Politica e laicità

Cosa dice e cosa nasconde la parola laico

Laicità è parola ambigua. È stata resa ambigua dall’uso che se ne è fatto nella storia. E la storia recente ha aggravato tutti i tratti della sua doppiezza. Perché laico non è più contrapposto a chierico, ma configura i rapporti più complessi tra ragione e fede, tra mondo e Chiesa, tra non credenti e credenti, tra religioni e fondamentalismi. Tra queste difficili frontiere va quindi districato il nuovo senso della parola e l’uso problematico che se ne può fare.

Laico/clericale
    
Il lato, diciamo così, positivo del concetto, che sta sotto il cono di luce del senso comune, è quello più facile da descrivere. Oggi, tutti si dicono laici. Anche i preti. Come tutti si dicono democratici. Anche i padroni. Quando una parola della vita pubblica perde il carattere di idea chiara e distinta, e viene assunta da tutti come opzione generica, allora è il momento di cominciare a chiedersi non che cosa essa dice ma che cosa essa nasconde. Quando su un concetto non si delinea un conflitto, non vale la pena di maneggiarlo, perché serve soltanto a chi vuole che tutto rimanga com’è. E tuttavia, con equilibrio, bisogna salvare nella parola laicità quello di buono che essa conserva. Il contrario del laico non è il religioso ma il clericale. E cioè il religioso come chiesastico, qualcosa che si presenta come potere vicario, organizzato in struttura gerarchica, in possesso di una verità assoluta da trasmettere dogmaticamente al popolo di Dio. Laicità, “sana laicità”, in questo senso è criticità, libertà di giudizio da coltivare con strumenti culturali via via aggiornati alla coscienza mutante dei tempi che cambiano.

Laico: passare al vaglio le cose

Assumere un punto di vista laico vuol dire disporsi in una dimensione di vaglio critico su ogni problema pubblico, riguardo quindi ai rapporti orizzontali fra gli esseri umani e ai rapporti verticali tra soggetti e autorità. In questo senso è vero che va non solo difesa ma promossa una dimensione laica della religiosità, in quanto fede adulta o fede dell’uomo adulto, come ci ha insegnato Bonhoeffer. Il contrario della credenza dogmatica. Ragione e fede, “in divergente accordo”. E dall’altra parte, come controparte conflittuale, ogni forma di integralismo. L’integralismo è, per il proprio orizzonte religioso, la stessa cosa che il fondamentalismo di altre religioni: un pericolo, una tentazione, di chiusura, di arroccamento, un Dio con noi, e soltanto con noi, contro altri, senza Dio. Un ritornello giornalistico di oggi recita: laicità sì, laicismo no. Non è una grande distinzione. Rischia anch’essa di nascondere più che di affermare. A meno che non la si metta come Raimon Panikkar la mette con la questione, analoga, di relatività e relativismo. Dice Panikkar: «Il relativismo distrugge se stesso. Ai suoi occhi una cosa vale l’altra… La relatività invece è la consapevolezza che qualsiasi cosa io possa dire ha un senso e una pretesa di verità in relazione a un contesto del quale io non sono completamente consapevole».
Ecco. Il punto essenziale è proprio questo: non tanto la pretesa di verità in relazione a un contesto, ma il fatto che di questo contesto io non riesco a volte ad avere una completa consapevolezza. Soprattutto nel mondo di oggi, nella dittatura assoluta delle idee dominanti, che continuano ad essere le idee delle classi dominanti, con la capacità di penetrazione che esse hanno acquisito attraverso l’uso perverso dei mezzi di comunicazione di massa, il contesto, cioè la condizione storica concreta, risulta incontrollabile dal basso e manipolabile dall’alto. La verità non mi si dice di cercarla, mi viene offerta bella e pronta: o questa o dall’altra parte l’errore. E non è il solo monoteismo islamico che fa così, ma anche quello ebraico, e quello cristiano. Di contro, non posso che rivendicare un atteggiamento laico, cioè critico, cioè autonomo, cioè libero, nei confronti di qualsiasi pretesa di verità.

L’ambiguità delle parole

E qui bisogna però illuminare il lato oscuro della parola laicità. Spesso sentiamo dire: bisogna affrontare in modo laico questo o quel problema. Oppure: bisogna comportarsi laicamente in questa o quella situazione. Spesso si vuole dire che bisogna mettersi fuori del problema, al di sopra della situazione, non spendere nell’uno o nell’altro caso il proprio impegno, la propria passione, la propria appartenenza, non fare una scelta, non prendere una decisione, non schierarsi, non contrapporsi. Essere laici vuol dire allora essere indifferenti, la cosa peggiore che si possa essere. Essere laici viene ridotto così all’essere non credenti e non viene invece elevato a quell’essere “diversamente credenti” di cui ha parlato una volta Norberto Bobbio. Insomma, laicità diventa una condizione di aristocratica superiorità rispetto alla fede, o alle fedi, dei più, al bisogno di credere degli “umiliati e offesi”. Una condizione di élite illuminata, rischiarata dalla ragione che è sempre dei pochi. Non a caso, la cultura laica per eccellenza è stata la cultura liberale. Il capitalismo, di cui liberismo e liberalismo sono stati la più avanzata giustificazione, è per sua natura, in questo senso, laico, oggettivo, indifferente, non credente.

Relativismo e opportunismo

I processi di laicizzazione vanno di pari passo con i processi di secolarizzazione. Anche questa, la secolarizzazione, ha grandi aspetti positivi. Nel senso di fare della fede una dimensione più aperta alla ragione, il che vuol dire più aperta alle altre fedi e quindi più esposta e disposta al dialogo con tutto ciò che è diverso da sé. Solo il confronto può eliminare lo scontro. E poi, i processi di mondanizzazione, di razionalizzazione, di tecnicizzazione, sono oggettivi, e bisogna farci i conti. Ma anche qui, un conto è essere nel secolo, un conto è essere del secolo. Stare in questo mondo va bene, assumerlo così com’è, immutabile e insostituibile, non va bene. Secolarizzazione vuol dire spesso inseguire i processi, adattarvisi. Mentre il problema non è certo di bloccarli, cosa spesso impossibile, ma di modificarli, sì, invertirne il corso o correggerne il senso. Io credo che il pericolo maggiore oggi non sia il relativismo, bensì l’opportunismo. Diceva Chesterton: attenzione, la morte del sacro non vuol dire che non si crede più a niente, ma che si crede a tutto.

Politica e leggi di mercato

Così quando sentiamo dire, con soddisfazione: finalmente anche la politica si è laicizzata, con l’avvenuta morte delle grandi narrazioni ideologiche, dobbiamo sapere che si dà luogo consapevolmente a un grave inganno. Perché si vuole riportare l’agire pubblico a più miti consigli, togliergli dalla testa progetti di trasformazione, ridurlo a una pragmatica gestione di ciò che è, avvertirlo di non mettere ostacoli allo spontaneo virtuoso movimento delle leggi di mercato. Poi ci si lamenta, o ci si meraviglia, per il fatto che la politica risulti più vicina agli affari che agli ideali. Il nemico da combattere è la privatizzazione di ogni aspetto della vita quotidiana, conseguenza naturale della privatizzazione del rapporto sociale, a sua volta conseguente alla fine di una soggettività politica in grado di caricarsi del compito di cambiare il mondo. Alle antiche ideologie non si deve dunque contrapporre una moderna indifferenza, bensì un nuovo modo di credere nelle grandi cose, un modo non tanto razionale quanto ragionevole, perché fatto di passione e di libertà, di impegno civile e di rigore morale.