Perché amiamo i poveri?

Risponderò alla domanda in tre punti, magari sarò un po' troppo pedagogico, un po' troppo didascalico però spero chiaro. La prima è per rispondere molto velocemente alla domanda: perché amiamo?; la seconda: Cos'è l'amore?; per poi arrivare alla terza domanda: Perché amiamo i poveri?

Io risponderò alla domanda in tre punti, magari sarò un po' troppo pedagogico, un po' troppo didascalico però spero chiaro. La prima è per rispondere molto velocemente alla domanda: perché amiamo?; la seconda: Cos'è l'amore?; per poi arrivare alla terza domanda: Perché amiamo i poveri?  

 Allora, perché amiamo? Io vorrei subito dire una cosa che è legata al verbo amare, che viene inteso come sentimento di bontà, chi ama è buono! La mia tesi invece è che noi siamo necessitati all'amore. L'amore è innanzitutto un sentimento che ha radici profondissime nel nostro essere. Io credo alla necessità che è scritta dentro ad ognuno di noi di amare, ovvero di trovare relazioni consistenti, totali, assolute, se non c'è questa assolutezza, una forza che ti cattura, che è irresistibile, non c'è amore. Io penso che se noi siamo necessitati all'amore, perché portiamo scritto nelle fibre del nostro essere una costituzione ontologica che si chiama "relazione". Amiamo perché siamo necessitati alla relazione, perché noi siamo relazione e non possiamo fare a meno della relazione. Senza relazione si muore! La vita è relazione! Il nostro corpo è relazione!  

 Cosa vuol dire che il nostro corpo è relazione? Vuol dire che in questo momento in cui io vi sto parlando, e voi mi state ascoltando, il nostro organismo è un fascio di miliardi, di miliardi e ancora miliardi di relazioni ordinate, non casuali, ma ordinate! Io sono la somma di chissà quanti miliardi di particelle subatomiche. Queste si relazionano tra di loro e formano gli atomi, che formano le molecole, le cellule, i tessuti, gli organi che ancora si relazionano tra loro e formano l'organismo. E l'organismo è questo concerto supremo di relazioni che arriva anche a produrre il pensiero. In questo momento, qui, stiamo vivendo un grande concerto di fisica e di metafisica. La fisica che si relaziona ordinatamente dentro di noi produce il pensiero, metafisica va al di là, è un grado superiore.  

 Amare Dio che cosa vuol dire se non amare il principio da cui queste relazioni ordinate provengono? Ed è anche per questo che l'amore, proprio perché noi siamo relazione, può anche essere terribile! Una cosa che vorrei far passare è che il buonismo, che è legato alla dimensione dell'amore, è parziale, semplicemente parziale! Gli antichi greci parlavano di Afrodite, della dea dell'amore, in termini molto lontani dalla compiacente dea dell'amore con cui spesso viene raffigurata; ne parlavano come Androfone, Scochia, Epitimbria, Melania, Melanide cioè nera, oscura, delle tombe, omicida dell'amore, proprio perché questo sentimento primordiale, che prende le fibre stesse, la nostra costituzione ontologica, può essere distruttiva. Ne facciamo del resto esperienza ogni giorno, in noi stessi, guardando in giro; forse la gran parte dei delitti, adesso forse esagero, ne sanno più di me altri qui presenti, ma una buona parte dei delitti viene fatta per motivi profondamente legati alla sfera sentimentale, l'amore può essere anche questa cosa.  

 L'amore è un sentimento, ma è un sentimento che ha a che fare con l'ontologia, con la fisica. Tutto probabilmente è partito dall'espansione primordiale; io penso che questo sentimento dell'amore che costruisce relazioni, e noi siamo relazioni, è la forza stessa che muove il pianeta, che muove l'universo, e parte dal Big Bang, di 13.7 miliardi di anni fa; l'espansione, dicono gli astrofisici, è la legge fondamentale dell'universo, la legge che ci contiene. E noi, esseri umani, che siamo parte di questo cosmo, come ci vogliamo espandere? Esattamente relazionandoci. Ed è per questo che l'incontro edifica. Ma non per un fatto morale, ma per un fatto fisico; e poi certo c'è anche l'aspetto morale. Ecco, io insisto molto su questo aspetto che è anche un po' la chiave del mio libro, perché ritengo che sia esattamente ciò di cui il nostro tempo ha bisogno: l'unione tra fisica e metafisica. L'unione tra scienza e sapienza.  

