla maturità: coppie che confondono l’amore con un egoismo a due (la tranquillità del possesso). Un po’ tutti riteniamo che i figli degli altri non siano nostri figli e, quindi siamo ancora tribali, imponendoci ed opponendoci agli altri, invece che dallo spirito di comunità con identità chiara e aperta al dialogo.
   Lasciarmi vivere dalla vita, tenere viva una dimora, senza porte e senza difese, in modo che tutti entrino con facilità e si trovino a casa propria: è per me il massimo della cultura e della modestia. L’età mi aiuta a ricordare più che a prospettare, ma il ricordare è riscoprire le radici. Radici in molti sensi: togliere le erbe che nascono spontanee e indeboliscono le radici per conoscere sempre meglio la pianta, diventare radicale per non disperdere e confondere le radici in mezzo a una selva che asporta nutrimento e dissipa vita.
   Accogliere l’utopia come possibilità che un giorno diventi realtà, senza stancarsi perchè "l’impazienza è la nebbia dell’anima".

 

Articolo apparso su "Appunti di cultura e di politica" numero 6 del 1999.

Glossario:
(1) Oblatività = generosità totale, sino al sacrificio.