Piove. Governo Ladro!

Cuando me presentan a alguien me basta com saber que es um ser humano para estar seguro de que peor cosa no puede ser. (Cuando ya no importe – Juan Carlos Onetti)

È proprio il caso di dirlo e di ripeterlo: piove, governo ladro. Anzi, governo ladro delinquente criminale disgraziato assassino.

Ma quale governo? Il quartiere, il comune, lo stato o il governo federale?

Ognuno di essi, dalla primo all’ultimo. E con ciascuno dei loro componenti. Dal semplice segretario timbrafogli al presidente in carica. Dalla ipotetica signora Maria a Lula in persona. Masnada di criminali, ladri e assassini. A farci bene i conti, i responsabili sono migliaia di burocrati, portaborse, ministri, deputati, senatori, presidenti di sezioni e commissioni, consiglieri comunali, assessori, segretari: migliaia di persone che con la loro inerzia e incompetenza, la loro malafede, sono complici; no, non complici, ma autori di una strage. Una vera associazione a delinquere, che stavolta ci è andata giù forte. A São Paulo per lo meno otto persone in un colpo solo, in una manciata di secondi, otto persone spazzate via, letteralmente, cancellate dalla faccia della Terra.

È bastato un temporale. Uno dei nostri, un temporale tropicale capace di far piovere in poche ore l'acqua equivalente a quella di un mese intero. Otto persone. Mi si dirà che le case crollate o quelle travolte dalla frana erano situate in luoghi di alto rischio. Mi si dirà adesso che i vari governi avevano tentato di dissuadere questa gente ad occupare quei terreni e per far ciò sono in atto i piani di costruzione di case popolari e che basta iscriversi alle liste. Mi si dirà che i problemi non si risolvono con la bacchetta magica e che poi quella gente era già stata avvisata da un pezzo e che uomo avvisato mezzo salvato. Mi si potrà dire un sacco di cose.

Il disastro è successo nei giorni in cui si firmava l’accordo militare. Un affare da centinaia di miliardi con la Francia per l’acquisto di aerei e navi da guerra, sottomarino nucleare compreso. E a São Paulo pioveva.

Conosco bene come funziona il meccanismo che assegna le case popolari. Conosco bene il criterio di scelta delle famiglie. E so ancora meglio come queste case vengono costruite, come è fatto il progetto della pianta, quali materiali vengono usati per la costruzione. So perfettamente chi siano le persone che questi progetti li concepiscono, li disegnano e in che modo gli ordini passino da un capo ad un capoccia e come arrivino ai caporioni locali. Lo so, perché l’ho visto, ci ero dentro fino al collo. Lo so perché arrivarono anche a noi proposte indecenti di manipolazione di alcuni dati in modo che il caporione il capoccia e il capo ci guadagnassero un bel sacco di soldini. A noi ce ne veniva la possibilità di lavorare a vita, soldi garantiti sotto i governi di ogni bandiera. Lo schemino montato per benino avrebbe funzionato da solo. Tanto è vero che a distanza di quasi vent’anni è ancora lì intoccato e intoccabile e altamente redditizio.

Morro do Socó è una collina alla periferia della periferia, un precipizio di sterpaglie e terra rossa, quasi argilla, friabile, molle molle, così molle che bastano due gocce. Un luogo che se non lo conosci non immagini neanche che esista, che non ci passeresti mai e che quando lo intravedi dall’aereo sembra un pozzo, una sorta di girone dantesco, l’anticamera del cimitero. Un terreno occupato irregolarmente, illegalmente. Un terreno pubblico. L’amministrazione del quartiere aveva avvisato, il comune pure, lo stato anche, e il governo federale ha stanziato miliardi, oltre che per comprare armi, anche per il PAC il piano di accelerazione della crescita economica, che prevede la costruzione di tante case popolari. A chi allora dare la responsabilità? A chi, se ciascun capo capoccia e caporione aveva fatto la sua parte? Nessuno di loro era presente ai funerali. Niente, nessuno. Al cimitero dei miserabili loro non vanno. I miserabili sono seppelliti in bare di cartone, e calati nella nuda terra a sette palmi di profondità, nei cimiteri di periferia senza cappelle o marmi a decorare la morte, ma in una fossa nel fango e che se in due anni nessuno ne richiede i resti per trasferirli nell’ossario, il terreno sarà rimosso dalle ruspe che passeranno sopra alle bare di cartone e mischieranno le ossa con la terra e con altre ossa e con altra terra ancora per far posto a nuovi miserabili che continueranno a morire sotterrati nelle loro case di legno franate nel burrone in un giorno di pioggia, mentre aspettavano di far parte della lista per la casa popolare costruita con quel metodo e assegnata con quel criterio. Se la gente muore sotterrata in una frana al Morro do Socó è perché se l’è andata a cercare. Ecco, è questo il messaggio dei caporioni capoccia e capidicazzo che col loro politichese farfugliavano frasi di circostanza.

Piove. Governo ladro, e assassino. E torturatore. Sì, torturatore. Perché gli sgherri, gli scagnozzi in divisa, poliziotti e soldati – miserabili che guadagnano uno stipendio da fame e che sono costretti ad abitare e vivere in favelas anche loro – continuano a torturare i nostri meninos alla luce del sole. Li cacciano, li scovano, li trovano e giù botte. Davanti a tutti, perfino davanti ai giornalisti che fotografano e sbattono la scena in prima pagina. Fino a qualche tempo fa lo facevano di notte, davanti a me, ma di notte. Oppure portavano i nostri meninos nelle loro basi, gli davano la scossa elettrica con un apparecchietto costruito apposta, o gli bruciavano le mani con i mozziconi. Adesso ormai picchiano e torturano dove gli pare e piace. Se i capi capoccia e capidicazzo con una firma fanno quello che fanno, io che ho e le armi in mano e sono stato ammaestrato a dovere, posso esercitare le mie funzioni dove e quando voglio. E la lotta alla criminalità è una guerra. Dice il ministro, ripete il governatore, pappagalla il capo della polizia, ripappagallano i candidati alle elezioni dei quartiere che, in campagna elettorale, non fanno che ripetere la solita lagna del crack che adesso lo spacciano dappertutto anche sotto casa mia e che bisogna difendersi e che non se ne può più. La ragazzina ha sedici anni e tutto l’aspetto da drogata, ladra e prostituta da quattro soldi. Viene vista in atteggiamento sospetto, fermata a pugni e calci. Ammanettata e caricata in macchina continua a ribellarsi, le spruzzano in fraccia lo spray paralizzante. La portano via. Leggo la sua storia e vedo le sue foto. Governo ladro e assassino. Torturano i miei meninos alla luce del sole. Li stanno massacrando davanti a tutti, li fotografano e li sbattono in prima pagina, sotto gli sghignazzi dell’opinione pubblica che assiste allo spettacolo della morte col sorriso becero e l’applauso facile.

Il grande scrittore Juan Carlos Onetti, visse gli ultimi anni della sua vita praticamente a letto tra i fumi delle sigarette e quelli dell’alcool. Il suo ultimo e terribile libro: Cuando ya no importe, Quando già non importa, contiene una frase che la dice lunga sulla sua opinione: “Quando mi presentano qualcuno mi basta sapere che è un essere umano per essere sicuro che peggior cosa non può esserci”. Oggi sarei tentato di dire la stessa cosa.

Mi fermo qui, sperando che non piova.