 Noi viviamo separati, viviamo scissi. Noi, qui adesso, parliamo dell'amore, siamo contenti, amare i poveri e così via… ma quando i nostri figli a scuola studiano le scienze, e studiano per esempio la teoria dell'evoluzione e evoluzionismo, (sono lontanissimo adesso dal voler combattere l'evoluzione) che cosa succede quando si studiano queste cose? Vengono a conoscere che la legge che governa il mondo, è la forza. Una forza oppressiva, una forza che impone il più adatto… e allora, e allora ecco la scissione, dentro cui si è tutti quanti precipitati.  

 Riprendo per un momento le parole del professor Barcellona, su moltissime cose del quale io non sono per niente d'accordo, ed è anche bello essere seduti a questo tavolo e non essere d'accordo sulle cose… anche nelle sue parole io scopro questo sentimento di scissione nei confronti del mondo. Barcellona di noi diceva: "Zingari", ecco, io non credo che siamo zingari, e non credo che il sentimento profondo, il messaggio ultimo del Vangelo sia questo sentimento di estraneità. Non lo credo. Potremmo discuterne, ma io credo che la nostra parola, la parola ultima del cristiano sia Figlio. E questo Gesù di Nazareth ha voluto dall'inizio alla fine della sua vita, parlare del Padre da Figlio. E se c'è una cosa che noi cristiani dobbiamo riscoprire, è il primo articolo del Credo ed è quello che ci farà veramente dialogare con le altre religioni. Il primo articolo riguarda la paternità di Dio. E se mi posso permettere, è qui che si deve giungere; è questa la somma, il vertice della spiritualità, sentirsi figli. Marcelo Barros, ha parlato dell'appello divino, scritto nel nostro essere, certo, ma questo appello divino non è una vocina, non ci sono vocine, non ci sono visioni, questo appello divino è scritto nella creazione, nel fatto che siamo figli, nel fatto che siamo relazione, e quando tu ami, non fai nient'altro che portare, esprimere fuori da te la legge fondamentale che ti ha portato e che ti mantiene all'esistenza, che è la relazione ordinata, che a livello intimo interiore si chiama salute. E che cos'è la salute se non la relazione ordinata di tutti i nostri componenti? Quando la porti fuori di te si chiama giustizia.  

 E veniamo alla seconda domanda: che cos'è l'amore? Ho già risposto, ovviamente, rispondendo alla prima. L'amore è relazione ordinata. Il sentimento è semplicemente l'epifenomeno, l'effetto, che richiama una realtà molto più profonda, che è appunto la relazione ordinata. Ovvero, la giustizia. Tra amore e giustizia non c'è nessuna differenza. Laddove la giustizia viene compresa non come legalità, per quanto la legalità abbia la sua importanza, una società senza legalità non va da nessuna parte, cioè la legge è decisiva, però la giustizia è più della legalità, ci possono essere delle cose legali che sono ingiuste, o delle cose illegali che sono giuste. Compresa così, la giustizia che cosa è? Dare a ciascuno il suo, significa metterti nella relazione ordinata con tutto ciò che ti sta davanti. Persino con le piante. Con gli animali, con le stelle, con il cielo. A ciascuno il suo. E' una disposizione dell'anima. Di chi cerca sempre armonia. Perché capisce che Lui è armonia.  

