Romero e la profezia nell’esercizio del potere

Qual’è il ruolo del cristiano nella politica?  Ricordando Romero, Barros presenta la sua figura come esempio.

Quando si parla di unire fede e politica, alcuni si ricordano del tempo in cui una determinata Chiesa o religione dava il tono alla Politica, controllava lo Stato e esso obbediva agli interessi eclesiastici. Ancora oggi, ci sono gruppi che riuniscono parlamentari della sua confessione per difendere i suoi interessi in Parlamento. Questa forma di unire fede e politica non rispetta l’autonomia della società civile e confonde la Chiesa con il Regno di Dio, come se il progetto di Dio nel mondo fosse fortificare una religione e i suoi lavoratori. Di fatto, durante i secoli, la Chiesa Cattolica ha agito così e il mondo occidentale ha vissuto sotto il regime della Cristianità.

Dalla fondazione del movimento Fé e Politica, esiste un principio tra i cristiani che vi fanno parte: nessuno vuole fondare un partito cristiano e servire da punta di lancia per le posizioni ideologiche o ambizioni materiali di una determinata Chiesa o religione. Lo Stato dev’essere laico e le leggi della società indipendenti da qualsiasi religione. Non si deve sacralizzare la società e ricollocarla sotto la tutela di una Chiesa o religione. Dio non è religioso e il suo progetto non è la religione ma la vita e la pace. Gesù ha affermato "Io sono venuto per dare vita e vita in abbondanza". La missione di un cristiano è essere sale della terra e lievito nella pasta. Inserirsi nel mondo e, come cittadino, contribuire perché la pace, la giustizia e la difesa della natura, progetti di Dio per il mondo, possano essere curati e vissuti. Per questo don Oscar Romero ha dato la sua vita.

In questi giorni di preparazione alla Pasqua, è bene ricordare quello che, pochi giorni prima di essere ssassinato, disse Romero: "Frequentemente sono stato minacciato. Come cristiano,non credo alla morte senza resurrezione. Se mi uccidono, resusciterò nel popolo salvadoregno. (…) Come pastore, sono obbligato a dare la vita per coloro che amo che sono tutti i salvadoregni, anche coloro che mi vogliono assassinare.  Offro a Dio il mio sangue per la redenzione e per la resurrezione de El Salvador. Il martirio è una grazia che non credo di meritare. Ma, se Dio accetta il sacrificio della mia vita, che il mio sangue sia semente di libertà e il segnale che, a breve, la speranza muterà in realtà…"

Egli non voleva morire, ne’ credeva in una spiritualità basata nel sacrificio e nel dolore. Insegnava che il cammino per l’intimità con Dio passa per la solidarietà ai fratelli e alle sorelle, specialmente verso le persone più misere e oppresse. Diceva che senza la pratica della giustizia e l’impegno per i diritti umani, l’adorazione a Dio è fantasia narcisista.  Ora, in El Salvador, il più piccolo paese dell’America latina, il 50% degli abitanti sono obbligati a vivere con meno di 10 dollari al mese e, dal 1932, gli Stati Uniti sostengono governi militari o controllati dai militari.

Le comunità e il popolo di El Salvador continuano a resistere. La resurrezione di cui parlava il vescovo Romero già si manifesta nel proprio miracolo della sopravvivenza. Come egli diceva: "La gloria di Dio è la vita dei poveri". Più di 25 anni dopo il suo  martirio, una parte importante della stessa gerarchia cattolica ha difficoltà ad assolvere al modello di pastore che Don Romero rappresenta. Nel Brasile attuale, ancora si criminalizza chi lavora per la Riforma Agraria, fa gesti profetici di difesa della natura e insiste che la Costituzione sia applicata non solo a parole, ma nel suo spirito più profondo. E’ considerato normale e corretto tutto quello che favorisce e canonizza il sistema socio-economico ingiusto ed escludente. Don Oscar Romero è stato assassinato perché era considerato una minaccia a questo sistema. Le comunità di base lo venerano come santo, ma, ancor oggi, molti altri lo accusano di essere stato agente di divisione e provocatore.

Tra poche settimane, le comunità cristiane ricorderanno il martirio di Gesù Cristo, accusato di aver bestemmiato contro il tempio e cospirato contro l’Impero. E’ sempre più facile adorare che continuare la lotta per la quale egli diede la vita. La memoria di Don Romero e la passione di Cristo ci stimolano ad assumere la causa della difesa degli oppressi, anche se questi non sono santi. Perché "venga il tuo Regno" come recitiamo nel Padre Nostro, è necessario che nessuno sia più oppresso e la giustizia sia il pane quotidiano di tutti. Allora si saremo discepoli di Gesù e continuatori della memoria di Romero.

monaco benedettino
tradotto da noi, pubblicato da Adital.
L’articolo prende spunto dalla celebrazione del martirio di Oscar Romero tenuta al 5° incontro nazionale  del Movimento Fé e Politica tenutosi a Vitoria sul tema "La Profezia nell’esercizio del potere" a cui erano presente molte donne e uomini cristiani con incarichi parlamentari.

20/3/2006