Piovono pietre, ma fino a quando?

Dalla letteratura…
Uno dei tanti best­sellers di Stephen King si apriva riportando una notizia (fittizia) di cronaca locale: "Pioggia di pietre" su un quartiere della cittadina di Chamberlain, nel Maine, a fronte di un "cielo perfettamente sereno" (Stephen King, Carrie, Rizzoli, Superpocket, Milano 1999, p. 9). La gente, in tale contesto, reagiva con rabbia, timore, stupore, indifferenza o rifugiandosi negli arcani dell’imperscrutabilità divina, ma senza cercare di comprendere le vere ragioni del fenomeno.

Intervista a James Hillman
Mi sono ricordato di queste pagine nel confrontarmi con l’intervista di Silvia Ronchey allo psicologo junghiano James Hillman pubblicata sul quotidiano "La Stampa" del 19 settembre 2001. Il quadro che ne risulta della società, come della classe politica americana e del suo massimo rappresentante è sconfortante: arroganza ed irrazionalità coniugate ad emotività nelle reazioni, assenza di qualsiasi sforzo di analisi nel tentativo di determinare le cause di un problema (che non è di oggi, né ha avuto origine con l’11 settembre scorso), semplificazione estrema dei processi in atto fino a rasentare la banalizzazione, radicalizzazione degli opposti estremismi (il "bene" contrapposto, puramente e semplicemente, al "male") e dei relativi schieramenti, demonizzazione dell’avversario, mancanza assoluta di coscienza e di memoria storica (a lungo come a breve termine), rimozione delle responsabilità (che esistono, anche da parte americana) e adozione di categorie alogiche o infantili nell’interpretazione degli eventi («Solo un pazzo poteva farlo», oppure: «Li faremo fuori tutti»); e ancora: appello alla crociata per la causa comune dell’Occidente in assenza di un’idea precisa di quel che furono le crociate, come dei loro risultati fallimentari, immaturità e inintelligenza degli americani come tara collettiva, mobilitazione dell’opinione pubblica e dei media, fiducia incondizionata nell’uomo forte del momento, incremento esponenziale degli investimenti per la "difesa" in aggiunta alla militarizzazione della società, e si potrebbe continuare. C’è poco da stare allegri e la diagnosi impietosa dello psicologo junghiano sembra confermata, alla lettera, dalla piega che hanno assunto gli eventi, così come dal profilo dell’americano medio che si può ricavare, fra le righe, dai romanzi del principe dell’horror, così come da un intervento infelice di una giornalista e scrittrice che era pur stata grande: Oriana Fallaci.