 Terza e ultima domanda: perché amiamo i poveri? Guardate, io penso che ci sia, magari sono un po' impopolare nel dire questa cosa qui e adesso, ma sono uso a dire e a scrivere quello che penso. Io penso che ci sia una maniera di amare i poveri che possa contenere dentro di sé un certo odio, rancore, risentimento, o comunque un sentimento di disaffezione nei confronti di altri che poveri non sono. Cioè si amano i poveri in odio o in contrapposizione ai ricchi. Si amano gli extracomunitari in contrapposizione agli italiani. Si amano i nomadi in contrapposizione agli stabili, ai residenti, a chi ha il suo giardino, ed è anche contento d'avere il suo giardino, ha lavorato una vita per avere il suo giardino e fa di tutto perché sia tenuto in ordine. Ecco, c'è una modalità, posso sbagliarmi, di dire che si amano i poveri che non mi sembra molto evangelica. C'è una vera modalità di amare i poveri ed è quella di cui appunto Gesù parla nei Vangeli. Come si amano i poveri? Allo stesso modo con cui si amano i ricchi. Dio fa piovere sui buoni e sui cattivi, fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti. Il vero amore, per definizione universale, è relazione ordinata con tutti. Capisco che l'obiezione a questa mia espressione può essere quella del fatto che il mondo è intriso di ingiustizie e questa modalità di vedere le cose può favorire un certo quietismo, una certa amicizia con i poteri consolidati. Dove la povertà è frutto dell'ingiustizia è del tutto chiaro che occorre lottare con forza contro l'ingiustizia, è del tutto chiaro ed è decisivo, ma se vogliamo parlare dell'amore evangelico, non ci può essere un amore per i poveri che sia odio per chi povero non è, cosa che tutti devono e vogliono mirare ad essere. Non penso, che mirare ad avere un livello sereno di benessere, ad avere più ricchezza, sia in sé negativo. La vera domanda è questa: come giudicate la ricchezza? Se amare i poveri significa pensare che la ricchezza sia intrinsecamente cattiva, non sto parlando della ricchezza frutto della fraudolenza, dell'ingiustizie, di chi ruba… sto parlando della ricchezza che può scaturire da un lavoro di una persona che ci mette del suo. Mi sembra che il Veneto sia un buon esempio di questo tipo di ricchezza. Non mi sembra che il Veneto cinquant'anni fa fosse la California, io sono di origine siciliana, ma vengo dalla Lombardia, e ne avevo di gente in classe emigrata, così come mio padre era emigrato dalla Sicilia, un mio carissimo amico, forse l'amico più caro che ho, è di origine veneta perché il padre era di Padova, e perché è venuto in provincia di Milano? Per ovvi motivi, gli stessi per cui mio padre si è trasferito dalla provincia di Trapani a quella di Milano. In questi cinquant'anni il Veneto ha lavorato, ne ha fatti di miglioramenti. Allora mi chiedo: E' qualcosa di sbagliato questo processo economico? Anche dal punto di vista evangelico, è qualcosa a cui vogliamo rinunciare? Vogliamo tornare indietro? Penso di no!  

 Adesso concludo. Il titolo di questa festa recita così: La terra fiorisce sotto il passo dei giusti! Se amare i poveri vuol dire amare la giustizia, e quindi lottare contro l'ingiustizia che rende le persone povere, nel senso di misere, è la cosa più giusta del mondo. Ed è perfettamente evangelico. Ma qual è il problema vero? Io penso che ciascuno di noi, nella propria anima, lo dico a chi di voi è di sinistra e lo dico a chi di voi è di destra, e lo dico a chi come me, non è né di sinistra né di destra (nel senso che non sono di centro, questo sia chiaro). La destra e la sinistra sono espressioni di due atteggiamenti presenti entrambi nel Nuovo Testamento, nel Cristianesimo. La prima, la sinistra, da chi vede il mondo abitato dalle ingiustizie, e lotta per modificarlo, ha un atteggiamento di progresso, vuole trasformare, non è contento dello stato attuale. La destra, invece, è la teoria politica di chi ha un atteggiamento conciliato nei confronti della tradizione, della storia, della cultura, dell'economia; e pensa che se ci sono delle gerarchie, per esempio i poveri ed i ricchi, questi non sono nient'altro che l'espressione di una gerarchia effettiva che esiste fra gli uomini. Ora, io penso che la maturità di una persona, di un cristiano, sia di ospitare dentro di sé, entrambe le prospettive, sono presenti entrambe nel Nuovo Testamento, ci sono pagine che sono "di sinistra", e ce ne sono altre che sono "di destra".  Non a caso il cristianesimo, se pensiamo ai 2000 anni della sua storia, ha generato tanto uno quanto l'altro, è stato un grandissimo strumento, in mano al potere, per tenere le masse buone nel nome della religione, ed è stato anche fermento rivoluzionario, è stato sommovimento sociale, è stato lievito delle rivoluzioni. L'uno e l'altro. Con la maturità vera, spirituale, dobbiamo ospitare dentro di noi questa doppia marcia. Capire quando il mondo va criticato e cambiato, modificato, perché bisogna lottare contro le ingiustizie a tutti i livelli, anche quella intellettuale, anche quando si vedono delle concezioni di idee che non funzionano, e al contempo nutrire nei confronti di questo mondo un perfetto senso di aderenza, di amore e di fedeltà, fedeltà al mondo. Anche con le sue ingiustizie. Io non sono per niente d'accordo su quanto qualcuno ha detto prima. Dobbiamo amare su questa terra. Non siamo zingari, non siamo coperti di vuoto, dobbiamo amare questa terra, questo mondo, questa storia, questa regione, profondamente radicati, questo almeno è ciò che io penso, così io interpreto il mio cristianesimo.   

intervento tenuto sabato 24 maggio. Non rivisto dall'autore.