Quale Europa?

Intervista a Pietro Barcellona

Quale idea o tema di Europa emerge e si consolida oggi?
Oggi sono in campo molte Europe; l’Europa prevalente è quella voluta dai governi coi limiti oggettivi, che riguardano le materie di competenza; c’è una discussione aperta, ma difficilmente risolubile, che riguarda la possibilità di decidere a maggioranza nelle materie che contano: la difesa, la politica estera, e che probabilmente non saranno accolte nei principi della costituzione.
Io credo che questa sia una Europa molto ridotta; adesso c’è l’asse franco-tedesco che sta cercando di affrontare in qualche misura la questione, ma la prende da una posizione nazionalistica: Chirac non è un europeista. Poi c’è la posizione della Spagna e dell’Italia alleate con l’Inghilterra, che mostrano una propensione ad un rapporto di sudditanza con l’America.
Io sono fortemente convinto che l’Europa sia una sfida seria. Non è soltanto una questione politica, ma un problema di fondo, e cioè un modello di civiltà. L’Europa può essere ancora un modello di civiltà diverso, alternativo rispetto a quello degli USA. L’alternativa sta in quelli che sono stati considerati da Cacciari aspetti geopolitici; il fatto che l’Europa sia molto più continentale, molto più legata a tradizioni che sono radicate nel territorio di quanto non lo sia l’America che è stata da sempre legata al mare, al principio della libertà assoluta e senza misura.
Da questo punto di vista l’Europa è un luogo abbastanza interessante, anche se oggi in declino, perché è un luogo in cui c’è stato un rapporto molto forte con le tradizioni, ma tale rapporto non si è chiuso in una forma di fondamentalismo, o di razzismo, ma è stato vissuto nella dialettica di molti popoli e di molte tradizioni. Quindi il paradosso dell’Europa è quello di una tradizione libera. Anche se in genere le tradizioni sono coattive, vincolanti, portano alla ripetizione, la tradizione europea è aperta alla mescolanza, alla contaminazione. Ad esempio all’Est, nella Cina le tradizioni sono chiuse e quindi i valori che stanno alla base della comunità sono più assoluti dei valori che hanno formato l’Europa. Per questo io penso che l’Europa sia una delle ipotesi di equilibrio mondiale nuovo e che potrebbe essere diversamente dall’America il vero spazio nel quale si può comunicare con la Cina.

Tu affermi che l’Europa si va costruendo attraverso il processo astratto dei diritti umani; qual’è allora il cammino da seguire?
Io sono critico verso una Europa dei diritti perché i diritti concepiti come diritti umani sono senza storia e senza territorio e sono spesso delle mistificazioni. Ciascuno di noi è determinato da un’appartenenza ad un territorio, ad una città, ad un gruppo famigliare, ad un’associazione politica, ad un’attività.
I diritti umani immaginano un uomo nudo, senza nessuna relazione. Per questo sono una finzione e restano quasi sempre in/effettuati ; e pongono una serie di problemi che possono portare a delle forme di fanatismo. Chi può dire che questo è umano e quello no?
Penso invece alla democrazia come percorso reale di costruzione dell’Europa con le modalità invalse nel Mediterraneo, intesa non come forma di selezione come poi è avvenuto nella dottrina americana, ma come cammino di auto educazione permanente. Io ho sempre avuto una visione della democrazia sostanziale e non formale.
La caratteristica della democrazia è di essere molto legata al principio educativo; una democrazia dove la gente non è capace di decidere perché incompetente, e che poi va a votare, quella è una finta democrazia.
La democrazia in cui tutti sono convinti di avere qualche parola da dire sulle cose che accadono a tutti, quella si trasforma in un processo auto educativo attraverso i dibattiti, le assemblee e nelle forme in cui è possibile il confronto.
Il principio dell’auto educazione lo praticano anche le tribù del deserto, quando si riuniscono e discutono per prendere delle decisioni e per deliberare insieme.
Questa democrazia come forma di vita è una nozione importante, diversa da quella degli USA fondata sui diritti umani.

Quando scrivi che un’Europa vera si può costruire in grazia del suo linguaggio cosa intendi suggerire?
Il linguaggio è stato in Europa oggetto di riflessione, perché è diventato uno spazio simbolico e quindi il linguaggio non è solo uno strumento per, non soggiace alla regola strumentale dei segni; ad esempio i disegni che tu adoperi per addomesticare gli animali hanno una funzione strumentale; il linguaggio in Europa proprio perché è stato oggetto di riflessione, perché c’è stato un sapere del linguaggio, che poi è stata anche la stagione della poesia, dell’arte, della tragedia, dell’epica…
Questo linguaggio secondo Cacciari è un trascendentale, vale a dire che non coincide con la fatticità dell’istante, perché è sempre apertura del simbolo, di uno spazio che rimanda altrove. Questo linguaggio dell’Europa è un linguaggio analogico, aperto; è il linguaggio della speranza, che può istituire un legame tra passato e futuro. Il suo linguaggio non è quello dell’economico e dunque la sua politica non potrà essere amministrazione dei conti bancari. L’Europa non dovrà essere una potenza mercantile, economica, finanziaria in competizione con gli Stati Uniti, ma progettazione di spazi futuri, restituzione agli uomini della capacità di pensare e di creare attraverso i simboli, di pensare oltre lo spazio definito della frontiera. E sarà una potenza che potrà resistere alla globalizzazione in nome di una tradizione che non è consegnata alle singole nazioni, ma pensata come Nazione Europa.

Tu dici che l’identità dell’Europa passa attraverso il suo confronto con la globalizzazione, e dunque…
Vorrei intanto chiarire il termine globalizzazione che oggi significa americanizzazione. Il modello americano sta divenendo egemonico nel mondo. Si usa il termine globalizzazione per dire in modo eufemistico la conquista del mondo da parte del modello americano. Io direi che l’Europa può rappresentare una visione del mondo non chiusa in se stessa, pur combattendo la globalizzazione intesa come imposizione del modello unico. La guerra in Iraq è micidiale perchè condotta in nome di un modello in cui scompare lo spazio della politica, c’è il bene ed il male, una semplificazione tipica del pensiero americano, per il quale esiste l’amico o il nemico. Ma la base culturale dell’Europa è più complessa ed è uno spazio di mediazione.

Se sono terminate le categorie di spazio e di tempo su cui si fondavano le nazioni, su quali nuove basi si potrà costruire un’Europa che garantisca legalità e giustizia insieme?
L’Europa deve produrre, proprio perché lo stato moderno è nato su di un governo dello spazio definito dal territorio, un’alternativa al vecchio sistema di organizzazione che è lo stato nazionale; non può essere un’assenza di spazi, deve essere la costruzione di grandi spazi; per fronteggiare situazioni come quella dell’americanizzazione della globalizzazione, bisogna pensare a grandi spazi; l’Europa è un grande spazio; per esistere come spazio deve darsi delle istituzioni, che definiscano i confini di applicazione delle leggi, una unificazione di giurisdizione; una istituzione può essere lo Stato Federale, che a me sembra la più plausibile. È comunque un processo inevitabile che l’Europa dia origine ad una istituzione sovra nazionale unitaria, se vuole costruire un governo dello spazio europeo, che definisca un grande spazio geografico, dove legalità e giustizia siano garantite.