Una lettura trasversale dell’11 settembre
Ho sul mio tavolo una serie di riproduzioni fotografiche di alcune sculture dell’artista Silvia Carnevale Miino che fungono da supporto e corredo ad una bellissima raccolta di poesie di Marco Munaro [Silvia Carnevale Miino, Riflessi simmetrici (Sculture) — Marco Munaro, Vaso blu con narcisi (Poesie), I quaderni del circolo degli artisti, Faenza 2001]. Avevo dato, in un primo tempo, una lettura diversa di queste fotografie; ora, riflettendo sulle affermazioni di James Hillman e mettendole in relazione con quanto sta avvenendo nel mondo, quelle foto assumono ai miei occhi tutt’altro valore: vedo una figura esile, slanciata, bianchissima e con le mani protese verso l’alto nell’atto del profeta disarmato, come della vittima sacrificale, dell’oracolo o dell’orante che intercede presso il dio degli eserciti al fine di stemperarne le ire; sulle mani non trovo fiaccole simboleggianti la libertà ma segni profondi impressi sulle palme, stigmate, quasi, incise sulla carne (Silvia Carnevale Miino Figura con mani oro, p. 20). È un modello di femminilità castigata e nient’affatto trionfante, ma non evoca in me — poiché non ha questo valore — le prigioniere del burqa; mi fa pensare, piuttosto, alle donne che in ogni parte del mondo, dalle pietraie dell’Afghanistan alle grandi arterie delle nostre metropoli, vengono negate nella loro essenza e dignità, tutti i giorni, senza che nessuno si stracci le vesti. Un’altra fotografia (Figura, 2000): un monolite di vetroresina, nero come la pece, si staglia verticalmente alla confluenza di due muri; solo la silhoutte longilinea lascia intuire che si tratta di una figura femminile: tutto sembra contraddirla e il volto, bianchissimo, appare davvero imprigionato nel manto nero che l’avvolge. Una terza fotografia (Kossovo, 2000): un pannello propone, in sequenza, una carrellata di volti indefinibili, tutti però connotati in negativo da uno sfregio che li accomuna e che induce lo spettatore ad associarli spontaneamente a certe tele di Goya, Picasso, Munch, come alle raffigurazioni molto più feroci dei sopravvissuti ai lager. E una quarta (Figura con croce, 2001): una donna, che dà le spalle all’osservatore, presenta sulla schiena una croce appena visibile; è rivolta al pannello Kossovo: la si direbbe una condannata di fronte al plotone d’esecuzione o la vittima predestinata di un infallibile cecchino che l’abbia ormai inquadrata nel proprio mirino (la croce).
Il contrasto cromatico dei chiari e degli scuri, la fissità dell’insieme, l’assenza di una dimensione cronologica e l’esternazione dei gesti in una rigidità che sembra quella della morte mi fanno pensare alla netta demarcazione fra "buoni" e "cattivi" quale ci viene spacciata in questi giorni dai media e che lo stesso Hillman stigmatizzava: «devi schierarti: o con noi o contro di noi, o bianco o nero».
Troppo facile, troppo scontato, troppo stupido.

Il crollo della Hybris
Mi ostino nella mia "lettura" delle sculture alla ricerca di un senso possibile che mi sfugge, ma che oscuramente intuisco, e mi soccorrono le parole di Hillman in chiusura di intervista. D.: «Qual è l’immagine che l’ha colpita di più visivamente, e come la traduce psicologicamente?».
R.: «La mia immagine è l’aeroplano che entra nel grattacielo come un proiettile e lo fa crollare. Come la traduco? È il crollo definitivo di una Hybris. Una torreggiante Hybris che si sbriciola». Ecco: la fissità di quelle statue, in cemento o in vetroresina, la loro imponenza e il gioco di contrappunto dei colori (elementari: bianconero) mi dicono che queste simbologie potrebbero alludere all’ultimo Moloch dei tempi moderni, un gigante, ma dai piedi d’argilla che ha costruito sulla sabbia dell’indifferenza assoluta nei confronti dell’altro le proprie fortune; indifferenza e ignoranza che si traducono in rozzezza e automatismi di violenza irriflessa: hybris, appunto. Mi chiedo se, allo stesso modo in cui era stata innalzata nel cuore di New York la Statua della Libertà affinché chiunque fosse entrato nel Nuovo Mondo dal Ponte di Verazzano si disponesse a far propria all’istante la filosofia di vita americana, non sarebbe opportuno, oggi, collocare sulle macerie di quelle Torri una riproduzione delle sculture dell’artista di Faenza quale monito perenne all’America e alle sue fragilità culturali, le quali la inducono a ignorare, nel senso di non conoscerli nemmeno, i problemi altrui (ma pure i propri) o a risolverli in una sola maniera, sempre la stessa: la legge della forza.

… alla realtà
Il mondo intero s’è indignato quando, nelle prime ore di una mattina di Settembre, sono "piovuti" dal cielo su Manhattan alcuni aerei di linea deviati dalle loro rotte, ma l’America e l’Occidente intero dovrebbero capire, finalmente, che altre "pietre" continueranno a caderci addosso fino a quando ci ostineremo a considerarci, sempre e comunque, dalla parte della verità o della civiltà, dimenticando del tutto la giustizia e il rispetto degli altri, anche qualora fosse l’altro a non rispettarci per primo.
Diversamente la gente continuerà a non capire, e a morire, fissando ­ a bocca aperta o inveendo di rabbia un cielo "sereno" dal quale, in assenza del benché minimo preavviso o senza apparente e giustificato motivo, "piovono pietre".