Riflessioni notturne

considerazioni di una volontaria in Angola Alla fine siamo abbastanza soli. Mondi così diversi, tutti allo sbaraglio. Trentenni consulenti che girano senza famiglia. Volontari ancora più scapestrati. Per soldi. Alcuni. Per sete di sapere, di incontri, altri. Tutti un po’ allo sbaraglio. Fuori dal tuo mondo, cerchi di costruire nuovi argini, nuove regole, ti appoggi a colleghi e locali, un aiuto indispensabile, certo, ma limitante, molto. Sei felice di essere impegnato nella ricerca di nuovi paramenti, ma al tempo stesso sei spaventato, ti senti troppo responsabile di regole sociali che devi darti da te, che non condividi con il contesto in cui sei. Il confronto con altri stranieri, per capire che le tue crisi non sono follia ma normale reazione ad una esistenza diversa.
Tutti qui ‘andiamo a giorni’. In ufficio, poi, si alternano momenti con ritmo da cardiopalma a intere
settimane improduttive. Non è solo l’Angola a metterci in discussione. Nel piccolo grande mondo di
chi lavora per UN, c’è chi lotta e chi si adatta. Mesi per firmare contratti che potrebbero portare farmaci moltissimi farmaci, assegni persi (??) i soldi dilapidati in progetti clonati, attese infinite, poco lavoro ad obbiettivi.ogni giorno qualcuno di noi cade, si sconforta, si propone di mollar tutto. E ogni giorno un altro per dimenticare lavora fino alle 9 – 10 di sera, in una full immersion senza pensare.

Chiusa nella mia stanza da letto, rifletto. Ci voleva questa malaria per darmi il battesimo africano. Tutto quello che dall’Europa ci pare cosi diverso, insopportabile, incredibile, qui inizia pian piano ad assumere i tenui toni della normale quotidianità. Le malattie, lo skyline della città, i corpi, gli
odori… Il mio telefono squilla in continuazione questa sera.Questa si una quotidianità non abbandonata. per fortuna, volti e cuori amici li ho trovati anche qui. Pezzi di diverse europe che si
incontrano in Africa e decidono di restare vicini, nelle gite domenicali, nei casini di lavoro, nei
momenti di malattia. La malattia, anche la più semplice, penso che davvero non arrivi a caso. Ti obbliga a riposare e pensare. Senti più forte la nostalgia. Senzazioni pungenti, volti, nomi che ti
fanno riflettere, perché, perché non sono rimasta li, oppure li, oppure… perché ho deciso ancora una volta di mollare le ancore e partire? Perché non ho qui con me un figlio, un marito che si prenda adesso cura di me, un marito che io a mia volta possa curare. Perché, almeno fino ad adesso, non è destino. Lo senti forte, non è solo la febbre, non solo la compagnia di mille parassiti, il formicolio nel cervello sono le motivazioni che ti hanno spinto fin qui che riemergono, vibrano di nuovo, e dicono che no, non hai sbagliato, che come tutte le scelte ci sono toni differenti da accettare..

Ancora a piedi
Corro. Poco, ma corro. Forse la cosa più interessante è andare a piedi fino al lungo mare, 30 minuti ai bordi delle vie pincipali di Luanda, traffico, qualche negozio, buche enormi, immondizia, studenti,
mendicanti, odori intensi e strazianti… scendo verso il mare e pezzi di città si srotolano, si
rivelano, si nascondono di nuovo… Corro. Il sole tramonta, un tramonto surreale, color lillà, su
spicchi di mare ricoperti di petrolio. Il porto di Luanda accoglie petroliere di tutto il mondo. Un porto immenso e mal organizzato, sopratutto da quando, a gennaio, è passato dalla grestione privata a quella statale. Tangenti, qui si chiamano gasosas, a volte di oltre il 200 per cento del valore della merce da scaricare. Non è un caso che tra maggio e giugno 2005 molte compagnie alcuni nuovi amici, europei che non si limitano a lavorare, che cercano di non dimenticare le motivazioni he li hanno condotti sino all’Africa. Lara, italiana, Anguis, inglese, Kasia, polacca, Ilaria, italiana, alcuni dei volti e dei cuori che mi accompagnano in queste passegiate fisiche e spirituali.

