Recife e Olinda

Arturoooo! Devi assolutamente fare qualcosa!

È già buio. Dal finestrino qualche luce lontana tra nuvole basse e malinconia. Una frase di Borges dice che l’unica possibile mappa dell’Asia è l’Asia. Vorrei che questo scritto avesse la lunghezza dei cinque giorni appena trascorsi. Sarebbe il modo più vicino al vero per descriverli. Ho visto tutto, ho visto di tutto, anche il bue che vola. Si perché a Recife anche i buoi volano.

La birra scende che è un piacere. Sono le dieci del mattino ma non importa. Il caldo lo giustifica, così pure queste mie ultime ore ad Olinda. A pochi chilometri dal centro di Recife, Olinda ha il sapore di quello che sogno da una vita: caldo, musica, mare, alberi, e un dolce far niente di chi si gode (io) gli ultimi minuti di un sogno di cinque giorni. Basta girare l’angolo però che la realtà ti sbatte in faccia la sua faccia. Non è una favela, ma quasi, ci manca pochissimo, gli ingredienti ci sono tutti, strade sconnesse, casupole ammonticchiate secondo la necessità del momento, bambini dappertutto, gente dappertutto, musica a volume stratosferico. Gli uomini in piazza intorno ad una botte, le donne al bar. Anch’io. Birra. Dalla botte degli uomini cachaça, detta volgarmente pinga, quaranta gradi o forse più. Tra poco comincia la corsa. La ventesima edizione. La ormai tradizionale corrida dos inchadinhos. Inchadinho nel gergo locale significa ubriaco. Prima ci si ubriaca a dovere e poi si corre un percorso di cinque chilometri che il barista invece afferma durare solo cinquanta metri, fino alla prima curva, quando gli “atleti” cadranno a terra come birilli. È ora di andare, mi offre un’altra bottiglia. Dalla mia mano molliccia cascano per terra le monete: “dottore, vuole partecipare anche lei alla corsa?”.

Nella sala d’attesa, il gelo dell’aria condizionata mi riporta ai miei doveri futuri. Tre ore di volo e sono a casa. E non voglio. No no no e poi no.

Arturooo, non stare lì impalato, aiutamiiiii!

L’abbraccio di Aline. Ne ha dieci e ne dimostra cinque. Mi indica la madre svenuta dalla fame. Si alza, racconta come può che ha un figlio all'ospedale con in mezzo alla testa un bubbone pieno d’acqua. Intuisco che è affetto da idrocefalia e che gli metteranno una valvola. Aline stringe, si fa accarezzare come un cucciolo vestito di stracci. Prende la mia mano, si appoggia, intercede per la madre che chiede qualche spicciolo. Il giorno dopo una bambina come lei ripete il gesto della mano tesa. Seminuda, incinta di cento mesi, il lamento ancestrale in bocca. Sembra siano tutti qua, su questo muretto alla fine della galleria che lega le strade del commercio popolare. Ho passato i primi giorni a cercarli con gli occhi, un gesto istintivo, una deformazione professionale, adesso li ho trovati. Non girano, è troppo caldo. All’ombra, si adagiano come possono per far passare tempo e noia. La boccetta di solvente da sniffare nascosta nei pantaloni, la mano tesa nel gesto nazionale che li unisce ai loro coetanei di San Paolo, Salvador, Rio. Aline è il loro nome. Dieci anni. Forse domani svenirà di fame come la madre, rughe e denti marci, poco più che ventenne, catarro che sputa lì dove è seduta.

Arturoooo,vieni qui… lo vedi come sei… allora mi vuoi proprio vedere morta!

Al contrario di Olinda che è fatta di cielo, Recife è una metropoli anfibia, dove il fiume si fa mare, il mare nuvola e la nuvola calore. Due grandi isole, il centro. Ponti lunghi trecento metri collegano le varie parti della città. Il Capibaribe e il Beberibe, enormi fiumi, si incontrano davanti a me sotto il flusso delle maree sempre più lente. Il mangue, la palude che li avvolge è pigra come una malattia silenziosa. Per secoli ha dato da mangiare alle sue popolazioni: granchi raccolti a mani nude nel fango. Oggi, ombra di se stesso, sopravvive ai margini del fiume nei quaritieri alti della città. È stato ripiantato: le favela che per decenni ne avevano usurpato il luogo sono state rimosse. Le piante originarie tornano ad ornare il ciglio del fiume. Le baracche demolite… sono state costruite altrove, mai come oggi si è guadagnato tanto con la canna da zucchero, neanche ai tempi del Brasil-colonia: bisogna spendere, investire, speculare, via le favela su i palazzi di alto lusso, via le case della città antica, su la cafonaglia dei grattacieli. Un amico racconta che qualche anno fa Susan Sarandon fece un documentario sul lixão, il deposito a cielo aperto di tutta la spazzatura della città. Centinaia di persone a contendersi con gli avvoltoi il cibo del giorno. Donne vecchi e bambini a mani nude tra i rifiuti della metropoli. Oggi… lasciamo perdere. Oggi è tempo di governolula e ceste alimentari per tutti.

