Rotterdam

La sua furia è tale che non riesce neanche a parlare, farfuglia parole a vanvera. La bava gli cola lungo il mento, le mani stracciano il giornale che si sta per ingoiare. Riesco a fermarlo, lo dissuado dal mangiare la pagina che ha già fatto a pezzi. Dice che gli succedono tutte a lui, lui, il mio amico, il Grande Lombardo. Ne ricordo brevemente il carattere volitivo, cocciuto, generoso, sognatore, ma anche pragmatico e saccente, rompiglione. Buon amico, si farebbe in quattro per aiutarti. Sempre pronto ad intervenire in prima persona, fa sue tutte le battaglie, anche quelle perse in partenza. Oggi tira calci all’aria, è impazzito. Ce l’ha con tutti.

Dice che ha pure litigato con sua moglie. Quella santa donna, poveretta, lo sopporta da un quarto di secolo, ha imparato ad assecondarne i deliri, ma anche a fargli fronte e affrontarlo a muso duro. Il mio amico urla che al quel matrimonio non ci andrà neanche morto. In effetti c’è da ridere ad immaginarlo, lui, il Grande Lombardo in giacca e cravatta a fare il cascamorto e il baciamano alle signore. Non ci andrà dice, perché con quella gente non ha niente a che fare. La moglie, santa donna, suo malgrado e per doveri professionali, frequenta un giro di persone che con la realtà – soprattutto intesa come dimensione mentale – che da sempre vive il mio amico, hanno ben poco a che fare. Stavolta non posso dargli torto. Sarei in imbarazzo anch’io ad andare al matrimonio del figlio del banchiere. Dico banchiere, da non confondersi, bada bene, con bancario. Dice che gli è arrivato un invito grande come un lenzuolo scritto con calligrafia da bolla papale e con ceralacca e simbolo nobiliare inclusi. Forse esagera un po’, forse però neanche tanto. La chiesa è quella nel quartiere più esclusivo della città, a cui recentemente hanno dipinto il tetto come se fosse la Cappella Sistina. Sì, è vero, non sto scherzando. Il solito architetto di gran moda, ha rimodellato l’antico tetto facendolo assomigliare alla volta della Sistina su cui poi ha fatto dipingere copie degli affreschi di Michelangelo, cambiandone però i colori: diciamo pure, modernizzandoli (secondo lui), adattandoli al gusto della alta borghesia locale, riuscendo a trasformare l’antica semplicità coloniale della chiesa in una aggressiva balera riminese. Un vero schifo. Roba da schiattar dal ridere, se non fosse tragico. Perché la chiesa che appartiene alla storia della città, adesso è lì che serve da palchetto per matrimoni dei rampolli dell’alta e altissima borghesia. Figlio del banchiere incluso. Davanti alla chiesa, tanto per gradire, abbiamo un bel monumento alla traversata oceanica in aereo, e senza scalo, di Italo Balbo che negli anni trenta approdò, con i suoi baldi camerati, da queste parti e fu ricevuto come un nuovo eroe de due mondi: una statua di un dio alato con al fianco il simbolo del fascio. Il Grande Lombardo, dice no, che stavolta sua moglie andrà da sola, che non gli importa un fico secco il fatto di conoscere bene la madre dello sposo, amica di infanzia della consorte – santa donna – stavolta no. Niente cascamorto, niente baciamano. E poi sempre ‘sta gente tra le palle, dice, io, che entro ed esco dalle favelas miserabili e loro che si sposano in pompa magna e poi mi spiattellano in faccia che vanno a Rotterdam e io devo pure dire che va bene.

Rotterdam? E che c’entra Rotterdam con la chiesa e il matrimonio?

