Referendum Costituzionale

Il professor Pietro Barcellona interviene nel dibattito sul prossimo referendum del 25 giugno.

Fra pochi giorni gli italiani andranno a votare su un referendum costituzionale in cui si propone la riforma di una parte rilevante della nostra legge fondamentale, e quasi nessuno è consapevole della posta in gioco e della scarsa conoscenza che le nuove generazioni hanno del significato della Costituzione Repubblicana.

Nel corso della mia esperienza di docente ho potuto tristemente constatare che pochi studenti sentono la Costituzione come qualcosa che riguarda la loro vita e mostrano di conoscerne i contenuti fondamentali. La “memoria” della Costituzione si è persa nella confusione generalizzata del frangente politico-culturale in cui siamo precipitati e si corre il rischio ancora una volta di ridurre lo scontro alla politica congiunturale e al conflitto fra centro-sinistra e centro-destra. Per questo vale la pena di utilizzare questa occasione per un dibattito in profondità sul significato della costituzione del dopoguerra.

Perché va difeso il senso della Costituzione italiana? Perché è una fra le più belle Costituzioni del mondo, perché i nostri padri fondatori non hanno fatto alchimie istituzionali sui poteri, ma hanno espresso e portato a progetto di vita la carne e il sangue delle più importanti correnti politiche e culturali della Tradizione e della Storia del nostro paese. La Costituzione è nata dalla lotta al fascismo, che al di là di ogni revisionismo, ha significato il rifiuto di ogni forma di totalitarismo statale e di ogni investitura extra-sociale dell’autorità nazionale. Costituzione del popolo e rifiuto della Monarchia – non a caso complice della deriva fascista – sono non soltanto principi giuridici, ma modi di concepire la convivenza fra i cittadini. Principi che strutturano le forme di vita democratica: primato della legge dell’eguaglianza sul potere personale, primato del parlamento sul governo e su ogni forma di personalizzazione.

La Costituzione italiana raccoglie il meglio delle tradizioni politiche: la tradizione liberale dell’iniziativa privata; la tradizione cattolica della solidarietà; la tradizione socialista del primato del bene pubblico sull’interesse privato. Il miracolo di questi equilibri e la saggezza del compromesso fra le diverse “parti” della società italiana hanno assicurato al nostro paese la ricostruzione economica e l’accesso nel consesso internazionale con un forte spirito nazionale, nonostante la sconfitta militare. Dalla Costituzione deriva un principio fondamentale: la Repubblica è una e indivisibile.

Per queste ragioni non ho mai condiviso il giudizio dominante nella cultura giuridica della distinzione fra prima e seconda parte della Costituzione.

La seconda parte sull’organizzazione dello Stato, che definisce gli strumenti per realizzare i compiti della Repubblica, è stata pensata in funzione della prima.

L’art. 3 secondo comma istituisce uno dei principi più innovativi della nostra vita nazionale attribuendo alle istituzioni della Repubblica il compito di combattere le disuguaglianze che impediscono alle parti più deboli (socialmente, geograficamente, ecc.) di partecipare alla vita collettiva sotto il profilo politico e sotto il profilo sociale. Senza l’art. 3 non ha senso la Costituzione, perché da esso dipendono sia i principi dello Stato sociale, sia i rapporti fra autonomie e potere centrale. Non ha senso immaginare una società impegnata nell’allargamento dei diritti sociali alla salute, all’istruzione e al lavoro, se poi l’attuazione di questi obiettivi non risulta coordinato in un equilibrio nazionale e in un sistema unitario di standard di valutazione. Il bisogno di cure mediche non può essere trattato diversamente in Sicilia e in Veneto. Questi aspetti della Costituzione non attengono all’etichetta dei governi giacché vincolano alla stessa maniera destra, sinistra e centro.

Purtroppo in questi decenni la nostra Costituzione ha subito delle offese occulte da parte di tutti i governi che sotto l’apparente neutralità dei trattati internazionali hanno lasciato passare un processo di erosione della nostra sostanza costituzionale.

Attraverso i trattati internazionali ratificati dal nostro paese sono stati introdotti i principi della liberalizzazione, privatizzazione e deregulation che contrastano con molti istituti costituzionali dello Stato sociale come il principio che la retribuzione è un diritto della persona e non un mero diritto contrattuale e che l’intervento dello Stato serve a impedire l’egemonia del mercato sulla vita di ciascuno di noi.

L’equilibrio fra Stato e mercato, fra libertà e eguaglianza è il miracolo della nostra Costituzione che ne fa la base di un compromesso nazionale capace di garantire la convivenza delle diverse parti politiche.

Per questo sono convinto che bisogna votare no al referendum nell’interesse anche degli elettori del centro-destra che oggi si trovano costretti da una logica di schieramenti a votare a favore della riforma del governo Berlusconi. La riforma proposta dal centro-destra sotto le minacce ricattatorie di Bossi è in realtà una vera e propria controriforma che distrugge la solidarietà fra i cittadini, accresce le disuguaglianze economiche e abbandona il Sud all’emarginazione.

Questo non è un referendum sulla politica del governo, ma sui destini del nostro paese: se deve essere una Repubblica delle autonomie o una somma di piccoli Stati: se dobbiamo continuare ad essere italiani oppure se dobbiamo diventare i cittadini di “piccole patrie”.

È naturale che votare contro la riforma Berlusconi non significa, però, affermare l’irriformabilità della Costituzione. Anche le Costituzioni invecchiano e la nostra ha già subito molti traumi. Per ciò l’impegno di chi vota no è anche quello di capire le ragioni degli altri e ricomporle in una nuova sintesi e non nello scontro frontale.

Le costituzioni sono nate per unire e non per dividere e bisogna chiedersi perché questo paese è oggi diviso proprio sulle ragioni profonde della convivenza. Come hanno capito i nostri fondatori la Costituzione è un tavolo di rapporti distinti da quelli del governo e, perciò, ben vengano tutti i tentativi di suscitare uno spirito costituente all’altezza delle nuove sfide.

16/06/2006