Prospettive economiche attuali

Viaggio in direzione contraria

Riti e bugie

Il capitalismo mondiale sta celebrando in queste settimane uno dei suoi consueti e ciclici riti. Quello dell’annuncio che la ripresa è in atto a livello mondiale ed a partire ancora una volta dal suo cuore economico, gli Stati Uniti.
Dallo "sboom" della new economy sono ormai passati tre anni e la recessione statunitense del 2001 per alcuni non c’è mai stata.
Per fortuna alcuni economisti, "pro sistema" ma non ultra liberisti, avvertono quotidianamente che questa ripresa economica potrebbe avere il fiato corto.
Le contraddizioni che porta con sé non sono di poco conto. In particolare è l’economia USA a far paura. Questa deve correre in un percorso assai stretto: da un lato la fretta "elettorale" (novembre 2004) della presidenza Bush di avere risultati macroeconomici evidenti, dall’altro un deficit commerciale con l’estero e quello statale interno che sembrano ogni giorno sempre più fuori controllo.
Unica arma rimasta a disposizione della politica economica americana è la leva del cambio: un dollaro debole. Asia ed Europa si adeguino di conseguenza! Come disse un ministro USA ai tempi della presidenza Nixon «il dollaro è forse la nostra moneta, ma sicuramente è il vostro problema!».
A chi come noi «viaggia in direzione ostinata e contraria» (Fabrizio De Andrè) non rimane che lo stupore angosciato per una ripresa che non crea lavoro (almeno in Occidente), che delocalizza le attività acuendo lo sfruttamento della risorsa lavoro, che rafforza le differenze di reddito e che ulteriormente riduce gli spazi per il residuo di Welfare State (stato sociale).
Del resto post-fordismo e globalizzazione sono due processi che la crisi economica ha solo rallentato: la "grande trasformazione" è ancora in atto.

Ruolo del sindacato e tutela dei rapporti sociali

Che fare?
Nei settori tradizionali (primo e secondo) il ruolo del sindacato al di là delle facili e funeste profezie di osservatori non proprio disinteressati è tutt’altro che finito. Le diverse situazioni sociali presenti nei vari Paesi ci dicono che contano e possono contare ancora di più se sapranno rinnovare nella pratica e nei contenuti la loro azione adeguandola all’evoluzione economico-sociale del capitalismo mondiale.
Quest’ultima inoltre sta oggettivamente e paradossalmente aprendo uno spazio a ciò che chiamiamo economia sociale o solidale, o terzo settore, o no profit. (Il fenomeno è talmente vasto e differenziato che la sua definizione e classificazione richiederebbe un approfondimento specifico). Questo spazio deriva proprio dalle contraddizioni dell’attuale sistema capitalistico. E non è una novità. Anche circa un secolo fa, il primo associazionismo operaio si sviluppa «come esperienza di autogestione solidale di forme di autotutela rispetto a gravissimi disagi o a possibili minacce che gravano più che sulla condizione lavorativa, sulle condizioni esistenziali dei lavoratori. A queste forme di autotutela si sono intrecciate le forme della lotta rivendicativa concentrata sul rapporto di produzione. Questo intreccio della mutualità e della resistenza tendeva a coprire l’intera esistenza dell’umanità al lavoro, sia la sfera della riproduzione sia quella della produzione, gli ambiti di vita e gli ambiti di lavoro» (Ferrarsi P., Domande di oggi al sindacalismo europeo dell’altro ieri, 1992).
È ciò che avviene oggi per un motivo fondamentale ossia il continuo indebolirsi del ruolo del Welfare State. «Lo stato, dopo aver acquisito il monopolio della socialità dichiara l’insopportabilità del sovraccarico» (Revelli M., Le due destre, 1996) e rescinde unilateralmente il contratto rappresentato dal "compromesso keynesiano". A questo vuoto corrisponde la "mercatizzazione totale" prodotta dalla società post-fordista ossia l’invasione da parte del mercato delle sfere di regolazione che devono essere lasciate ai soggetti sociali ed alle istituzioni politiche, al fine di preservare la coesione sociale. Questa strada conduce ad «annullare la sostanza umana e naturale della società» (Polanyi K., La grande trasformazione, 1944) in quanto i comportamenti economici di mercato, guidati esclusivamente dal principio dell’utilità, divengono l’unico criterio di regolazione dei rapporti umani.

Le possibili strategie del no profit

Da qui la risposta a vari livelli e con varie modalità del no profit ossia dell’economia solidale. Quest’ultima affrontando le contraddizioni di cui si diceva sopra affronta anche la questione distributiva che ormai assieme alla sostenibilità ambientale sta assumendo connotati drammatici
Tutto ciò basterà a salvarci dalla "pazzia neo-liberista"?
Molto dipenderà in primo luogo dal grado di diffusione dell’economia sociale e dall’accoglienza che la società in genere accorderà ai valori che essa propone.
In secondo luogo dall’efficacia degli strumenti di cui saprà dotarsi (quelli citati da Boschetto sono solo degli esempi anche se io ritengo tra i più fondamentali).
Infine questa economia dovrà prima o poi fare i conti con l’altra economia, quella "ufficiale" che con la sua politica di investimenti (che Marx avrebbe chiamato "processo di accumulazione") traccia il modello di sviluppo delle nostre società. Da questo punto di vista operare solo sul versante dei consumi come indicano molte aree del no profit è giusto ed utile ma non è sufficiente. Allearsi con chi nell’economia ufficiale sta in modo critico (in primo luogo un certo tipo di sindacato ma non solo.) per condizionare la natura degli investimenti permetterà all’economia solidale di uscire dalla marginalità rispetto all’economia ufficiale.
Il neoliberismo è troppo forte e pericoloso per permetterci il lusso delle divisioni.