Poi, alle 20, si rientra. Risalendo lungo una strada iper trafficata mi soffermo a guradare un gruppo di giovani e non più giovani davanti alle vetrine di un negozio di elettrodomestici. Alcune tv in vendita trasmettono partite e concerti. I moratores de rua si accalcano di fronte alla grate per assistere agli spettacoli. Sbarrano le palpebre e lasciano volare i pensieri. Piuù o meno lo facciamo anche noi, attaccati ad una parabola e ad uno schermo tv. Certo, per essere informati sul resto del mondo. Ma anche per dimenticare per un paio di ore Luanda.

Benghela Benghela. Padre Adriano, missionario angolano, Edi e Elena, della Fao. Tre persone che mi
aspettano. Fino all’ultimo penso di non partire di buttare il biglietto d’aereo perché non ho finito il lavoro. Poi una mail di un amico dimenticato mi chiarisce tutto. Non sono arrivata solo per lavorare nelle Nazioni Unite. Ho accettato questo posto da semplice volontaria perché mi assicurava la permanenza in Africa. No, non posso rinunciare ad un volo verso il sud, la provincia, un volto ancora sconosciuto dell’Angola.

Benghela, un giovedì pomeriggio. Alle 17 c’è ancora il sole, ma il calore è sopportabile, lontani i 40
gradi di marzo, adesso pare la nostra primavera inoltrata. I primi 5 minuti in macchina sono una
delusione. Mi ero immaginata una cittadina piccola ed ordinata. Ma Benghela e’ Africa, ancora non me lo sono messo in testa che qui i parametri sono differenti.
Polverosa ma decisamente piu tranquilla, i bimbi di strada che ti chiedono dolci e non soldi, appena
parcheggi l’auto. Sensazione strana, ancora non mi sono abituata a questa caritá che accompagna ogni
gesto della vita quotidiana. Vai al supermercato a piedi e ragazzini di 8 9 anni si offrono di portar la spesa a casa. Vai in macchina e ti chiedono una mancia per controllare o pulir i vetri. Aspetti qualcuno e mille mani si tendono. Vai al lavoro e all’incrocio sei attorniato da stormi di venditori ambulanti, bimbi e vecchi tutti in mezzo alla strada, ricoperti di polvere sudore e smog, occhi appesantiti da notti insonni, stomachi troppo leggeri, vuoti, mani rovinate dal rovistare nelle immondizie. A volte ti senti circondato… Poi cerchi di cambiare prospettiva, di indossare ‘almeno virtualmente’ i panni di chi ti chiede aiuto. E tutto cambia. Forse le mani tese sono il frutto di secoli di assedio. La sensazione che tu piccolo bianco provi adesso, disagio, paura, insofferenza, l’hanno provata tutti i popoli dell’Africa. Disagio, paura, insofferenza che si alterna alla rassegnazione.
Benghela, un giovedì pomeriggio. In macchina con un vecchio cd, lo sguardo che scivola lento, lento, lento… Più piazze, più palme, più tranquillità…. A Luanda hanno trovato dimora moltissimi sfollati, negli ultimi anni della guerra più di due milioni di persone sono arrivate in capitale per sfuggire alle mine e ai massacri dell’UNITA. Una vera e propria invasione che ha fatto scomparire alberi e piazze, sostituiti da bidonvilles e palazzi già in rovina, quartieri cosi saturi che, conferma delle immagini satellitari della FAO, nella maggior parte non è possibile costruire nemmeno un piccolo campo da calcio. Più ariosa, questa Benghela, ma anche molto più polverosa. Poche le vie asfaltate, la maggior parte sono ricoperte di terra mista a sabbia, che da un aspetto di deserto costruito a tutti i quartieri.Un deserto che si affaccia sul mare, un pittore rasta locale che nel tempo libero da lezioni di dipinto ai bimbi della zona, giovani che danzano capuera, meninos de rua che corrono sulla sabbia, guardie che camminano lentamente sul lungomare.

