Ricerca scientifica e sviluppo locale

Si può dire che l’atrofia dei sentimenti è diventata una malattia sociale; il linguaggio politico invoglia più allo sbadiglio che all’entusiamo. Nella sofisticatissima discussione di questo mese sul “centro”, i centri, i poli, la trasversalità, il decentramento, le primarie, non mi è capitato di leggere nulla che nel merito possa suscitare l’entusiasmo di una società, che come ha scritto Galimberti su Repubblica, è sempre più popolata da individui intelligenti ma privi di emotività. Si può dire che l’atrofia dei sentimenti è diventata una malattia sociale; il linguaggio politico invoglia più allo sbadiglio che all’entusiamo.
Su una cosa, tuttavia, sembra che tutti, da Montezemolo a Gasparri, siano d’accordo: la necessità per il nostro paese di scommettere sulla ricerca scientifica.
Ora poiché anche in questo caso le parole non significano più niente, vorrei interloquire su un tema che mi sta a cuore “profondamente”, e sul quale penso di poter dire qualcosa.
Cos’è la ricerca scientifica? Credo che molti, quando ascoltano questa formula magica, pensano ai laboratori sotterranei di Ginevra dove si studia l’accelerazione delle particelle o a qualche laboratorio americano dove si stanno distillando sostanze mirabolanti dalle staminali appena fornite dall’embrione di turno. Oppure, se sono giovanissimi, alle dimensioni sempre più minuscole dei cellulari e alle prestazioni sempre più mirabolanti delle pillole per stare “allegri”. Non solo si è persa la distinzione fra tecnologia e ricerca scientifica, ma, cosa ancora più grave, fra il mondo della scienza e il mondo della vita.
Derida, che non può essere considerato un anti-illuminista, ha scritto, in un saggio sul futuro dell’Università, che il sapere ha sempre per oggetto il problema di capire cosa è quest’essere che chiamiamo Uomo, o non è nulla. In verità la questione antropologica attraversa tutti i campi della conoscenza. La ricerca sull’anomia (assenza di regole) di una società che ormai pratica il “fai da te”, dallo smaltimento dei rifiuti gettati di corsa lungo le strade alla costruzione di una villetta sul demanio, è ricerca scientifica al pari di quella sul genoma. La mappatura sociale e lo studio dei sentimenti e delle tendenze, come insegnano i rapporti sugli italiani di De Rita, ha la stessa rilevanza della ricerca sulle risorse energetiche.
Nell’intreccio sempre più complesso fra “natura” e “cultura” non ha senso discutere di poli umanistici e di poli tecnici. Bisogna affermare con forza che lo studio e la ricerca sulle religioni ha sicuramente lo stesso rilievo che la ricerca sulla composizione geologica di Marte. Il referendum sull’inseminazione artificiale è la prova lampante di come sia impossibile distinguere fra il sapere dell’uomo (delle sue emozioni, dei suoi desideri, delle sue ansie) e il sapere biotecnologico che descrive e riorganizza i meccanismi riproduttivi della vita.
Dunque ricerca scientifica è tutto ciò che consente a una società di avere coscienza delle implicazioni, delle conseguenze, e dello spazio deliberativo entro cui si possono valutare i risultanti della ricerca stessa.
Tutto questo richiederebbe un grande spirito di collaborazione fra i vari settori disciplinari e per consentire il confronto e la verifica di ciò che ciascuno assume presupposto del proprio lavoro.
Niente di tutto questo accade. Si sono moltiplicate le cattedre di materie specialistiche, frantumando sempre più l’orizzonte del sapere che non può non essere unitario, e dunque frutto di un continuo scambio fra il livello particolare e quello generale. L’impianto dell’Università è vecchio, antiquato e sottoposto a logiche di poteri personali che demonizzano ogni sperimentazione.
Ciò posto bisogna poi chiedersi: chi finanzia la ricerca scientifica? Nonostante il più viscerale amore per il mercato che oggi tutti sembrano nutrire, la sola fonte di finanziamento della ricerca non può che essere lo Stato e gli Enti territoriali, giacché si tratta di un investimento a effetti così ritardati che nessuna impresa è disposta a scommettere. Le imprese oltre tutto non sono in grado di garantire il disinteresse necessario a una vera ricerca che non può essere sottoposta al requisito dell’immediata produttività di profitto. Una ricerca sulla salute non finanziata dalle case farmaceutiche è un elemento discriminante per un a gestione democratica della patologia umana. Troppe volte vengono scoperti effetti letali di farmaci prima spacciati come la panacea di ogni malanno.
La terza questione è: quale istituzione deve gestire un grande progetto di ricerca che faccia uscire il nostro paese dall’attuale dipendenza e dal provincialismo dilagante? È ovvio che la risposta è: l’Università e i centri di ricerca ad essa collegati. Ma l’Università attuale è, purtroppo, un ammasso di macerie sotto tutti i profili.
Sul piano amministrativo, il sistema della contrattualizzazione e precarietà dei rapporti ha creato una sfera di discrezionalità senza limiti, una giungla retributiva e un sistema di clientelismo strisciante, accresciuto a dismisura dal processo di decentramento delle sedi. Ci sono corsi di laurea extra moenia che spendono per incentivi agli amministrativi contrattuali cifre da capogiro, ma non acquistano né computer, né libri. L’amministrazione universitaria è una selva oscura ove neppure Dante riuscirebbe a districarsi nonostante la guida di Virgilio.
Chi invoca la trasparenza si trova davanti a un paradosso; è sicuramente incrementata la pignoleria e la pedanteria formale su questa o quella attività dei docenti, ma è enormemente aumentata la discrezionalità dell’amministrazione dei soldi. Non sarebbe male che, come per le grandi istituzioni finanziarie, si rendessero pubblici i bilanci di facoltà, dipartimenti, atenei, attraverso la stampa. Se non sbaglio si tratta di soldi dei cittadini e sarebbe “utile” conoscere pubblicamente come si spendono.
Che dire poi del personale docente? Già altre volte mi sono pronunciato su questo argomento. Penso anche in questo caso che la pubblicità potrebbe svolgere un qualche ruolo. Basterebbe pubblicare l’elenco dei vincitori dei vari concorsi e il grado diretto o indiretto di parentela con i professori più autorevoli o con magistrati e professionisti della città. Non certo per insinuare sospetti sui meriti scientifici, ma per valutare il grado di mobilità sociale che sussiste negli atenei italiani.
In un convegno ho provato la strana sensazione della reversibilità del tempo, perché moltissimi cognomi di “giovanotti” mi ricordavano quelli di colleghi di trent’anni prima.
La riforma del reclutamento e la garanzia di accesso dei giovani meritevoli è un requisito essenziale per il rilancio della ricerca scientifica.
Poi si può pensare ad altro: per esempio una vera conferenza dei servizi culturali in cui gli enti territoriali e le varie realtà della ricerca fanno una verifica pubblica del lavoro di formazione e ricerca. Sarebbe bene che, invece, che promuovere inutili convegni di cui non restano spesso tracce (nel senso di pubblicazioni significative) sul Mediterraneo Regioni, Comuni e Province dicessero cosa si aspettano da un’Università riformata.

Pubblicato da “La Sicilia”, concessoci dall’autore