Sei un disgraziato, Arturo!

Maria José, 51 anni e due figli: una bancarella di caramelle e caffè (preparato la mattina e conservato nel termos) in pieno centro alla fermata dell’autobus che si dirige a Boa Viagem, la spiaggia più famosa della città. È leader comunitaria da sempre. Orsamento participativo è la più bella e importante iniziativa del PT nei comuni in cui governa: è la gente del quartiere che decide dove e come stanziare i fondi stabiliti dall’orsamento (la legge finanziaria). Maria José presenta il preventivo di settanta mila reais per asfaltare la strada principale della sua comunità (che poi è un modo politicamente corretto di chiamare la favela). Dai funzionari del comune ne viene approvato e realizzato un altro da trecento cinquanta mila reais. Stessa strada, cinque volte di più. Maria José denuncia. Il partito (che, come sempre fa in tutte le latitudini, confonde se stesso con la cosa pubblica, con lo Stato) le cade addosso con una violenza senza pari. Non mi uccidono, racconta, perché in qualche modo continuo a far loro comodo. Se morissi si saprebbe chi è stato. La campagna di diffamazione nei suoi confronti è tale che deve abbandonare la sua casa per mesi e rifugiarsi da parenti. I progetti sociali che dirigeva devono interrompersi. Nel vuoto di potere i trafficanti prendono il sopravvento e gli uomini della corruzione trovano via libera per le loro nefandezze. Oggi Maria José fa quello che può, cerca di convincere uno ad uno i ragazzi del traffico – che ha visto bambini – a cambiare vita. Prende contatto con il PSOL, il partito nato dalle dissidenze del PT dopo i grandi scandali degli anni scorsi ma la politica ha i suoi giochi e le sue regole e Maria José viene di nuovo emarginata. Stavolta hanno messo in giro la voce “sicura”: fa la ballerina in localetti equivoci. Figurati, ma mi hai visto bene, dice con un sorriso da vento in poppa, io ballerina di night! È un fiume in piena, Maria José. Racconta di Lula e di come è cambiato, io lo ammiravo, dice. Ma quando ho visto il criterio di distribuzione delle ceste alimentari… È identico a quello che una volta facevano con la dentiera o con le scarpe: prima delle elezioni la parte di sopra o la scarpa destra, dopo, una volta vinte, ti davano la parte di sotto e la sinistra. Oggi è lo stesso, uguale.

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E poi non posso sopportare che Lula si sia fatto costruire una statua. La statua di Lula. Penso stia scherzando. No, Maria José non scherzerebbe. Voglio andare a vederla. Ecco prendi questo l’autobus, vai fino in fondo e scendi al parque Dona Lindú. Mi infila in mano una manciata di caramelle, mi abbraccia e mi bacia e da lontano mi fa un segno che vuol dire che mi tiene stretto nel cuore.

Ecco, Arturo, se sapevo no venivo!
Il ponte è lungo trecento metri. Costò l’occhio della testa. La Compagnia delle Indie in lite con il governatore non volle pagarlo. Questi, Maurício de Nassau, si sente un principe rinascimentale. Arriva dall’Olanda con una corte di scienziati e artisti. L’intento è trasformare quelle “terre del paradiso” in terra degli uomini. Con gli schiavi, che fece portare in enormi quantità. Il ponte nuovo di zecca legava le due isole principali della città. La Compagnia delle Indie si nega. L’editto annuncia ai quattro venti: chi passerà per il ponte e pagherà il giusto pedaggio assisterà all’incredibile, fantastico, impareggiabile evento del boi voador, il bue volante. La gente assetata di prodigi vuole vedere, passa per il ponte, paga il pedaggio. Per le scalinata del palazzo del governo viene fatto salire un bue bianco. Nelle cantine, intanto, un’altro era stato scuoiato. Nascosto il primo, impagliato il secondo. È notte, cavi e tiranti camuffati nel buio e da una sapiente illuminazione sostengono il bue impagliato dalle finestre del palazzo, il bue vola, sale fino al tetto, scende, risale, libero nell’aria e nella fantasia dei presenti. La folla in delirio. Una, due, tre sere, forse di più. Passa il ponte, paga il pedaggio. Paga il ponte. Oggi la lapide ricorda, il mio amico racconta. Una storia di secoli fa quando per qualche anno questa parte del paese fu olandese. 