Un Venerdi mattina, a Benghela. Dopo 15 anni il presidente dell’Angola, nella persona di Eduardo dos
Santos, ritorna nella capitale della regione. Per l’occasione le strade sono state ripulite, i loro
margini dipinti di bianco. E dalle nove di mattina la vita si sposta sui due lati delle vie principali.
Intere scolaresche schierate, ragazzini dai 5 ai 15 anni, grembiuli bianchi su bimbi dell’asilo e
adolescenti ben formate, tutti in linea sventolando la bandiera nazionale e quella del partito al governo, MPLA. Dalle nove alle sedici linee telefoniche saltate. Eppure il Presidente si è fermato solo 2 ore, ma la Sicurezza vuole cosi. Una sicurezza che qui sa ancora molto di regime. Solo le piccole favelas sembrano inndenni, quasi indifferenti all’arrivo di Santos. Mentre gli alunni di tutte le scuole aspettano composti, lungo le strade, l’arrivo delle autorità, i piccoli dei quartieri poveri scorrazzano tranqiuilli in spiagga, mi accompagnano dalle mamme che vendono nei cortili, mi presentano le sorelle maggiori che preparano un semplice pranzo su vecchissimi fornelli, in case di pietra e fanghiglia. Eppure questi bimbi, sembrano molto più liberi loro dei connazionali inquadrati lungo le vie cittadine…

Un sabato mattina, a Benghela. Lasciamo la città assonnata e polverosa. Mezz’ora, strada quasi tutta
asfaltata, colli levigati dal vento, ognuno con piccole e grandi pieghe di roccia friabile, quasi onde
che definiscono il profilo, onde leggere che di anno in anno si trasformano, si sgretolano, si rimpiccioliscono. Scendiamo verso il mare, ecco, le prime case di paglia, il pesce messo a seccare su
tetti di canne, i bambini che corrono appena la macchina si avvicina, le tende a quadrettoni, riparo
dal caldo e punto di incontro del villaggio, le pietre distese sul prato, dove le giovani mogli preparano la farina battendo per ore con uno strano strumento di legno – sembra il nostro freesby – una specie di grano mentre i figli, nudi si aggirano tra le sterpaglie. La macchina della Fao si arrampica a fatica tra le piccole dune di sabbia, ecco, gli ultimi 10 minuti e ci siamo: il mare.
Il mare del sud, più pulito, rocce che si tuffano a picco fra le onde, sassi verdi, silenzio assoluto. Siamo solo tre donne, i locali in questa stagione, piu o meno 20 gradi, non si sognano di entrare in acqua.

Silenzio. La natura ha una forza, una capacitá di penetrarti nella pelle, negli occhi, nel cuore.

Una domenica pomeriggio, in aereo. Dal finestrino vedo Luanda. Man mano che ci avviciniamo all’aeroporto le case si fanno più fitte. Quasi tutte con tetti di lamiera bloccati da sassi, colore marroncino, mattoni di terra fatti essiccare dalle donne. Strade sterrate e strade asfaltate. Pochi ingorghi, certo è domenica. Allora non sto sognando. Questi 4 giorni in provincia mi hanno ridato sensazioni dimenticate. Allora sono proprio io che vivo a Luanda, allora i miei nuovi amici, le fatiche interminabili, l’ufficio, tutto esiste davvero. Che strano, quando inizi ad immergerti
in realtá cosi diverse dalla tua casa, a volte sei attanagliato dal dubbio di star sognando tutto…

Nazioni Unite
Inizio a girare per le varie agenzie NU presentando la home page del sito, chiedendo foto, documenti, sintesi di progetti e accordi di governo. Strana sensazione.
Adesso davvero ci sono. Adesso non è più un gioco, inizi’innato disordine! Tra un paio di mesi (??????) tempistica base per la burocrazia interna, dovremmo andare on line. O almeno cosi si dice.

Vincere la burocrazia UN e mission impossible.A volte si risponde a mail vecchie di 6 mesi, documenti di luglio 2004 ancora da approvare, meeting mezzi vuoti o pieni ma con poche decisioni alla fine. L’altra faccia di questo palazzo sta tutta qui, in una burocrazia che non si schioda, che anzi ha paura di chi si muove troppo. Forse non valeva la pena di restar in ufficio fino all’ora di cena, mentre tutti spariscono alle 5. No, forse no, forse occorre investire il tempo in altro modo, dar all’ufficio lo spazio dell’ufficio e poi partire verso l’altra parte di questo paese, una terra senza schermi, senza lan, senza intranet, una terra, semplice terra, che brulica di vite non virtuali… Eppure dentro questo stesso palazzo sto incotrando anime piene di speranza, che lottano giorno dopo giorno, che ottengono dei cambiamenti. Eterno dilemma, come farle prevalere?

Laura Fantozzi ha un suo sito www.laurafantozzi.com