Il fatto è che la favela di Paraisopolis, di cui abbiamo raccontato tante volte la precarietà e allo stesso tempo la grandezza, la promiscuità e ciò nonostante l’organizzazione interna dei suoi quasi centomila abitanti. Dicevo, il fatto è che la favela di Paraisopolis, in cui la polizia entra sparando ad altezza d’uomo e sottopone i suoi abitanti ad umiliazioni senza limiti come riportano da mesi riviste e siti internet, come lo si deduce dalle conversazioni della gente del posto, come del resto poi sta succedendo nelle tre maggiori favelas della città, e pensare che spesso e volentieri tutto accade davanti alle telecamere della tv, immaginiamo cosa avviene nei vicoli, fuori dagli occhi indiscreti di chi, come il mio amico Grande Lombardo, vuole sapere, vuole vedere, vuole parlare. Dicevo dunque, che la favela di Paraisopolis è ormai protagonista di un esperimento, una vera e propria ingegneria sociale, una eugenetica nazista in piena regola. Una eugenetica alla rovescia: quando là lo scopo migliorare la razza, qui invece si vogliono scoprire gli effetti di generazioni di abbruttimento. Prima si ammassano centomila persone in favela, per anni e anni, decenni, poi quando ormai l’integrazione con la città è avvenuta di fatto, si mandano sul posto gli architetti alla moda, coloro che sono responsabili non solo di oscenità edilizie ma anche di definire a tavolino chi debba vivere o meno in determinate zone della città. Gli architetti, coloro che stilano le priorità della popolazione, coloro che impongono a tutta una comunità la loro visione razionalistica, coloro che sono capaci di trasformare una chiesa in balera. Gli architetti, che servi e baciapile di amministrazioni incompetenti e corrotte, sono complici del progetto e della esecuzione dei quartieri popolari di case e palazzi lager in cui vengono deportate a forza intere popolazioni. Gli architetti che, soprattutto, ci insegnano cosa sia meglio per noi e come si debba vivere. Il mio amico li conosce tutti. È che quella santa donna… No lei è innocente, lei insegna all’università, ma, sapete com’è, in tanti anni si finisce col bazzicare in certi posti e conoscere certa gente. São Paulo, si sa, è un paesone. Il Grande Lombardo sa tutto. Sa chi sono gli architetti che là, a Paraisopolis, sono entrati ed hanno pianeggiato interventi da sogno (o incubo). La novità delle novità, racconta il giornale che sta in bocca al mio amico, è che stavolta hanno consultato pure gli abitanti. Consultato. Consultare è una cosa, decidere cosa fare è un’altra. Gli interventi progettati, ormai definitivi e che aspettano solo l’invio dei miliardi di Lula, presumo siano i soliti: ascensore collettivo, piazzetta, pista ciclabile, scuola, centro culturale.

Il Grande Lombardo – che ormai ha fatto a pezzi il giornale, se lo porta alla bocca bavosa e se lo mangia – al grido di Rotterdam Rotterdam, strombazza: ascensore panoramico, ciclovia, porcaccia la zozza, piazzetta, e li devo vedere tutti al matrimonio… in quella chiesa… e la cravatta…e il baciamano. Fanno l’ascensore panoramico come a Salvador, così li possono far precipitare cinquanta alla volta, io al matrimonio non ci vado, non ci vado e non ci vado. E che vadano a rompere a Rotterdam. Ecco il mio amico se ne va mollando calci all’aria e sputando la carta appallottolata e insalivata del giornale con le foto dei progetti che andranno a Rotterdam. Sì, alla biennale internazionale di architettura di Rotterdam. La favela a Rotterdam. E il mio amico nella chiesa davanti al monumento ad Italo Balbo, in giacca e cravatta, cascamorto e baciamano. Mi pare di vederlo:… ah, è tuo il progetto… bello, bravo, bacio cravatta, cravatta bacio, sei stato anche tu alla favela hai parlato con l’associazione degli abitanti, hai fatto un giro per i vicoli, per le case, casette, casupole, casini, baracche, tuguri, la gente, quella gente, proprio quella, hai visto i topi morti, bacio cravatta, e avete discusso i progetti, i fondi del governo federale il PAC, piano di accelerazione della crescita economica dei miei coglioni e domani parti, vai in Olanda… in Olanda, Lula ci è stato l’anno scorso in Olanda (e Danimarca) c’è una sua foto bellissima a braccetto con la regina, d’Olanda, oltre agli impegni ufficiali ricordo che andò ad inaugurare un museo, il museo della povertà, in cui si illustra come si viveva – in Olanda (o era la Danimarca?) – quando erano poveri, perché adesso non lo sono più, in Olanda (magari era la Danimarca)… allora, bello il progetto della favela, proprio bello, utile soprattutto, in fondo quella gente là ha diritto pure lei alle cose belle, glielo insegnerete voi, vero come si fa a vivere tra le cose belle, vero, glielo direte voi come si fa, quando tornerete dall’Olanda, a quella gente della favela, quando tornerete dalla biennale di Rotterdam…

Ecco il mio amico furioso se ne va, mi dispiace per sua moglie. Come fa a sopportare un tipo così?