Lo sapevo, Arturo, di te non mi posso fidare!

Le gambe martoriate da una zanzara esclusivamente mia personale. Urge una farmacia, un repellente per favore. Farmacia dos pobres c’è scritto sulla porta, Farmacia dei poveri. Il nome dice tutto. Niente repellente, è articolo di lusso. Terrò la zanzara. Davanti alla cattedrale di Dom Helder Camara, la Framacia dei poveri. Oggi riposa nel posto più bello del mondo, una cappella nel duomo di Olinda, dal piazzale in cima alla collina si vede il mondo. Dom Helder Camara, il suo mondo, il nostro, il mio. La sua foto con le braccia aperte, il sorriso fragile, il corpo esile, la forza immensa delle sue parole, della sua gente, la nostra gente, la farmacia dos pobres. Ebbero così paura di quest’uomo che per vent’anni fu proibito pronunciarne il nome. Io lo scriverò adesso per tre volte: dom Helder, dom Helder, dom Helder. Quattro: dom Helder! Tornerei ad Olinda solo per lui, e questa chiesa sulla collina. Grazie, vecchio vescovo amico del mondo.

Artuuuuurooooo!

Maria José ha detto la verità. Nel cuore del quartiere più ricco sorto con i soldi della canna da zucchero, un terreno abbandonato è stato trasformato nel nuovo simbolo della città. Lula chiama Oscar Niemeyer, il geniale architetto, che con due scarabocchi inventa un teatro e un centro culturale collegati da un sinuoso portico.

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All’ingresso della piazza una statua: una tipica donna del nord-est con sei figli. Monumento aos reitirantes, monumento ai ritiranti, ossia le famiglie costrette a lasciare l’aridità del sertão per cercare vita nuova nell’inferno delle città dove andranno ad annullarsi in favelas miserabili tra disoccupazione cronica e violenza. Il destino di milioni di persone. Un intero pase in eterna migrazione interna. Piazza dona Lindú. È il nome della madre del presidente Lula. Nell’immaginario popolare la statua la rappresenta, il sesto figlio è lui, il presidente in persona. All’inizio suscitò critiche e commenti, poi il discorso ufficiale: Parigi ha la sua torre, Roma il colosseo, Recife avrà un monumento disegnato dal più grande architetto del mondo; e se fosse la statua di un notabile, nessuno avrebbe niente da dire, invece rappresenta tutte le donne brasiliane povere, quelle che con il sangue delle loro mani hanno costruito questo paese. Non si può che essere d’accordo. E poi è sempre meglio una piazza con un teatro che un terreno abbandonato pieno di mendicanti e meninos de rua. Il prezzo degli appartamenti intorno va alle stelle. Maria José aveva ragione. Evviva il presidente, evviva dona Lindú, evviva il bue volante. 

Arturo, a Olinda non ci veniamo mai più, è pieno di topi!

Olinda lo fa apposta di notte ad essere tanto scura. Così posso intuire nel sogno le sagome delle chiese barocche, delle sue vie in eterna salita, dei colori, dei tamburi suonati ad ogni angolo dalla sua gente, del profumo del pesce al cocco che mangerò nel ristorantino da dove vedrò il mondo che ha visto dom Helder. Olinda. Pensavo di essere l’unico italiota. Ce ne sono altri due. Arturo, braghette e pancetta, pelatina da ragioniere, macchina fotografica, stanchezza congenita; e la gentile consorte che odia le zanzare, il caldo, il pesce al cocco, le salite. Invece apprezza i tamburi, un po’ meno la gente che li suona: troppo etnico per i miei gusti.

Recife e Olinda, è buio e non vi vedo più. Il rumore delle turbine copre tutto, anche i ricordi e le sensazioni appena vissute. Queste ritorneranno domani mattina su un autobus pieno, o al davanzale della mia camera dove, a dieci metri dal mio naso c’è un palazzo di venticinque piani. Io invece sono ancora là, sulla collina, davanti al monastero di San Francesco, stanco e sudato, felice fino alle lacrime, immerso anima e corpo nel vento, nel mangue, con Aline, nei tamburi, sulla statua, con Maria José, la birra gelata, al caldo, sul ponte, il bue volante, insieme a dom Helder… nella più bella e luminosa provincia della Terra. Recife e Olinda, Muito Obrigado!